L’uomo femminista e le donne che fanno carriera

Che poi Sandro non è proprio un amico. E’ amico di amici, e così capita che alle cene o ai pranzi te lo ritrovi a fianco e ci scambi quattro parole: ci sono persone così, che per tutta la vita incontri in casa di amici e ci scambi quattro parole, e restano solo quella roba là. Anche perché, a dire il vero, cose in comune non ne abbiamo granché: Sandro è più vecchio assai, e anche se fossimo coetanei sarebbe di una noia mortale: mai un cinema, mai un libro, mai un concerto, mai una passione. Parla solo del suo lavoro – in banca, noiosissimo – e delle sue gare di pesca sportiva, che sono persino più noiose, raccontate da lui, del lavoro in banca.

Ma quando arrivo, stavolta, già mi avvertono in precedenza, gli amici, che se Sandro mi attacca bottone devo portare pazienza, perché è un periodo che è un po’ giù, anzi giù tanto, perché ha problemi sul lavoro. «Ma lo hanno licenziato?» chiedo, preoccupata, perché anche se non siamo proprio amici mi dispiacerebbe, eh. «No – mi spiegano – ma è che voleva una promozione e invece non l’ha avuta ed adesso è un po’ depresso, ecco.»

Deve averla ormai raccontata a tutti la storia della promozione negata, perché quando si accorge che ci sono io, non gli par vero di poter avere del pubblico nuovo. Di fatti mi incantona in una angolo con una scusa e comincia a spiegarmi di quanto si senta giù, perché quella promozione era sua, ma poi è arrivata lei, quella che ora si ritrova come capo: «Che io non ho niente contro le donne, eh. Ero il primo alle manifestazioni femministe, negli anni ’70, sia chiaro. E sono solidale. Ma certe volte si esagera adesso, con questa storia della parità sul lavoro: qui l’hanno promossa solo per la faccenda delle quote rosa…»

«Ma non credo che siano ancora obbligati per legge…» faccio notare cortesemente.

«Eh, no, ma cosa vuoi, in banca ci tenevano a far vedere che sono molto moderni… così questa qua era l’ideale: è giovane, bella, laureata…»

«Ah, ma quindi è più giovane di te?»

«Sì, ha dieci anni meno di me, la tua età, in pratica…»

«Ed è laureata?» chiedo, ricordando che lui ha preso a stento un diploma di ragioneria, e solo perché ai tempi li regalavano a botte di sei politici.

«Sì, e poi ha anche un master in qualcosa, preso in America…»

«Ah, quindi parlerà anche bene le lingue..» dico, valutando il fatto che Sergio, in anni e anni di corsi di inglese in prestigiosi istituti privati, è riuscito solo a far dannare  generazioni di insegnanti madrelingua, arresisi di fronte alla sua manifesta incapacità di imparare qualcosa di più complicato di “the pen is on the table”.

«Sì, certo… si presenta bene, lei! Dovresti sentirla come cinguetta con i clienti esteri! E poi se la tira come non so cosa perché ha lavorato per due anni in Svizzera!»

«Quindi non era una interna della banca, ha lavorato anche fuori?» domando, pensando a Sergio, la cui unica esperienza internazionale conteggiabile sono i sei mesi in cui lo hanno mandato allo sportello di Marghera, appena assunto.

«Sì, si occupava di fondi di investimento internazionali, mi pare. E’ che io sono un femminista, mi conosci, sai quanto rispetto ho per l’emancipazione femminile, ma questa cosa delle quote rosa, che una ti passa davanti solo perché è donna dopo che tu lavori da una vita lì non la sopporto, non la trovo giusta, ecco.»

Annuisco, mentre Giulia, che ha già capito che sto per sbottare, viene a chiamarmi con la scusa di qualcosa che le serve.

Certo, il nuovo capo donna è più giovane, più qualificata, ha la laurea, un master,  sa trattare con i clienti, ha esperienza in campo internazionale e parla correntemente le lingue. Se ti passa avanti è proprio per quella faccenda delle Quote Rosa che sono ingiuste, eh.

16 pensieri su “L’uomo femminista e le donne che fanno carriera

  1. Bel post… però mi fa riflettere anche che l’imposizione per legge delle quote rosa invertirebbe la storia e la sua morale.

    Ti sembra implausibile un brillante, preparato, e qualificatissimo Sandro messo in disparte per un’attempata, ignorante signora dalla formazione datata? Eppure a questo potrebbero portare le quote rosa imposte per legge: il genere davanti al merito… un orrore.

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  2. “Che poi Sandro non è proprio un amico.” “Sandro è più vecchio assai,” “pensando a Sergio, la cui unica esperienza internazionale” “valutando il fatto che Sergio, in anni e anni di corsi di inglese”
    Sergio o Sandro, Galatea? O devo io bermi un altro caffè?

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  3. Purtroppo, anche se per ragioni non legate né alle capacitá e men che mai al sesso, questi due bancari combattono per qualcosa che sparirà presto: il loro lavoro, sostituiti dalle macchine. Anche macchine che fanno cose da laureati con esperienza all’estero.
    E forse, alla fine, almeno quell’altro troverà pace nei lunghi silenzi di chi passa ore a pescare.
    Non so come gestiranno la cosa i rampanti (maschi o femmine che siano) che dopo aver insegnato a una macchina quello che sanno, verranno invitati ad andarsene al mare insieme a milioni di altri.

