L’ordinatore di armadi, il compratore di Mercedes e altre figure della crisi a Nordest

«Su, dài, basta, andiamo a fare un giro di shopping, ti ci vuole!» dice Giulia con il tono perentorio che usa quando il giro di shopping, in realtà, ha voglia di farlo lei.

«E dove andiamo, Mestre?»

«Noooo, per caritàààà, non c’è nienteeee!»

«Venezia?»

«Nooo, scherzi, troppi turistiiii!»

«Allora Treviso?»

«Eh ecco, sì. Treviso mi piace, vengo a prenderti alle cinque.»

Alle cinque e mezza (Giulia ha sempre il quarto d’ora accademico cui si aggiunge un altro suo ritardo cronico di almeno dieci minuti) infatti è lì, sotto casa mia, con una 500 nuova di pacca sfavillante.

«Ma hai cambiato macchina?» chiedo, stupita.

«Sì, la mercedesina era vecchissima, ormai…»

Annuisco, conscia che per Giulia il concetto di “macchina vecchia” è da intendersi “con più di due anni”, e visto che la mercedesina, come la chiamava lei, è rimasta in carica per cinque, mi rendo conto che doveva sembrarle oramai paleolitica.

Treviso ci accoglie con la sua aria da bomboniera tirata a lucido, la gente che cammina fra i vicoli, le callette ed i canali, su marciapiedi dove non trovi una cartaccia per terra, anche perché, dato il numero di vigili, hai l’impressione che se ti scappasse di farne cadere una, ti fucilerebbero lì, seduta stante, per direttissima e senza processo.

È piena di gente, e di gente in gran tiro, perché è sabato pomeriggio e poi i Trevigiani sono così, come gli abitanti di tutte le vecchie cittadine di provincia: lo struscio non è un passatempo ma un’arte serissima, il clou dell’intera settimana; l’occasione sociale in cui non si può lasciare nulla al caso ed ogni dettaglio è curato con maniacale precisione. Così li vedi sciamare in gruppi, distinti in categorie sociali ed antropologiche ben definite: le famigliole giovani e ricche, con bambini bellissimi, biondissimi, vestiti con scarpine e felpette e magliette di gran firma, che costano come lo stipendio di un operaio, e vengono lasciati ruzzolare per la piazza sotto lo sguardo un po’ distratto di madri così magre da non sapere di dove possono averli partoriti, indossanti tacchi dodici di Gucci e borsetta di Prada. Si guardano in giro ridendo con mariti ed amici, che spippolano iPhone e Samsung fantascientifici, uno spritz in mano, fondamentalmente poco interessate della prole, perché tanto ci sono i vigili e poi nella piazza, come s’è detto, per terra, non c’è una cartaccia e manco una cacca di piccione, perché anche ai volatili Gentilini deve aver minacciato l’espulsione se si azzardano a sporcare lì.

Di lato, separati da una invisibile cortina sociale, un muro trasparente, gli altri, la media e piccola borghesia, fatta di uomini e donne un po’ meno belli e un po’ meno magri, con bimbi un po’ meno biondi, ma tutti in gran spolvero e con lo spritz d’ordinanza. Poi i capannelli di più giovani e giovanissimi, le impiegate al primo impiego, anche loro in tacco dodici e borsetta, ma di marche meno prestigiose, e i giovani maschi con smartphone di sottomarche; mancano i poveri e gli stranieri, come se una improvvisa ecatombe li avesse fatti scomparire: ma non è così. È sabato, e loro intasano i centri commerciali e gli hard discount della periferia, dove ci si litiga un parcheggio e si saccheggiano le pile di passata di pomodoro cinese in offerta perché in scadenza. Il centro è roba da ricchi.

«Dove vuoi andare?» chiede Giulia.

«Devo prendere degli ombretti. Da *****.» E cito il nome di un brand di cosmetici di poco prezzo. Giulia mi guarda perplessa, perché è abituata a comprare in profumeria solo trucchi di gran marca e quelli non li ha neppure mai sentiti nominare. Quando entriamo nel negozio, le si apre un mondo insospettato: osserva incuriosita la varietà di ombretti, eyeliner, matite per labbra, rossetti di ogni sfumatura possibile; li prova tutti con l’entusiasmo di una bambina in pasticceria, poi commenta: «Tre euro? Te li vendono per tre euro? Ma non sono neanche soldi!» dice, conquistata dal fascino dello shopping poveraccista, che mette di buon umore senza far sentire in colpa, persino in questi tempi di crisi.

