I vip, gli insulti su Twitter, i troll e la gente comune che non è anonima

Caro Enrico Mentana,

in questi due giorni ho letto tutto il baillame causato dalla sua polemica sul web, e siccome sul web ci sto da una vita, pressappoco dall’età in cui Lei frequentava i convegni dei Giovani Socialisti o litigava con Pippo Baudo perché non passava la linea al Suo Tg, sono rimasta piuttosto perplessa.

Un paio di giorni fa Lei ha annunciato la sua “uscita” da Twitter (annunciato, ma non portato del tutto a termine: l’account ancora funziona, quindi lei è uscito perché non risponde o posta, ma evidentemente legge ancora) perché, a suo dire, c’erano troppi insulti e troppi “anomimi” che su quel malnato mezzo si permettono di contestare ed offendere. Ieri sera, da Fabio Fazio, ha spiegato ancora meglio la Sua posizione: gli insulti, ha specificato, non erano nemmeno rivolti a Lei; il problema è che Lei ne vedeva e ne leggeva troppi rivolti genericamente ad altri, ed ha citato i casi di Roberto Saviano e della Boldrini. Ha deciso di andarsene, dunque, perché non ammette di usare un mezzo dove chiunque, a suo dire senza rispondere con nome e cognome di quello che scrive e restando anonimo, può offendere.

Alla mattina anche Roberto Saviano aveva espresso un concetto analogo: pur non condividendo la sua scelta di andarsene, ha però condannato Twitter, descrivendolo come un luogo dove chiunque si permette di fare battute su giornalisti e scrittori degne di un programma della Gialappa’s band, e pertanto è un ambiente invivibile.

Secondo Lei (e anche secondo Saviano) il problema di questo comportamento così incivile è dovuto quindi al fatto che su Twitter si è “anonimi”, nel senso che ci si può tranquillamente creare un account e chiamarsi “Ciccetta95”, anche se nella vita reale ci si chiama Costanza Maria Francesca Viendalmare, e il nome “Ciccetta95” equivalrebbe “ad andare a manifestare in piazza a volto coperto” – ha detto Lei, Mentana, ieri sera da Fazio – certi di rimanere impuniti.

Ecco, caro Mentana, io non so come dirglielo in modo educato, ma questo Suo ragionamento non solo non è del tutto corretto, ma riporta anche un dato inesatto che un giornalista serio come Lei è non dovrebbe diffondere.

Quando io mi scelgo un nick scelgo semplicemente un nome con cui firmarmi sulla rete: ci possono essere milioni di motivi per farlo, compreso il fatto che “Ciccetta95” è più corto e più simpatico che Costanza Maria Francesca Viendalmare. Ma non sono affatto “anonima”: con un paio di click chiunque (non un sofisticato hacker o un esperto della polizia postale dietro regolare denuncia) può scoprire il nome “vero” che si cela dietro “Ciccetta95”. Anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, se “Ciccetta95” vive sulla rete parte della sua giornata, non vuole per niente rimanere “anonima”: Si è iscritta a facebook, ha linkato le sue pagine dei social nel suo blog, partecipa con lo stesso nick a decine di forum, di pagine etc, per cui seguirla e trovarla è un gioco da ragazzi, basta digitare il suo nick su Google, esattamente come è facilissimo trovare me e scoprire che mi chiamo Mariangela Vaglio digitando su Google “Galatea” o “il Twittdigalatea”.

Il fatto è che il nick non è un “modo per restare anonimi”, come crede Lei in beata compagnia di tanti altri. E non è nemmeno un modo per esprimere pensieri nascondendosi. E’ semplicemente una forma di identità. Io sulla rete sono Galatea, così come Ciccetta95 è Ciccetta95: siamo personalità ben definite, rintracciabili, e quello che diciamo lo firmiamo così perché è un nome scelto da noi che ci piace di più di quello che il caso o la famiglia ci hanno assegnato alla nascita, e magari non ci rappresenta bene.

Lo pseudonimo non è una invenzione di internet, per altro. Nel mondo del giornalismo e della carta stampata i nick o gli pseudonimi sono sempre esistiti: e il giornalista che scriveva sotto pseudonimo non veniva certo considerato qualcuno che voleva nascondersi, anzi. All’Unità dei bei tempi andati gli editoriali di Fortebraccio erano il pezzo forte, e Lei stesso, caro Mentana, legge sul foglio quelli firmati da un certo “Elefantino”, che poi è Giuliano Ferrara. Quanto al cambiarsi nome, in letteratura è un fenomeno piuttosto comune: Alberto Moravia si chiamava Pincherle, e non per questo non lo lasciavano scrivere sulle pagine di Repubblica, e George Sand era una donna, e non un uomo. (Per altro, in una redazione, se un articolo esce anonimo è ben più difficile identificarne l’autore di quanto non sia risalire all’autore di un post su internet firmato con uno pseudonimo: chieda a Sallusti, se non si fida di quanto dico io…)

Quindi, mi scusi, ma chi usa uno pseudonimo in rete non è un anonimo: persino se lo usa solo una volta per scrivere “sei stronzo” in margine ad un Suo articolo, caro Enrico Mentana, è una persona in carne ed ossa, e per rintracciarlo in caso di denuncia basta guardare il suo IP.

