L’uomo che crede di averti rovinato la vita

Le cene da Giulia sono un po’ così: un porto di mare. Una volta al mese, gli inviti vengono sparpagliati come i messaggi nelle bottiglie: chi viene viene, chi vuole venire si ritrova là. Come alle feste del Grande Gatsby, solo che si svolgono in un appartamento alla periferia di Spinola, i calici sono dell’Ikea e al massimo in salotto ci stanno una ventina di persone a contendersi i salatini ordinati dalla Clara, perché se si spargesse la voce che a cucinare è Giulia il vuoto sarebbe siderale.
Non c’è un’ora di arrivo, se non il vago “sulle otto”, dato da Giulia come orario per qualsiasi ritrovo: il che vuol dire che alle otto in punto ci siamo giusti Giulia, Paolo e io, e poi pian piano arrivano gli altri. Così, verso le nove, si materializza anche lui, Enrico Maria.
L’entrata nella sala è di quelle da gran divo, perché bisogna ammetterlo: se c’è una cosa che ad Enrico Maria non ha mai fatto difetto è l’autostima. E’ uno di quegli uomini perennemente convinti che l’universo giri attorno a loro, anche quando l’universo, dacché sono al mondo, continua a seppellirli con vagonate di segnali contrari.

Io e Giulia ricordiamo ancora talvolta i suoi resoconti delle assemblee di classe e di istituto al Liceo, in cui, nella versione da lui divulgata, egli appariva come un protagonista assoluto, un cavaliere dall’armatura scintillante, che teneva vivo il dibattito con interventi ammirati dal pubblico, incisivi, disarmanti, dopo i quali le ragazze svenivano come sulla tomba del Valentino e i maschi rosicavano per l’invidia; nella realtà noi, presenti, ricordavamo solo qualche balbettio chioccio puntacazzista ed impacciato, quasi sempre tanto marginale da non venire nemmeno riportato nel verbale, e che veniva congedato con un generale e generico cenno di assenso, quello che si riserva alle osservazioni talmente inutili che non vale nemmeno la pena controbattere. La vita dell’Enrico Maria è poi andata avanti, a suo dire come una serie di incredibili successi: laureato con lode (in realtà fuoricorso storico), i professori universitari avevano dapprima cercato di trattenerlo in Facoltà (e forse ci sarebbero anche riusciti, solo che purtroppo non riuscivano a ricordarsene la faccia o il nome), ma lui aveva preferito dedicarsi alla libera professione; solo che dopo qualche anno (e uno studio di commercialista chiuso per cronica mancanza di clienti) aveva sentito il dovere civico di impegnarsi nel settore pubblico; così, chiamato esplicitamente dall’Amministrazione Comunale per il suo fenomenale curriculum (in realtà per le pesanti pressioni dello zio, parroco nel paese vicino), era rapidamente diventato responsabile di un intero settore (cosa facilitata dal fatto che nell’ufficio c’è solo lui). Ma Enrico Maria è così, a suo modo un pioniere: perché se oggi si ciancia tanto di realtà virtuale ed aumentata lui ne è il paladino da quando ancora non esisteva la rete: si è sempre costruito infatti un mondo tutto suo, dove la realtà non entra, se non incidentalmente, e comunque appena si intrufola viene debitamente trasformata.
All’apparire nella sala, infatti, si guarda attorno come per accertarsi che tutti lo ammirino e sorride come un divo sul red carpet, incurante del fatto che gli altri invitati gli dedichino appena un cenno di sfuggita, a mezzo fra l’indifferenza completa e il “chicazz’è?”. Poi, quando arriva a me con lo sguardo, stranamente assume una espressione indecifrabile, fra il dolente e l’imbarazzato. Giulia, che ha notato la sua occhiata e pensa sia dovuta al fatto che stia cercando di ricordare chi sono, da padrona di casa educata si avvicina e dice: «Oh, Enrico, ti ricordi di *****, la mia compagna di banco del Liceo?»
Io sorrido, lui stira in faccia una cosa che potrebbe essere più che un risolino una paresi, e si produce in un’inchino corredato da un goffo baciamano: «Certo, ma come potrei dimenticarmi di lei!»
Non appena Giulia si allontana, mi imprigiona le dita in una stretta per non farmi andare via e bisbiglia, con fare cospiratorio: «Mia cara, non sai che piacere rivederti dopo tanto! Senza rancore, voglio sperare…»
Lo guardo, stupita: «Senza rancore? – chiedo – Per cosa?»
Lui si stampa in faccia una espressione da uomo di mondo che sa, che ha capito, ma non vuole infierire: «Oh, lo so, mi sono comportato male, anni fa, quando avevamo cominciato ad uscire assieme e io poi sono sparito, così, senza dare spiegazioni…ma eravamo giovani, che vuoi, anche se poi ho capito quanto la cosa ti deve aver fatto soffrire…»
Sgrano gli occhi, mentre nel cervello i neuroni si attivano come i chip del computer per recuperare un qualche file perduto: uscivamo insieme? E quando?
Lentamente e a fatica, dalle nebbie del passato, riemergono vaghi ricordi di una estate degli ultimi anni del liceo, in cui effettivamente sì, per un paio di mesi Enrico Maria era uscito un po’ di volte in compagnia mia e di Giulia, e forse di un’altra ventina di persone, per andare ad un cinema ogni tanto. E anche di una sera di autunno in cui dovevamo andare al cinema con Giulia, lui si era aggiunto all’ultimo momento, e poi mi aveva riaccompagnato fino a casa da solo, a piedi. C’era stato un bacetto, forse, una cosa innocente sulla guancia, o meglio, che era stato dirottato sulla guancia da me con uno scarto improvviso seguito da parte sua da un vago : «Magari ci sentiamo per un altro cinema…» a cui avevo risposto con un altrettanto vago e scoraggiante: «Sì, certo, magari…»
Invece, scopro dal resoconto che Enrico Maria mi fa della vicenda, io dalla cosa sono rimasta distrutta, e lui ne porta un rimorso notevole: ma che può farci, allora era giovane, un po’ stronzo, troppo preso dalla sua vita e dalle sue ambizioni per capire che mi aveva di certo rovinato la adolescenza con quella sua sparizione improvvisa dalla mia vita, che di sicuro ci ho messo anni a riprendermi dal grave trauma, e che se anzi in tutto questo tempo ha sempre poi avuto una certa renitenza a chiamarmi ancora è stato proprio perché non voleva rinnovare quel trauma a me, che certo per uscirne avevo dovuto lavorare molto.
Io lo guardo, non sapendo bene che dire: perché lo conosco, e so che negando e spiegandogli come stanno le cose non otterrei alcun risultato, se non quello di convincerlo ancor più che la delusione è stata fortissima, tanto che dopo anni ancora non riesco ad accettarla e la rimuovo. Così sorrido e con grande nonchalance dico: «Eh, vabbe’ sai poi si cresce…»
Mi rendo conto subito che neanche questa è la mossa giusta, perché Enrico Maria, sentendo il mio tono così ilare, sembra quasi offeso: ma come, sono così pronta a perdonarlo? Non sto segretamente ancora rammaricandomi di non essere più stata corteggiata da lui? Ma presto la sua capacità di domare la realtà quando questa gli rema contro prende il sopravvento: tanti anni di pratica non sono passati invano. Così sorride anche lui, comprensivo, come se avesse capito che in realtà soffro, ancora, molto, e per questo uso un tono apparentemente indifferente: per cercare di ferirlo. Così si china verso il mio orecchio e mi sussurra: «Su, dai, smettila di portare rancore…devi ragionare così, siamo cresciuti…» e, afferrato un bicchiere di gingerino, si avvia verso un altro capannello, probabilmente per raccontare loro i suoi successi di responsabile di un ufficio vuoto e di dongiovanni impenitente, che rovina la vita delle fanciulle incrociate incapaci poi, per anni e anni, di dimenticarsi di lui.