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  4. @–>Cannedcat

    Timori luddistici. Ciò che importa è il risultato, non come viene prodotto.
    Garantendo una congrua remunerazione al capitale investito e al rischio d’impresa, remunerati pure tutti gli altri fattori attivi, quello che resta potrebbe tranquillamente essere suddiviso tra soggetti a null’altro impiegati che nell’andare a pescare e che non avrebbero perciò altro compito che quello di consumare il reddito redistribuito reinserendolo così nel circuito della produzione.

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  5. @ Cannedcat
    In effetti, così parlavano gli agricoltori di Furore (solo che Steinback lo diceva infinitamente meglio di me e di te). In realtà credo che la”quantità” di occupati aumenti per via del progresso tecnologico; è la “qualità” dell’occupazione che diminuisce fin quasi allo schiavismo. Questi due li ritroveremo a lavorare di più e per meno, altro che pesca. Saluti.

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  6. Credo che per ora sia difficile ipotizzare che una consulente finanziaria possa essere semplicemente soppiantata da un computer. Tutti i lavori di consulenza ad alta specializzazione si fondano sulla capacità umana di tessere relazioni e scegliere. Cose che i computer non sanno fare, per fortuna.

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  7. @Cannedcat
    Sono d’accordo con Galatea, il problema al momento non si pone e passerà ancora parecchio tempo prima che una macchina sia in grado di fare un lavoro che richieda un laureato.
    @G.F. In realtà è l’esatto contrario.. maggiore automazione = meno persone occupate ma quelle poche devono saper gestire l’intero processo quindi maggiore competenza.
    Per esempio io e pochi altri gestiamo tutte le comunicazioni per un importante gruppo assicurativo (si parla di qualche milione di lettere al mese), cosa che una volta richiedeva centinaia di addetti, però se capitano rogne devo saper mettere le mani e sistemare -> lavoro che richiede competenze molto maggiori e quindi reddito di conseguenza.. anche se non abbastanza!! 😛
    Se invece un’azienda cerca di tenere botta senza automatizzare quando le concorrenti lo fanno allora sì abbiamo un peggioramento delle condizioni, perchè il lavoratore deve competere con una macchina che costa meno e non chiede aumenti!

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  8. La questione è complessa. Attualmente i soggetti che le grandi banche prendono in considerazione non sono tanto degli economisti quanto ingegneri, fisici, matematici, e questo da quando una parte importante del lavoro finanziario si basa su calcoli molto complessi, anche se intrecciati con capacità di analisi dei processi economici e sociali.
    Io detesto la finanza, non si interpreti le mie parole come ammirazione (per me, come scrisse a suo tempo il grande Federico Caffè, la Borsa va abolita sic et simpliciter). Ma torniamo al punto.
    Le personalità più qualificate lavorano molto, molte ore al giorno, sette giorni su sette, e questo aspetto pesa di più, per una serie di fattori abbastanza prevedibili, sulle persone di genere femminile, se non altro perchè giustamente possono voler avere dei figli, una vita meno stressante (anche se le retribuzioni altissime fanno gola a tutti, uomini e donne).
    Secondo me, una donna, oltre un buon livello di dirigente intermedio (intorno al numero 50/80 dell’organigramma) raramente ci va.
    Puo’ essere però che il racconto di Galatea vada collocato a livelli più bassi, ma allora non è gente da master all’estero, ma gente che ha fatto la gavetta, magari a fare il direttore di filiale.
    No, una donna raramente va molto avanti, in banca.

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  9. @ diego: le donne raramente fanno carriera, ma questo non dipende da una libera scelta, né da ineluttabili destini biologici. Numerosi fattori entrano in gioco: menziono solo la disparità nelle ore totali lavorate (comprese, cioè, quelle di lavoro non retribuito a casa e in generale per la famiglia) con eventuali uomini conviventi a vario titolo e i criteri di giudizio più severi per le donne che per gli uomini (tanto è vero che già nel racconto per avere una promozione ad un posto cui può aspirare un non laureato la tipa ha dovuto non solo laurearsi, ma prendere un master, e pure all’estero, etc etc).

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  10. @ Diego forse diciamo la stessa cosa: lavorare di più (e infatti tu hai sostituito 1000 esecutivi) purtroppo per meno (rispetto a chi venti anni fa aveva un livello analogo di responsabilità). Scrivo con un 3enne che mi saltella intorno, da cui l’estrema sinteticità.

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  11. Certo G.F., per questo basterebbe rileggersi il celebre e mai superato «la fine del lavoro» di Rifkin. Comunque, è evidente che nel caso di un funzionario di banca di genere femminile, costei debba affrontare in modo più arduo le scelte che comporta una dedizione al lavoro molto intesa, ben oltre le normali 40/50 ore a settimana di un impiegato da sportello. Il fatto di generare dei figli con il proprio corpo, esperienza meravigliosa ma impegnativa, è oggettivamente una attitudine femminile, di lì non ci si scappa, seppur sapendo che il compagno/padre ha il dovere assoluto di contribuire, dato che i figli, la casa, la famiglia, appartiene ad entrambi.

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  12. Ne’ Diego, finché la mentalità è quella che emerge dal tuo commento, e cioè che le donne soffrono di più a lavorare molte ore “perché potrebbero voler avere dei figli”, come se fosse scontato che i figli poi se li devono gestire da sole perché i padri chissà perché non possono occuparsene loro per qualche ora al giorno non stupisce che le donne non facciano carriera, eh.

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  13. credo che non ci siamo capiti, forse debbo scrivere un italiano meno alato ma più comprensibile, di certo è colpa mia

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