Lo spacciatore del vaporetto

Il vaporetto è una vampa di calore e attracca all’imbarcadero con un cclang echeggiante nel mezzogiorno assolato. Salgono i passeggeri: una infornata di sudamericani in cappelli bislacchi, e di locali solo cinque: tre ragazzini a stento diciottenni in infradito con zaini sulle spalle da cui fuoriescono asciugamani per il mare, e due tizi in coppia: uno che pare un maori uscito dal bush australiano, con la testa rapata, le braccia coperte di tatuaggi tribali e un anello al naso, ma che la erre inequivocabilmente di Marghera rivela come indigeno della nostre barene, e un altro alto, allampanato e chiaramente strafatto, che ispeziona il vaporetto con occhi vuoti e di tanto in tanto biascica un«Bella, zio!» come un mantra, dato che non saluta in realtà nessuno.

i tre diciottenni si accampano sul parapetto e iniziano a parlare a voce alta delle ultime serate in discoteca di cui sono stati protagonisti, ed è tutto un elenco di epiche scopate che le loro guance brufolose di acne ormonale smentiscono. tanto che alla fine di un racconto, uno dei tre commente: «Mia mamma me l’ha detto, però: meno spinelli e più trombate!»

Per secondare il consiglio materno, quindi, sempre a voce alta, iniziano a ricordare la vacanza a Londra dell’anno prima, in cui l’apprendimento principale, si evince, non è consistito nella lingua, ma nel frequentare una gang di messicani che vendeva droga al parco: «Oh, ma ti ricordi che figo? E quelle sera che ci ha accompagnato in disco? ma quanta roba buona aveva?» Gli altri due annuiscono, come gente che ne sa.

A questo punto, il tossico che è sottocoperta, e che da qualche tempo ha smesso di dire “bella zio” alla paratia per ascoltare i discorsi del trio, si fa avanti e attacca bottone. Basta poco, perché i tre hanno capito benissimo cosa vuole: difatti dopo poche battute, il tossico si rivela per quello che è, uno spacciatore: «La g’ho qua, ve ne dago un poca par quindese euri, la provè e me disè.»

I tre fighetti passano subito dall’italiano dei liceali al dialetto: «Eh, se la xè bona, provemo e dopo diventemo clienti.» Uno dei tre scosta l’asciugamano e tira fuori dallo zaino i soldi, mentre lo spacciatore tira fuori, senza nemmeno troppa cautela, un piccolo panetto di hascish e ne mette qualche grammo in una bustina, che l’altro infila prontamente in tasca. Attorno l’indifferenza generale dei passeggeri stranieri intenti a guardare il panorama del canale della Giudecca, controllati dal maori a vista, perché non si sognino di dare problemi.

Lo spacciatore, consegnata la bustina, dà il cinque ai ragazzini e spiega come contattarlo: «Va lasso el numero del telefono: Alessandro – dice e controlla che i tre memorizzino correttamente sui cellulari – Oh, me racomando, fioi, feme uno squillo con i numeri che me gavè da’, perché mi no rispondo alle chiamate anonime» sottolinea con fare da professionista

I tre ragazzini annuiscono, come tre stagisti di fronte al principale, poi uno chiede: «Ma se la xé bona e ghe ne volemo altra senza chiamarti?»

«Ah, mi chiapo sempre sto vaporeto a sta ora. E se non ghe sò mi ghe xé lu.» e indica il maori tatuato, che fa un cenno di assenso.

Il vaporetto attracca all’imbarcadero, i turisti spagnoli sciamano, e i cinque si salutano fra battute di cinque e sorrisi come se fossero i migliori amici del mondo: clienti soddisfatti, imprenditore in attivo.

La nuova frontiera del marketing è il mobile.

 

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10 pensieri su “Lo spacciatore del vaporetto

  1. Eh già, e magari oggi erano alla maturità a domandarsi se il viaggio che procurano loro è lo stesso de L’Infinito Viaggiare di un certo Magris, novello Carneade…

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  2. Almeno i due tossici son sicuro che non faranno parte della futura classe dirigente……i tre fighetti invece con un po’ di fortuna e una laurea in tasca……aiutooo…introducete il test antidroga all’universita’

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  3. Che ci potrebbe mai fare un maori nel deserto australiano? Forse persosi durante un terzo tempo di un incontro di rugby tra le nazionali della nuova Zelanda e dell’Australia?

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  4. Bel racconto, magnificamente ambientato, lo sguardo materno della scrittrice accarezza e dipinge i giovani personaggi. Sicuramente nel tatuato c’è un richiamo consapevole al personaggio di Moby Dick. Come spesso accade nei racconti della signorina Vaglio, il dialetto ha lo scopo di inserire uno scarto, una distanza fra le grandi tematiche sociali e storiche e il loro manifestarsi in periferia, in un mondo umano che è ancora arcaico nel sentire, nell’intimo candore dei personaggi. Il ritmo del narrare è quieto e perfetto, e magnifico il finale, dove tutto sembra sfilacciarsi nel paesaggio lagunare, nelle voci spase nel vento, nel brusìo del diesel del traghetto. Una grande scrittrice, peccato sia nata in un’epoca dove gli scrittori sono davvero troppi e i lettori davvero troppo pochi.

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  5. Effettivamente, Galatea, una ripassata alla geografia, dai !!!
    I Maori stanno in paesaggi alla Signore degli Anelli, non nel bush!

    Anonimo SQ

    PS per i non conterronei, la “r” da Marghera è quella di Skardi (Pittura Fresca)

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  6. Se scrivessi un libro, lo intitolerei “Noi uomini siam tutti maiali e ne siamo fieri”.
    Sottotitolo: “E chi non è fiero con me, peste lo colga”.
    Poi, inizierei col raccontare di quella volta che … 😉

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