A me pare invece che Lei, e anche Saviano, confondiate nei vostri ragionamenti spesso, “anonimo” e “sconosciuto”. Ciccetta95 che cerca di interagire con voi, criticandovi, è una persona qualunque: non è una giornalista, non è una scrittrice, magari fa la commessa nell’ipermercato, o l’architetto in uno studio. Saviano dice che il problema è che si sente autorizzata, avendo un account di Twitter, a sparare giudizi e battute di satira – magari anche non tanto buone, ok – come una della Gialappa’s band.

Fatemi capire il problema qual è, allora: che Ciccetta95 dal momento che non fa parte del “vostro” mondo del giornalismo o della tv non può permettersi di farlo? Che se si azzarda a comportarsi come se fosse un autore televisivo invece che la stupida inutile commessa o l’architetto frustrato che è commette un atto di lesa maestà? Che finché vi sfottono in tv i comici riconosciuti come Crozza o i Gialappi allora va bene, e se invece la battuta (pesante e volgare, ma non è che quelle di Crozza e Gialappa siano sempre da Accademia della Crusca, eh) viene da una persona comune questa è automaticamente una turpe malcreata?

E che cos’è, di grazia, che definite un troll? Perché dalle vostre uscite, cari Mentana e Saviano, parrebbe che alla fin fine chiunque vi spedisca una battuta feroce su Twitter sia uno che vi offende, un anonimo esagitato, un delinquente. Mentre in realtà è solo uno che vi spedisce una battuta “alla crozza” o “alla gialappa”, esercitando la sua libertà di pensiero; senza tenere conto, cari ragazzi, che con quello che talvolta vi scappa di scrivere sui Social ogni tanto le battute feroci ve le andate a cercare col lumicino pure voi, eh.

Se al vostro account fioccano repliche che sono solo un florilegio di insulti e di vaffanculi, qui ha ragione Saviano, esiste il ban: gli insultatori, molto semplicemente, si chiudono fuori dalla porta, senza rispondere. Se passano il segno, e si arriva alla diffamazione o alle minacce, c’è la polizia postale per la segnalazione.

Non pensate, cari Mentana e Saviano e vip tutti, di essere gli unici ad avere questo tipo di problemi: chiunque sta su internet, persino il più ignoto autore di blog, ha in media una decina di questi personaggi qua, che passano il tempo (alle volte anche anni) a spedirti commenti e persino mail piene solo di insulti a vuoto. Non si attaccano a voi, quindi, come dice Saviano, solo per vivere della mostra fama riflessa: si attaccano a voi perché gli state sulle balle, come gli sto sulle balle io quando scrivo sul mio blog un articolo che a loro non piace, anche se non sono nessuno.

Non è Twitter, il problema, né il fatto che ci si possa iscrivere con un nick: tanto anche con il nick, se scatta la denuncia, li beccano senza problemi. Il problema, invece, e qui scusatemi ma devo proprio dirvelo, sembra piuttosto il fatto che voi, in quanto vip, restiate spiazzati dallo scoprire che anche le persone comuni (non anonime, come dite voi: semplicemente non famose) alle volte sentono il bisogno di rispondervi, e, quando gli fate girare le balle, vi prendono anche in giro pubblicamente, con i loro post su Twitter o sui loro blog, come il buon Pasquino faceva con il Papa e i Cardinali ai tempi dello Stato Pontificio. Volete dire che non possono e farci la figura del Pio IX di turno e invocare leggi e regolamenti repressivi? Volete rispondere piccati come il Marchese del Grillo “Io so’ io e voi nun siete un c***?” Be’ questo sta a voi.

Ma, lasciatevi dare un consiglio: andarsene irati da Twitter e poi fare il pellegrinaggio delle sette chiese in tv per dire che è un posto pieno di maleducati, o scriverci sopra articoli che vanno in prima pagina sui quotidiani nazionali partendo dal fatto che due scemi ti han mandato un vaffanculo tramite web o che qualche centinaio di persone ti ha preso per il sedere con post ironici o sarcastici è come usare un bazooka per centrare una mosca.

Che comunque, povero insetto, una sua identità ce l’ha, e non è anonima: si chiama “Ciccetta95”, e ci tiene.