Attorno a noi un nugolo di donne di ogni età, anche loro in frenesia da acquisto, provano, commentano, cinciottano, si guardano negli specchi, chiedono consiglio alle amiche, si riguardano, richiedono consiglio, mentre si sentono brani di conversazioni tutte uguali: «Lo prendo?» «Ma sì, lo prendo!» «E poi costa così poco!» «Già, tanto vale.» «E poi hai visto che Clio l’ha usato, l’altro giorno?» «Ah, sì, le stava così bene!»

Poi si sciama tutte alla cassa, soddisfatte, con i cestini pieni di pennarellini e pacchettini dagli improbabili colori sgargianti, ombretti e rossetti in nuance che non avresti pensato di poter usare mai, ma che tutte comprano perché nell’ultimo video di Clio su You Tube lei ha detto che invece si devono usare, e Clio Make Up, che è pure veneta, è ormai il punto di riferimento assoluto in materia.

Passeggiamo. La gioiosa marca è sempre gioiosa, piena di baretti e bacari ad ogni angolo che si svolta, con il fiume di gente che cammina, anche se si ferma a prendere al massimo un gelato. Ad un angolo ha un moto di sorpresa, non trovando un negozio: «Ma come, ha chiuso?»

«Sì.» dico io, e facendole notare in giro altri cartelli, che indicano svendite per cessata attività.

«Ah ma tanto non ti preoccupare, sono in centro, li riaffittano subito.» spiega lei, che pare non riuscire a vedere, dietro quel cartello “cessata attività”, commesse mandate a casa, famiglie senza più uno stipendio, imprenditori in crisi.

Giulia continua il suo slalom fra le vetrine, poi mi trascina dentro ad una boutique ricavata in una vecchia filanda restaurata, dove una commessa che pare Grace Kelly ci guarda entrare annoiatissima e poi si rimette a fissare il vuoto del salone, per nulla preoccupata del vuoto medesimo, anche perché, con quei prezzi, le basta aver venduto un capo per rientrare della giornata.

«Guarda che bello questo spolverino! Ti starebbe benissimo!» Dice Giulia.

«Cazzarola, ma hai guardato quanto costa? – replico io – Con quei soldi mi rifaccio tutto il guardaroba per due anni!»

Lei sta per gratificarmi di un “Uff! Sei la solita taccagna!” ma poi si ferma, come folgorata da un ricordo: quando le ho detto quanto guadagno al mese io, e lei è rimasta esterrefatta, perché il padre, medico, quella cifra lì la guadagna in un pomeriggio in studio, e Paolo, il suo compagno, avvocato consulente di grandi aziende, per quei soldi là manco alza il culo per uscire dall’ufficio. Così si trattiene, e mi sorride, perché Giulia non è cattiva, solo che non capisce come si viva senza stipendi da favola e soldi di famiglia; non è che non sappia che c’è la crisi, è che per lei è come la cultura maori: sai che esiste ma cosa sia davvero boh.

Quindi mi guarda un po’ imbarazzata e dice: «Vieni, dai, ti porto io in un negozietto dove troviamo qualcosa per te.» Così svolta un cantone, e mi fa perdere un in dedalo di callette, dove per caso orecchio i discorsi di due uomini sulla cinquantina che ci camminano a fianco: «Ah, ma no ti g’ha cambià la machina, sto ano?» «Sì, sì, me la togo el prossimo mese…» «E te g’hé tolto cossa? La grande de la Mercedes?» «No, quela più picenina… te sé, la crisi..

Entriamo infine in una boutique che però ha davanti un bel cartellone “Outlet”.

«Vedi? – dice cinguettando soddisfatta – qua ci sono le cose di firma ma scontatissime!»

Il commesso mi sorride, si fa vicino a Giulia, che evidentemente conosce: «E’ venuta per la nuova collezione?»

«Ah, ma ce l’avete?» fa lei, che sta guardano i capi lì, evidentemente dell’anno prima, come se fossero oggetti alieni e non indossabili.

«Sì, ma nel nuovo negozio, quello che apriamo qua di fronte la prossima settimana. Lì teniamo la nostra solita roba.» e sottolinea il “solita” con un sospiro, come se vedersi costretto a rimanere là dentro, fra quei capi passati di moda e destinati a chi deve comprare cose scontate fosse una penitenza immane.

