Il cumulo del passato

C’è un momento, un momento preciso. Non sai quando arriva, ma di solito all’improvviso. Scoppia come la bomba di un kamikaze in mezzo alla folla: ti guardi attorno e non ti riconosci più. La tua casa, gli oggetti che ti stanno attorno. Gli armadi, i vestiti. Tutta quella roba che fino ad un attimo prima era tua, ed adesso ti pare quella di un’altra. Dove prima c’era il tuo mondo, ora vedi solo disordine, e caos.

Guardi li scaffali come se li vedessi per la prima volta. Per anni ti sono stati davanti agli occhi, ma ora li fissi, ad uno ad uno, come un paesaggio sconosciuto. Libri che non hai letto, nemmeno aperto, e perciò non sono mai diventati tuoi. Carte, montagne di carte, di lettere, di avvisi, di chissà che cosa. Oggetti, tanti. Che non sai più neppure a cosa servono, o che sono proprio inservibili perché rotti o spaiati da quel dì. Ma che hai tenuto con la logica del “non si sa mai, potrebbe tornare utile”, che è la forma più sublime di pigrizia, quella di non disfarsi dell’inutile per non dover fare la fatica di catalogarlo come tale.

Quando hai accumulato tutta quella roba, ti chiedi? Non te lo ricordi, non lo sai. Un po’ alla volta, come le pianure alluvionali, granello su granello, l’hai portata da te. E ora è lì, che ti è improvvisamente franata addosso come una slavina, ne senti il peso immenso, ti toglie l’aria. Ci sono maglie, foulard ancora con il cartellino, che hai comprato in un momento in cui ti sembravano imprescindibili, e indossato mai. Agende vecchie di millenni infilate nei cassetti, penne, pennarelli, lacerti di carte regalo reperti di chissà che Natali, commutatori e cavi di computer che ormai sono nel paradiso dei pc da decenni, ricaricabatterie di cellulari che non ravvisi nemmeno più. Lettere di uomini di cui non ricordi nemmeno più il volto, numeri di telefono di conoscenti che non rammenti più neanche dove hai conosciuto, fotografie sgranate e venute male che mai vorresti venissero fuori ma che non hai avuto il coraggio di distruggere.

Hai tenuto tutto con la bizzarra idea che non te ne potessi disfare, per questo strano pregiudizio che abbiamo che tutto ciò che tocchiamo anche per un attimo sia un ricordo e faccia parte di noi, ci definisca, ci spieghi. Per quel nostro immenso narcisismo che ci spinge a considerarci dotati di un tocco magico che rende unica ogni cosa sfioriamo, a cui dedichiamo un secondo di attenzione. E invece no, all’improvviso ti accorgi che tutta quella roba di te non fa parte affatto, non ti rispecchia, non è nemmeno tua. E’ come considerare amico chi ti incrocia per un attimo alla stazione mentre sali sul treno e poi scompare.

Il peso del passato che si trasforma in un cumulo, di oggetti, di carte, di cose. Ma non è il nostro passato, quello lì. E’ solo un cumulo di oggetti, senza senso e che non servono più. Tanto vale avere il coraggio di fare posto, e buttarlo via.

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10 pensieri su “Il cumulo del passato

  1. Vero. Verissimo. E si puó anche finalmente liberarsi chi quello che non serve, cioé tantissimo.
    Solo che ci sono due piccoli problemi:
    1) Quelli che vivono con te (se uno uno è fortunatamente single per scelta o di ritorno), parenti e conviventi che interpongono la loro smania di posseso alla tua voglia di fare spazio.
    2) Una volta fatta la scelta, c’è il rammarico che buona parte di quella roba non la vuole nessuno. Grasso che cola se qualche onlus viene a prendersi le ex reliquie o se una badante o una colf è disposta a mettersi addosso cose magari nuove ma fuori moda.

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  2. E’ la ragione principale per cui i traslochi sono faticosi ma alleggeriscono, in modo direttamente proporzionale.

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  3. @GF veramente non ho capito perché il tono sarebbe affettato e ridicolo. Se dovete insultare qualcuno degli altri commentatori, visto che siamo in casa mia, apprezzerei almeno che uno si sforzasse di scrivere uno straccio di motivazione articolata. O altrimenti, che se ne stesse in casa sua.
    @laimpertinente: beata te, io non riesco a ridurre ogni cosa solo alla politica.

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  4. Affettato?
    Artefatto, ostentato, manierato, ricercato, lezioso.
    Quale di queste definizioni è quella più adatta alla Sua critica?
    Artefatto?
    Scrivere è sempre un artefatto.
    E sull’artefatto ho scritto un intero romanzo.
    Questo paese vive nell’artefatto. Quando Galatea scrisse del 25 aprile come data in cui “ci” siamo liberati, stava citando un artefatto storico, visto che la lotta di liberazione ha riguardato pochi coraggiosi e sopratutto gli alleati che “ci hanno” liberato per loro interessi. E Ustica sta a dimostrarlo.
    Ostentato mi sempre pleonastico trattandosi di scrittura, cioé uno dei campi eletti dove la nevrosi da esibizionismo.
    Uno scrive per farsi leggere.
    Il giornalista o lo scrittore si “scopa” i suoi lettori, gli strupa l’anima, gli violenta il cervello, e quindi deve ostentare attrezzature culturali.
    Manierato e ricercato?
    La mia generazione aveva insegnanti che curavano ossrssivamente lo stile, il non ripetere parola e concetti, la ricerca della proprietà di linguaggio, il termine giusto per definire e la giusta musicalitá del periodo per accarezzare l’orecchio del lettore.
    La mia generazione ha subìto un imprinting culturale che non si puó rimuovere e quindi, almeno dalle tabelle di sopravvivenza, altri 15/20 anni dovete sopportarci. Però, visto che la Boldrini e Grasso sono per censurare la Internet, potremmo pure vietarla ai ‘maggiori di” o a persone che, da un esame di stile, siano troppo manierati.
    A proposito, c’è un sito che analizza lo stile di scrittura di una persona e lo paragona a scrittori famosi. Il sito funziona per l’inglese e il mio inglese in poesia pare sia simile a quello del Bardo mentre quello in prosa a quello di Joice.
    Sarebbe interessante sapere a cosa somiglia il mio stile in italiano.
    E infine “lezioso”.
    Che credo sia il meno indicato.
    Aspetto, sereno, ma sempre pronto a confrontarmi, delucidazioni, o forse è meglio ‘spiegazioni’ o un più cameratesco “ma che sta a di’”.
    Buon WE a tutti.

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  5. Come mi ci ritrovo! Però per me non vale l’ultima asserzione. Quel cumulo di oggetti lo sento ancora mio, purtroppo. Mi paralizzo e non riesco a fare spazio :-/

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