L’Onorevole cattolicissimo, la famiglia, i cornuti e la propaganda elettorale

«Quella donna no

Nella mezza ombra del salotto di Villa Crespano le parole, pronunciate come un sibilo, paiono rimanere ferme nell’aria, giusto a metà strada fra il tavolo del Seicento con gli angoli dai ghirigori dorati cui è aggrappata, come una statua di sale in posa plastica, la signora Crespano e la poltrona dove è seduto, con aria pigramente annoiata, l’Onorevole.

«Zia, non essere melodrammatica…hai sopportato ben di peggio da Alfonso. Hai dimenticato la commessa obesa… come si chiamava… il Tricheco

La zia gli regala un’occhiata di pura fiele distillata: «Tu non capisci! Il Tricheco era gestibile! E poi lo sapevo che sarebbe durata un niente! Questa no. Questa dura da anni. E’ una stronza. Me lo mette contro! Me lo ha sempre messo contro! E io non la sopporto. Bisogna fare qualcosa!»

L’Onorevole sospira, mentre tiene fra le dita il suo piccolo rosario portatile, dono dei frati di di non ricorda più che eremo sperduto, e giocherella con le perline. Se c’è una cosa che lo infastidisce è questo ruolo che la famiglia, la zia specialmente, negli anni gli ha affibbiato, di sana guai in servizio permanente, soprattutto di quelli che combina il cugino, anche perché la dicitura “guai” nella mente della zia comprende categorie infinite, interi universi di scocciature ridicole, che però per la signora Crespano vengono tutte assunte al rango di catastrofi epocali. Così, nel tempo, l’Onorevole si è abituato a dover intervenire, con tutta la sua influenza di giovane politico in ascesa prima e di giovane politico saldamente asceso poi, per ogni singola pisciata fuori dal vaso del cuginetto biricchino: voti non esaltanti, marachelle al liceo, esami universitari difficili da superare, fidanzate da liquidare, ex moglie, amanti o ex amanti da convincere a ritirate silenziose e ben retribuite. Tutti gli inghippi banali di una qualsiasi esistenza, ma che nella visione della zia non possono far parte della vita di un Crespano perché i Crespano hanno biografie inappuntabili, e se per caso capita che qualche episodio non sia adeguato agli standard, si tratta di un banale errore, la colpa non è mai loro, è degli altri, e l’episodio va eraso, silenziosamente e alla svelta, perché non ne resti traccia nella memoria collettiva e personale.

Per quanto l’Onorevole si renda conto che si tratta di una visione malata, cristianamente sopporta il suo doverne essere l’alfiere ed il difensore, perché conscio che è quella di famiglia, e che è il prestigio di famiglia, costruito su quella visione, che gli consente di essere diventato ciò che è e di restarlo. Per cui, quando la zia chiama in preda ad una delle sue scalmane per l’ennesima stupidaggine di Alfonso, la ascolta, cerca di calmarla per evitare guai peggiori e poi interviene, consapevole che lo spendersi per sopire e coprire i disastri del cugino senza che il buon nome di casa ne abbia detrimento sono parte essenziale del suo dovere di buon cristiano e di uomo pio.

«E cosa vorresti fare? Precipitarti da lei a fare una scenata? Non mi sembra il caso, dài.»

«Parlaci tu, con lui, Ferdinando!»

Ferdinando si trattiene a stento dall’alzare gli occhi al cielo. Per esperienza sa già che ora la zia gli sciorinerà tutto il repertorio, anzi, lo sta già facendo: «Sei sempre stato il più maturo, il figlio che avrei voluto avere… tu lo sai come è Alfonso: non è cattivo, è debole. E’ schiacciato dal peso delle responsabilità, non sa sopportarle come te… e poi non ha la tua fede…»

Le dita dell’Onorevole, d’istinto, si stringono alle perline del rosario, come a cercare conforto e difesa in quello sgranare meccanico. Il volto della zia è diventato tutto occhi: occhi marroni, spalancati, dolenti come quelli di una Madonna disgraziata, provata da tragedie persino peggiori della Crocifissione, perché in fondo Cristo sì, era morto, ma la povera madre almeno non aveva dovuto prima sopportare una teoria infinita di fidanzate da tenere sotto controllo.