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7 pensieri su “L’uomo che crede di averti rovinato la vita

  1. Mi sono divertita a leggere, ma mi fa un po’ rabbia che costui continui impenitente a incensarsi. Nessuno lo sistema mai ? E’ talmente insopportabile ed inutile che il minimo é cominciare a fargli prendere coscienza (almeno una anche di seconda mano ce l’avrà) della sua inutilità.
    Va beh, però mi sono divertita. Ciao

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  2. oddio che tipo! sembra essere uscito da un film o da un romanzo, non può esistere davvero una persona del genere! ma nessuno ha mai provato la tecnica della risata in faccia? magari funziona! 😉

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  3. Direi che fa benissimo a darsi tanta importanza, dal momernto che nessun altro sembra disponibile a dargliene!
    Ma in realtà è un tipo relativamente comune. Ognuno di noi ne ha almeno un paio nel carniere, maschi o femmine non importa,. A me, mentre leggevo, è balzato davanti agli occhi lo zio buonanima,, autentica colonna portante della RAI che senza di lui non riusciva ad andare avanti, ma nessuno in famiglia ha mai capito bene che tipo di lavoro ci facesse in realtà.

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  4. Che uomo ! Vero “esprit de finesse” !

    Anonimo SQ

    PS magari rischio pure di conoscerlo, vista la contiguità. Per fortuna, vado a pochi cocktail.

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