Io, nel frattempo, mi sono infilata in un tubino da 80 euro, l’unica cosa ad un prezzo abbordabile. Il commesso mi viene vicino, dice un «Ma ti sta benissimo!» e poi comincia a tirare fuori una serie di giacche e foulard bellissimi, che sfodera dicendo: «Vedi? Con questo sarebbe magnifico, sarebbe un bijoux…» e li accosta l’uno sull’altro, sventagliandomeli vicino al naso, come se mi volesse far sentire il loro profumo di capo d’alta moda. Indovinandone il costo, cerco di schermirmi con gentilezza. «No, grazie, ma ne ho già uno simile, in armadio, anche se non so dove…»

«Ah, eh -fa lui con aria saputa – dentro gli armadi si trova di tutto! Pensa, io di mestiere faccio il consulente shopper, quindi prima vado a casa delle mie clienti e svuoto loro l’armadio, perché con questa crisi dico sempre che prima di comprare cose nuove bisogna riutilizzare quello che si ha… l’altro giorno a casa di una cliente, pensa, le ho ripescato tre foulard di Hermes e due paia di sandali di Jimmy Choo che non ricordava nemmeno di avere!»

Giulia annuisce, come se il problema le fosse ben noto, e fosse assolutamente normale avere così tanti sandali di Jimmy Choo e foulard di Hermes da poterseli allegramente dimenticare sul fondo di un cassetto. Io decido di prendere il tubino, tiro fuori la carta di credito, pago cercando di assumere l’aria di una che abitualmente li compra a prezzo pieno, e devo riuscirci, perché il commesso, sorridente, mi allunga il suo biglietto da visita: «Volessi un giorno una consulenza per mettere in ordine l’armadio e trovare nuovi outfit…»

«Ma come quelli del programma televisivo su Real Time?» chiedo io, curiosa.

Il commesso annuisce, ma aggiunge un po’ piccato: «Sì, ma io questo mestiere lo faccio da ben prima del programma televisivo, eh!»

Usciamo, si è fatta sera. Giulia propone uno spritz e poi una pizza, ma senza fare troppo tardi, perché il giorno dopo deve andare alla casa di montagna, a Cortina: sta per finire la stagione, sono le ultime sciate. Treviso ci guarda andare via con i suoi negozi scintillanti, i suoi commessi che fanno i consulenti per lo shopping, facendo recuperare alle clienti sandali da mille euro comprati solo due anni fa e gli imprenditori che devono contenersi nel cambiare la nuova Mercedes, mentre le mogli si rassegnano a due settimane nel resort alle Maldive, invece delle solite quattro.

E per loro la crisi è quella, lo so.

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16 pensieri su “L’ordinatore di armadi, il compratore di Mercedes e altre figure della crisi a Nordest

  1. E’ proprio vero, la crisi nella savana non colpisce tutti uguali.
    Prima intacca l’erba, con cui si nutrono le gazzelle, con cui si nutrono i leoni.

    Quando l’erba è un po ingiallita, le gazzelle un po patiscono a trovare il cibo, ma i leoni continuano come se niente fosse.

    Oggi abbiamo l’era praticamente secca, le gazzelle allo stremo, ma parecchi leoni ancora in circolazione.

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  2. A Treviso ho vissuto 25 anni. Mica si ricordano di quando, neanche tantissimi anni fa, avevano le pezze al culo e andavano a prendere i vestiti al mercato in Piazza del Grano, sti contadini rifatti! Città odiosa, ipocrita e codina.

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  3. La cosa più ridicola della faccenda è che i cosmetici li producono pochissime aziende al mondo, per tutti i marchi, da quelli di pochi euro a quelli griffatissimi.
    Così come le portiere delle macchine la cui chiusura viene tarata sulla marca perchè chi compra un’auto da 60 mila euro deve sentire un certo rumore da auto tedesca per continuare illudersi che sta comprando una cosa diversa da quello del più povero.
    È un po’ come negli eserciti, tutti la stessa divisa e i gradi come simbolo di gerarchia.
    Funziona finchè gli eserciti sono in pace.
    Ma in guerra i proiettili e le bombe non fanno distinzione e un colonnello finisce amputato come un soldatino qualsiasi.
    Anche i negozi in centro non saranno più riaffittati e le grandi aziende cui fare consulenza, spariranno fagocitate da aziende più grandi o semplicemente chiuse perché non le vuole nessuno.
    Gli italici stanno sparando le ultime cartucce.
    Dureranno un po’ più della Grecia e della Spagna, perchè le famiglie hanno più di 3.000 miliardi di euro da parte. Ma il capitale va fatto fruttare con produzioni a valore aggiunto che derivano dall’innovazione e dalla ricerca.
    Tutte cose che non abbiamo.