Cordiali saluti

In fede, Mariangela “Galatea” Vaglio

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42 pensieri su “I vip, gli insulti su Twitter, i troll e la gente comune che non è anonima

  1. L’ha ribloggato su Ufficio Reclamie ha commentato:
    Infatti. Il problema non è Twitter. Il problema è che il mondo è pieno di stronzi, e per la legge dei grandi numeri se ne trovano pure su Twitter. (Mentana, comunque se non ti piace un posto te ne puoi pure andare senza rompere il cazzo a chiunque, non c’è bisogno di fare la prima donna sdegnata. Mica si deve piacere a tutti)

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  2. Questi personaggi famosi e pieni di sé, non hanno ancora imparato ad accettare internet, inteso in senso lato, come un “memento mori”, ossia come un momento catartico per purificarsi dagli esiziali effetti delle migliaia di ipocriti leccaculo quotidiani che li circondano.
    Un bel “vaffa” speditoti al momento buono da chi non ti deve nulla, nemmeno il finto rispetto che nella vita di tutti i giorni ti viene usualmente tributato, spesso è salutare per tornare a posare i piedi per terra.
    L’importante sarebbe farne tesoro e non sprecarlo in ridicole recriminazioni.

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  3. Pingback: Twitter: servono nuove regole. No, abbiamo bisogno di cultura digitale | Valigia Blu

  4. Ieri sera spiegando la questione a mia moglie assolutamente a-social (di internet) ho detto le stesse cose.. La cosa che più infastidisce da questi presunti vippi del web . e che quando capita qualcosa a loro si debbano fare le leggi speciali e subito eh …se non ti piacciono i comportamenti del bar dello sport non andare al bar dello sport. Luca Antonini Chiavari (Ge) devo mettere anche la via?

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  5. Che poi ‘sta favola dell’anonimato su internet è la stessa cosa, tanto per fare un piccolo esempio, che inventarsi totalmente una notizia e pubblicarla in prima pagina sul Giornale a firma Dreyfus. Evidentemente al giornalista “l’anonimato” è concesso per grazia divina e guai a toccarlo, ma se solo provi ad usare un nickname (!!!) ecco che si sentono toccati nel profondo o, per meglio dire, nel privilegio.

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  6. In realtà però la questione dell’identità sui social network, sull’influenza dello pseudonimo rispetto a i toni che si usano, e sulla presunzione pseudo-giornalistica di chi li usa da persona sconosciuta è un problema che travalica la tua risposta a Mentana (che cita, giornalisticamente, i casi a lui più vicini, ma che non sono gli unici).
    Inoltre, ‘vip’, come dici tu, o non ‘vip’, i toni che lo pseudonimo permette sono toni che andrebbero auto-controllati molto meglio. Ed è in questo senso che a mio avviso la questione posta da Mentana non può essere liquidata come il capriccio di un ‘vip’. Se mai, è esattamente il contrario (cioè: bene che qualcuno che viene ascoltato ponga un problema di buona educazione e, ciò che è più essenziale, di auto-percezione rispetto a chi, scrivendo sul web, è davvero convinto di fare, a livelli più o meno consapevoli, il pubblicista de noantri).
    Stessa cosa per quanto riguarda la questione degli sconosciuti: ebbene sì, scrivere da sconosciuti o scrivere da professionisti autentici non è, a mio avviso, non può e non deve essere la stessa cosa. Essere convinti che lo possa essere significa alimentare quella mistica del dilettantismo che è da svariati anni una delle questioni dell’educazione alla cittadinanza in senso ampio e che – dalle elezioni a oggi – si è posta finalmente in evidenza come questione cruciale nell’agenda italiana. E il momento nel quale Twitter e FB, o i blog sono passati da divertissement a sinceramente convinto modo di ‘fare politica’ (ma non scherziamo!) ha segnato un pericoloso punto di non ritorno sul quale secondo me Mentana fa bene a far riflettere portando nel caso il peso della sua professionalità.

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  7. Brava, sono pienamente d’accordo: molti giornalisti, politici e vari addetti ai lavori sono abituati a suonarsela e cantarsela fra di sé. Parlano, scrivono, fanno satira (o politica) sulla “gente comune” senza mai entrarci veramente in contatto. Poi si offendono se….

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  8. Aggiungo solo un commento: concordo con quanto detto e con quanto dice Mantellini sul suo blog http://www.mantellini.it/2013/05/10/mentana-e-le-autostrade-percepite/ ma non é sempre vero che tutti sono rintracciabili sempre.
    Sono rintracciabili i cosiddetti “furbi scemi” coloro che non conoscono le dinamiche di Internet, chi conosce poco poco di più ci mette poco a nascondere il proprio IP, ma costoro spesso non perdono tempo ad insultare gli altri, creano danni più seri

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  9. Chapeau, Galatea! Il punto non è l’anonimato, ma il fatto che quasi tutti vogliono solo sentirsi dire quanto sono buoni, bravi e belli.Grazie ai media tradizionali italiani, stampa scritta, tv – che per interessi privati osannano o ignorano n’importe quoi, n’importe qui “a prescindere”, o se criticano qualcuno è solo per rivalità o gelosia – dire che solo in Italia Mentana può passare per un eroe della libera informazione o che Saviano ha stufato con le sue banalità giornalistiche e televisive, fa gridare alla lesa maestà (de noantri). Paolo Vettore

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  10. @povna: Scusami, ma che io scriva come Cicciottina95 o come Giovanna Rossi, i toni che uso devono essere gli stessi, perché comunque su un social o su un blog rischio in ogni caso, se insulto o minaccio o diffamo, o incito alla violenza una querela da parte dell’interessato o una visita della polizia postale. Chi non lo capisce o non lo sa non è perché “sta su twitter” o perché “è su internet” ma perché è un cretino. Se io, che sono un “vip” pongo la questione come l’ha posta Mentana, dicendo che su Twitter si è “anonimi”, dimostro solo o di non aver capito nulla di come funzionano i social e contribuisco inoltre alla diffusione di uno stereotipo sbagliato, cioè quello che ha in mente il cretino, ovvero che sui social sono anonimo e non verrò mai perseguito. Non mi pare indice di gran professionismo, tutto ciò.
    Quanto al secondo punto: “scrivere da professionisti non è la stessa cosa”: be’ dipende da cosa scrivi. Se io apro un blog per scrivere le mie opinioni (in merito alla politica o anche sul puntocroce) non è che io sia tanto diverso dal “professionista” che fa l’opinionista sul giornale: sono mie opinioni, come sono opinioni le sue. L’unica differenze è che lui è pagato da una testata e il blogger no, ma sempre di opinioni personali più o meno motivate bene si tratta: cambia soltanto il mezzo con cui le diffondo. Se io invece tengo un blog di “informazione”, in cui racconto avvenimenti allora la differenza si può sentire, perché il giornalista ha alle spalle una redazione con corrispondenti sparsi per l’Italia ed il mondo, ha il dovere di controllare (Poi magari non lo fa ma è un’altro problema) le notizie prima di pubblicarle, e il blogger non ha spesso i mezzi per farlo o per controllare di persona, per cui secondo me è difficile che un blogger possa garantire al lettore lo stesso approfondimento sulle notizie di una redazione professionale di un giornale.
    Quanto poi alla tua affermazione secondo cui i blog sono passati da “divertissment a convinto modo di fare politica”, francamente non capisco proprio a cosa tu ti riferisca. I blog sono milioni, l’unico che fa “politica” è quello di Grillo, che poi non è nemmeno un vero e proprio “blogger” ma un personaggio pubblico già famoso prima che si è dato alla politica e ha sfruttato internet come cassa di risonanza.
    Quanto poi al tuo modo di definire il blogger “il pubblicista de noantri” la trovo particolarmente offensiva. Il blogger non è di per sè peggio del cretino che è diventato pubblicista pubblicando articoli di uncinetto per l’Eco della Parrocchia: Se davvero la misura della valutazione delle persone è essere più o meno riusciti ad iscriversi ad un ordine professionale cui si accede senza alcun filtro solo in virtù di un certo numero di articoli pubblicati, non direi che è un gran titolo di merito. E io sono pubblicista, eh.

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  11. Molto in breve.
    Primo punto: resta il fatto (studiato anche a livello di studi sociologici), che lo pseudonimo tende a falsare e inasprire i toni del dibattito. Il fatto che tu, io o mia nonna possiamo essere consapevoli che li falsa e inasprisce per un malinteso senso di anonimato e sicurezza non sposta di una virgola una percezione e un fenomeno che sono tali in misura ben più ampia della nostra tentative education.

    Secondo punto: Un professionista partecipa alla redazione di un giornale, dunque è abituato a lavorare in gruppo, a rispondere a una linea editoriale (quand’anche fosse il direttore) e, non ultimo, a essere pagato. E, marxianamente, questo continua a fare una differenza e nel ciclo produttivo e nel modo di porsi rispetto al lavoro (e non al divertissement) che si fa. Se poi uno di lavoro fa il blogger-opinionista (sto parlando di singoli, dunque non pagati), significa che qualcun altro lavora per davvero e paga per lui. E questo, sempre per citare il buon vecchio Marx, ancora una volta, non va bene, e alimenta ego e pseudo-professionalità là dove c’è solo hobby.