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  4. Esco da Padova in auto, è come allontanarsi da un luogo sicuro, un percorso a ritroso fisico ma soprattutto temporale. Arrivo a Treviso, paesetto troppo cresciuto ma che rimane comunque tale, luogo della mediocrità, di quella provincia ottusa e bigotta arricchitasi per errore. Treviso è vuota, priva di contenuto, come le persone, donne o uomini, etero o gay, che si attorniano di foulard hermès e scarpe jimmy choo per nascondere il vuoto interiore.

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  5. Io ho conosciuto diverse persone benestanti, tra cui una discendente di una antica casata nobiliare, che comunque fanno vita frugale, andando in giro su utilitarie e facendo la spesa ai discount.

    Del resto basta vedere Paperon de’Paperoni, per capire che esiste anche un discorso di flusso di cassa che risulta importante per accumulare ricchezza.

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  6. Eh, siamo proprio noi, il mitico Nord Est ! Brava Galatea !
    Comunque i trevigiotti son un po’ kitsch: non sanno che l’AUDI è mooolto più schick della MB ?

    Anonimo SQ

    PS: io, col mio stipendio, ho una Opel del 2001, comprata usata, con 185 000 Km e tutte le lucette di allarme che ormai si accendono sul cruscotto. Gli è che le loro usate son comunque troppo costose per me da mantenere. Grr…

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  7. Credo che ci siano poche città venete che i veneti detestino più di Treviso, e il tuo racconto rende benissimo l’idea del perché! In ogni modo grazie di aver nominato Clio Make Up, mi hai aperto un mondo!!! 😀

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  8. Ho la sensazione che funzioni un po’ dovunque nello stesso modo la seria arte dello struscio, ogni cittadella ha i suoi personaggi impermeabili… delle persone “tamburo”. Che sia Salerno, Treviso o Firenze, il sabato da struscio resta un’istituzione, nelle città più grandi, come Roma o Milano, si radunano nella case private che mettono a disposizione a turno, per dar sfoggio delle loro ambizioni, intrattenendosi in conversazioni ridicole snocciolando dettagli da star.
    Sono sempre imbarazzata di fronte a questi spettacoli, penso allo spreco, gente che avrebbe le possibiità di essere migliore, di applicarsi in qualcosa di più istruttivo dei tacchi di jimmy choo, avrebbe le risorse per comportarsi meglio, dando l’esempio, invece che continuare a convincersi che vivere per il proprio lusso irrispettosa del mondo sia sufficiente.
    Non voglio sembrare esagerata, anche io mi vizio e mi premio nel mio piccolo, ma credo ci sia un limite di buon senso e rispetto nei confronti del mondo, soprattutto oggi dove già il solo sapere che eventualmente si è in grado di viziarsi è un lusso in sé.

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  9. carissimi, io vivo a Treviso(centro storico) da 45 anni, certi giorni la trovo meravigliosa, certi altri le darei fuoco con il lanciafiamme… molti miei concittadini sono diventati tali solo perche’ hanno preso casa in citta’, convinti cosi’ di acquistare anche un po’ di classe… la maggioranza sono parvenue della specie peggiore, noi trevigniani doc li chiamiamo peoci refai (pidocchi rifatti) per la ripulitura rapida e superficiale che si sono dati… ma a Treviso non siamo tutti cosi’ grazie a Dio, ci sono persone splendide ed umili, semplici e con culture raffinatissime… purtroppo sono troppo pochi e messi in ombra da quattro bifolchi ignoranti che dalla loro hanno solo soldi ed ignoranza… spero, con le prossime elezioni del sindaco a maggio, che qualcosa cambi e che la mia citta’ che tanto amo ma che tanto vorrei ultimamente abbandonare, ritorni alla realta’ e non sia solo una bella e vuota confezione. Un abbraccio carissimo Galatea da Angelina Bhettany dal Montenegro

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  10. Pingback: Le blogger lo sanno… | Suprasaturalanx

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