    Terzo punto: politica è parola appena appena un po’ più ampia di così, e ridurre il fare politica al solo blog di Grillo mi pare francamente un po’ poco. Fare politica è, inter multa alia, esattamente quello che credono di fare le persone cui si riferiscono Mentana, Saviano o Boldrini. E va anche bene. Il nodo cruciale è il passaggio dalla attività (legittima) di lobbying a quella di convinzione di militanza telematica. Ed è in questo spazio dai confini assai labili che, a mio avviso, si posiziona il tema del contendere, in questo caso.

    Quarto punto: sono pubblicista anche io, e ho fatto battaglie (reali, non di social network) per l’abolizione dell’ordine. Ciò non toglie che (vedi per esempio i nuovi codici di deontologia professionale sul giornalismo on-line che si stanno sviluppando in certi atenei italiani d’avanguardia su questo, legati a testate giornalistiche e a collaborazioni con redazioni – ma li conoscerai meglio di me) un apprendistato serio, che non può essere quello solipsistico di schermo e tastiera personali, serva. Nonostante tutto (e pur condividendo l’immagine volutamente dismissiva degli articoli uncinettanti che evochi), ancora una volta, chi è diventato pubblicista per l’Eco della parrocchia si è confrontato con problemi marxiani di produzione, divisione del lavoro e sua retribuzione – nonché giornalisticamente con questioni di destinatario, emittente, codice e canale a livello di discussione collettiva di committente – che un blogger solo con la sua tastiera si sogna.
    E te lo scrive una che scrive on-line, ha un blog, e scrive per giornali (ricevendone un compenso) esattamente come te. Però la differenza c’è, eccome se c’è, a mio avviso. Un blog, per sua natura, almeno come strumento di base, equivale a un libro di poesie pubblicato a spese proprie. A differenza di chi pubblica a spese proprie, può capitare che il blog serva come segnalazione per altre testate meno solipsistiche e porti dunque ad altri tipi di collaborazioni (è capitato a me, a te, ad altri – viceversa come sai chi pubblica a pagamento i primi romanzi ben difficilmente verrà preso in considerazione dalle case editrici reali che non siano stampa clandestina). Ma il principio di partenza è lo stesso, a mio avviso, e non è lo stesso che essere giornalisti di redazione o di collaborazione.

    Ciò detto, non intendevo essere offensiva proprio con nessuno. In ogni caso, se così è stato, mi scuso.

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  12. @povna: 1. Il nick tende ad inasprire automaticamente i toni del dibattito? Puoi linkarmi per piacere questi studi perché sono molto curiosa di leggerli e soprattuto di capire come siano giunti a queste conclusioni (nel senso che come si misura se l’individuo X è più aggressivo quando usa un nick? e risulta più aggressivo sempre quando usa un nick, o solo quanto è convinto, usando il nick, che è anonimo e non punibile e rintracciabile? perché nel secondo caso il problema non è il nick, se fosse convinto di non essere rintracciabile anche con il suo nome e cognome vero si comporterebbe aggressivamente uguale, allora non è il nick il fattore scatenante, ma, di nuovo, la scarsa consapevolezza che non basta chiamarsi “Ciccetto95” per diventare un fantasma.)
    2. Io vorrei capire tutto il tuo discorso sulla produzione marxiana cosa c’entra con il caso di Mentana. Qui si tratta di un tizio, Mentana, che se ne è andato da Twitter dicendo che lì tutti insultano perché sono anonimi. Non si parlava nemmeno di blog e blogger, ma di singole persone che, a quanto pare, si sono permesse di rispondere (prendendolo in giro, magari anche con toni vivaci) al povero Chicco. Non sono professionisti per il buonissimo motivo che nessuno, nemmeno Mentana o un giornalista professionista, su twitter è un professionista: su Twitter semplicemente hai un account, twittare non è un lavoro. quindi la tua polemica su professionisti e giornalisti mi pare un pochino fuori contesto, nel caso specifico.
    3. IL giornalista professionista partecipa come dici tu alla redazione di un giornale, il pubblicista no, o non sempre: non sta in redazione, ha contatti solo sporadici con il suo caporedattore o il caposervizio, se poi ha una rubrica tipo quella “il mondo dell’Unicinetto” della linea politica del giornale può anche non saperne una cippa. Non è che un apprendistato di questo tipo dia competenze molto maggiori che tenere un blog, nella quasi totalità dei casi.
    4. In ogni caso, non tutti i blogger aspirano ad essere “professionisti”, nel senso che non vogliono essere assunti o pagati da una testata: tengono il blog per passione, e in questo però sono molto professionali. Nei loro ambiti specifici sono più affidabili di molti giornalisti scalzacani: prova ad andare a discutere di economia o di cucina con un blogger serio che si occupi di queste cose e ti accorgerai che la preparazione non è per nulla inferiore a quella di molti giornalisti che trattano i medesimi argomenti su giornali paludati. Dunque mi chiedo, perché questo specie di tuo pregiudizio che si legge fra le righe per cui il blogger dovrebbe essere uno che non va preso sul serio del tutto o che deve limitarsi all’intrattenimento? Ci sono blogger che sono dei poveri deficienti, ma ce ne sono altri che sono meglio dei “giornalisti”: più affidabili e preparati. Io di solito valuto le persone, me ne frego se hanno o meno un tesserino. Sarebbe come a dire che uno è un pittore non perché sa fare dei bei quadri ma perché ha fatto il liceo artistico ed ha un diploma.
    5.”Fare politica è, inter multa alia, esattamente quello che credono di fare le persone cui si riferiscono Mentana, Saviano o Boldrini.” Veramente Saviano lamenta gli attacchi di quattro deficienti che gli dicono che non è vero che è minacciato dalla mafia perché lo hanno visto girare da solo in panda; Mentana non si capisce manco perché si sia offeso (all’inizio pareva perché qualcuno gli mandava insulti, poi forse perché ha letto qualcuno che insultava altri, non è chiaro); la Boldrini è stata attaccata da singoli idioti, che poi avevano messo su dei siti o delle pagine facebook, ma non pare che dietro ci fosse una particolare “regia” politica, solo l’atavico italico maschilismo di chi pensa che se una donna arriva ad una posizione di potere la puoi insultare dandole della puttana. Si tratta, come vedi, di tre casi molto diversi, e in cui non c’era neppure una “motivazione politica”, tanto è vero che Saviano attribuiva gli insulti al desiderio di “attaccare qualcuno di famoso” generico. Per cui, scusa, ma leggere questo episodio come una macchinazione politica mi sembra voler dare una lettura molto forzata, e per altro neppure condivisa dalle “vittime” dell’episodio stesso.
    6.”Il nodo cruciale è il passaggio dalla attività (legittima) di lobbying a quella di convinzione di militanza telematica. Ed è in questo spazio dai confini assai labili che, a mio avviso, si posiziona il tema del contendere, in questo caso.” ma in questo caso cosa c’entra l’attività di lobbyng? E che militanza telematica sarebbe se più singoli prendono per il sedere Saviano quando posta qualche frase da bacio perugina per pubblicizzare il suo libro? In questo caso, secondo me, tu proprio non hai la percezione di cosa sia successo. Stai facendo un enorme minestrone dicendo cose anche giuste, ma non sono proprio attinenti a questo specifico caso in esame.

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  13. Cara Galatea, prima di dare della mancata “percezione di che cosa sia successo” alle persone, dovresti almeno provare anche tu a chiederti se non risulti offensiva. O se magari le parole possano avere uno spettro semantico (è il caso, lampante, di “politica”) rispetto a quello che intendi tu.
    Ciò detto, per quanto mi riguarda, torno volentieri a canali altri rispetto al tuo blog. E, per me, d.h.s.

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  14. @povna: se una fa una tirata lunghissima citando tutta una serie di cose che non c’entrano nulla col caso in oggetto, il sospetto che non abbia ben capito cosa sia successo viene, al di là degli “spettri semantici” che puoi usare.
    Stai bene, ciao.

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  15. Se una presume che collegamenti di un interlocutore (che altri trovano pertinenti) siano di per se stessi fuori tema solo perché non ne (vuole) coglie(re) il nesso, il sospetto degli spettri semantici viene altresì.
    Sto benino, grazie. Si fa quel che si può.

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  16. Allora spiegami la presunta pertinenza: Mentana parlava di Twitter, non di blog, Saviano parlava di gente che su Twitter lo insultava con battute degne della Galappa’s, la Boldrini aveva problemi con foto diffuse su Facebook da privati. Tu fai tutto un ragionamento su blogger, professionalità degli aspiranti giornalisti, etc. Sarà anche interessantissimo, ma con il caso in oggetto il collegamento qual è?

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  17. “Anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, se “Ciccetta95″ vive sulla rete parte della sua giornata, non vuole per niente rimanere “anonima”: Si è iscritta a facebook, ha linkato le sue pagine dei social nel suo blog, partecipa con lo stesso nick a decine di forum, di pagine etc,” (end of quote).

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  18. Scusami, mi è partito il commento con la sola citazione. Ma non tutto il male viene per nuocere. E, poiché non mi piacciono le piazzate, da un lato, e dall’altro in ogni caso quello che la padrona di casa percepisce come OT per me lo è per principio di buona educazione (per tacere del fatto che la bibliografia sulla sociologia dell’interazione integrata rischia di esserlo davvero), ti ho risposto nel dettaglio per mail.

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  19. Chi tra i Vip è andato su Twitter è stato attratto dal concetto di “followers”. Il fatto che i seguaci poi possano criticare non può piacere. Personalmente non amo Twitter proprio per questa logica non paritaria. Ho conosciuto almeno un VIP (amico di gioventù) che ha e continua ad avere Twitter ma appena provato Facebook- che piaccia o no più paritario- è scappato a gambe levate.
    Siamo nuovamente in una fase di attacco alla Rete. Poi non ci sono dubbi che l’esasperazione e la litigiosità sociale pggi tanto diffuse non possa non diffondersi ANCHE sulla Rete

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  20. Complimenti Galatea, concordo assolutamente con tutto quello che hai scritto: Mi capita di essere uno degli amministratori di un forum con quasi 50.000 iscritti, e capirai che di troll, agitatori di professione e persone non proprio equilibrate nel corso degli anni io ne abbia incontrate tante …. il problema non è la rete (che sarebbe il mezzo) ma casomai è il nostro modo di rapportarci ad essa, ed eventualmente di accettare e replicare al dissenso!

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  21. Pingback: Usare un bazooka per centrare una mosca | GiulioCavalli.net

  22. I vip semplicemente scambiano internet con la televisione, e si impermaliscono se la gente replica alla loro perle di saggezza che graziosamente si degnano di elargire al popolaccio ignorante. Per quanto riguarda la Boldrini, trovo esilarante l’ immagine dell’ assistente che le stampa e legge le e mail di minaccia. Ma l’ assistente non è profumatamente pagato per filtrarti la posta? Per caso le legge anche le mail spam con la pubblicità del Viagra e delle speculazioni finanziare alle Cayman?

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  23. Del resto sono decenni che si viene definiti più o meno VIP in base alla propria presenza sulla TV, radio, giornali, ossia media a senso unico in cui chi c’è parla e tutti gli altri, sia che abbia detto la verità del secolo o una immane str***ta, sia che siano d’accordo o non d’accordo, comunque non possono rispondere e più che cambiare canale non gli è dato di fare.

    I new-media sono in questo senso rivoluzionari perché nascono intrinsecamente interattivi; costringono a riabituarsi a un mondo più normale, in cui quando dici qualcosa ti possono rispondere, se dici idiozie ti chiamano idiota, e tante volte se taci fai miglior figura.

    Dovranno riprenderci la mano, questi cosiddetti VIP… ci vorrà molto, molto tempo.

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  24. Purtroppo, cara Galatea, il problema che hai così ben evidenziato non riguarda solo i VIP che si sentono lesi nella loro maestà di comunicatori imperiali.

    Anche le aziende italiane non comprendono la rete e le sue dinamiche.

    Nei miei corsi di digital communication, e sopratutto di digital PR, mi capita sempre che metà della classe (anche quando è fatta di dirigenti e imprenditori) abbia un moto di stizza e di rifiuto di fronte alla slide che dice “in rete le conversazioni avvengono anche senza di voi”.

    Perché in quel momento capiscono che non hanno più il controllo sulla loro reputazione.

    E alla mia domanda “che fareste se…” il pensiero immediato di parecchi è adire le vie legali.

    Cioè il peggio che si possa fare come attività di PR: attaccare il pubblico.

    Magari fare anche di peggio: attaccare un giornalista o un blogger che, anche se non è un giornalista “ufficiale”, comunque è un comunicatore da rispettare.

    Rispetto per pubblico e comunicatori che non è dovuto a qualche ragione etica ma semplicemente perché ogni conversazione in rete carica di elementi negativi fa diminuire la brand equity, e con essa anche il fatturato.

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  25. La rete è un mezzo di comunicazione tra pari, non la Gazzetta Ufficiale.

    Ma in Italia il concetto di parità fra le persone non è stato mai interiorizzato dalla classe dirigente (nessuno escluso).

    La Pubblica Amministrazione ci tratta da sudditi, i cosiddetti intellettuali ci considerano degni di considerazione solo se applaudiamo alle loro esibizioni, le aziende (come dice laimpertinente) vogliono solo che compriamo , senza lamentarci in rete se per fare la voltura di un contratto di telefonia mobile loro impiegano due mesi o se la società del gas ti porta moroso perché il loro sistema informativo è gestito da ragazzotti che giocano con i computer.

    Uno dei nostri punti di debolezza è il non riconoscimento dell’altro come portatore di idee, interessi e anche lamentazioni.

    Siamo una società gerarchica dove la comunicazione, direi più gli ordini, viaggiano dall’alto in basso senza possibilità per chi sta sotto di farsi ascoltare da chi è riuscito a farsi cooptare nella Casta o fra i pretoriani che la proteggono.

    Resto perciò molto pessimista sul fatto che la rete possa smuovere qualcosa nel nostro paese, e il caso del giornalista che si ritira offeso dal “social” ne è l’esempio, perché il VIP non vuole proprio ascoltarci, e come dice il proverbio, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire..

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  26. @cannedcat
    Concordo, senonché l’approccio cosiddetto “top down” è quello che i miei colleghi di Economia, ed Economiua Aziendale preaticano quando sono in potere di farlo, che, evidentemente insegnano ai loro studenti (se non altro con l’esempio), perciò ne concludo che o fa parte della teoria economica standard (che tanto bene ci ha fatto, basta guardarci intorno) o fa parte della cultura economica italiana che viene riprodotta, e con essa il ritardo sul resto del mondo.

    @galatea
    Mi dispiace non essere d’accordo, trovo che la critica di ‘povna sia fondata. Anche se, come appare trasparente, naviga ad un livello + alto della questione Mentana, ovvero quello della discussione su come utilizzare costruttivamente in politica (se possibile) i nuovi strumenti che la rete (twitter, blog etc) propone, visto che la vecchia politica (quella delle sezioni e delle riunioni serali degli iscritti, + di tanto non funziona più.
    Diciamo che do a lei il 75% ed a te il 25 % della ragione, democraticamente, ecco.

    Anonimo SQ

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  27. Questo Approccio top down degli economisti italici è del tutto contrario a quello che è il modo corretto di approcciare il pubblico, che sia di consumatori che sia di utenti.

    SI tratta della regola scoperta dagli americani ben prima della II guerra mondiale, che potremmo riassumere in una massima del presidente Mao che dice “servire il popolo”, ma nel libretto rosso c’è anche scritto che “per servire il popolo, occorre ascoltare il popolo”, vale a dire, in termini di marketing (ma anche politici e di law enforcement), che i canali devono restare aperti per capire la gente che vuole.

    Anzi, se si guarda agli studi di Eric Von Hippel del MIT sulla democratizzazione dell’innovazione, le aziende, oggi, non solo ascoltano (e in questo sono agevolate dalla rete), ma vogliono che i loro clienti più affezionati, (i brand lovers), portino idee al loro marketing che certamente non può conoscere tutto quello che avviene nelle case dei loro milioni di consumatori.

    Oggi si parla addirittura di marketing in real time, e proprio perché l’ascolto di milioni di consumatori è fatto tramite la rete.

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  28. Pingback: Il razzismo quotidiano | antonio:schiavulli

  29. non conosco twitter e i social non mi interessano, però la maleducazione è sempre maleducazione, in ogni luogo essa si possa estrinsecare, che sia twitter, lo stadio, la coda dal panettiere, il blog di galatea, oppure una carovana di mistici verso il kailasa

    ma, detto fra noi, io credo che il timore di fondo da parte dei grandi giornalisti non è quello di essere insultati, ma di essere scavalcati

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  30. @cannedcat
    Grazie, cc., sono completamente d’accordo con te.
    Ti dirò di più: nella mia esperienza professionale ho trovato ben raramente ditte italiane che diano spazio al feedback degli utenti sul loro prodotto, sia esso software o, tanto +, hardware.
    Sono arrivato all’esperienza assurda di chiedere un prodotto specifico al distributore esclusivo per l’Italia di una prestigiosa marca inglese di prodotti tecnici di laboratorio, e di sentirmi rispondere dal responsabile “non fa parte della politica della ns azienda importare questo tipo di prodotti: alle USL vendiamo questi altri, devono andar bene anche a voi della Ricerca” (dopo che gli avevo spiegato per bene perchè quelli non andavano bene).
    Unica soddisfazione: in qualche anno, con quella dirigenza, la ditta è fallita, mettendo però sulla strada dozzine di dipendenti. Purtroppo, è + facile farsi ascoltare da un americano, con l’oceano di mezzo, che da un concittadino.
    Povera Italia !

    Anonimo SQ

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  31. Bel post, brava!
    “Non si può piacere a tutti” ha scritto Barbara Bruzzesi. Come disse una volta Mourinho, criticato perchè a volte poteva risultare antipatico a qualcuno, “anche Gesù non era simpatico a tutti”.

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  32. @’povna
    Ma scusa, se i blogger sono tutti delle pippe, mi spieghi cosa ci fai qui?
    Leggi i giornali veri, quelli di carta e inchiostro, o i siti delle grandi testate, lì troverai di certo le risposte a tutte le tue domande. Invece di perdere tempo a fare inutili chiacchiere a margine di un post (ma non scherziamo), prova a scrivere una lettera al direttore del Corsera e aspetta, aspetta, aspetta….

    @galatea
    Hai semplificato troppo la questione dell’effetto Gialappa’s. D’accordo su tutto il resto, in particolare sul fatto che l’anonimato non è il punto.
    Un saluto.

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