«Io non so…»

La zia gli afferra la mano: «E poi la famiglia! Ha un bambino piccolo, Ferdinando! Abbandonare così il tetto coniugale. Una sbandata per una commessa, via, è possibile da perdonare per la moglie, ma rimettersi con la sua ex fidanzata! Non sono cose che si possono parare giù.»

L’Onorevole vaga con lo sguardo fra i quadri del salotto, poco colpito dalla tragedia del naufragio di quella famiglia tradizionale, forse perché, da cattolico, ormai conosce solo famiglie così, sfasciate, come il suo matrimonio, del resto, cattolicamente conclusosi nel silenzio di una separazione non ufficiale che consente a tutti e due di fare la propria vita purché non vengano fuori pettegolezzi, senza che ciò abbia causato a lui un gran trauma, nemmeno elettorale.

Ma la zia non molla: «E poi anche lei, lo sai chi è, la conosci… cioè voglio dire…una comunista, un’esagitata, sempre in mezzo in politica, mai che si faccia i fatti suoi! E si era anche messa, pare, con il candidato sindaco del PD. Tu immaginati lo scandalo se si dovesse sapere che lo ha lasciato per Alfonso! Per la pietà, quel cretino prenderebbe un sacco di voti! Questi di sinistra adorano i perdenti e i cornuti.»

L’Onorevole sospira, questa volta per rispondere alla chiamata del dovere, certo, ma soprattutto perché l’ultimo argomento gli pare di una certa consistenza: «Be’ sì, certo, ci sono anche le elezioni…»

Un sorriso di vittoria balena e poi scompare subito sul volto della zia, che si ricompone un attimo dopo nella smorfia da madre afflitta, mentre la mano, implacabile, arpiona il polso del nipote: «Allora gli parlerai, vero?»

«Gli parlerò.» dice con il tono con cui il sacerdote pronuncia l’ite missa est.

«Oh, grazie, grazie! sapevo di poter contare su di te! – dice la zia, che quasi pare trattenersi a stento dal baciargli la mano che ha brincato, con presa a tenaglia, fra le sue – Tu certo saprai trovare le parole per arrivare al suo cuore, toccarlo con quelle frasi semplici che vengono dalla vera fede…» aggiunge ispirata, perché, quando ottiene quanto desidera, la signora Crespano assume immediatamente un tono a mezzo fra l’attrice da telenovela sudamericana d’accatto e il foglietto parrocchiale.

L’Onorevole schiva e si divincola dall’abbraccio che sta per piovergli addosso assieme ad una spruzzata di lacrime di commozione tremanti, pronte a cadere, stipate negli occhi della zia.

«Devo andare, perdonami, impegni pregressi…» taglia corto, sottraendosi ad ogni tipo di convenevole, e dirigendosi veloce verso la sua macchina, parcheggiata ad aspettarlo nel cortile della villa.

«Cazzo, ci mancava pure che si rimettesse con quella comunista! – chiosa, una volta solo sul sedile posteriore, parlando a sé stesso – E che molli per lui Nino, così il piagnone vince le elezioni per l’aura di cornuto che acquisisce. Ma ne combinasse mai una una di giusta, quel coglione di Alfonso!»

E gli altri insulti all’indirizzo del cugino si perdono nel rumore della berlina, che sfreccia verso Roma.

Al solito, è una storia di fantasia e non riguarda personaggi e fatti reali, poi è noto che gli Onorevoli italiani sono troppo seri e troppo presi dal loro alto mandato moraledi salvare il paese per badare a piccoli problemi personali di famiglia.

P.S. Per le puntate precendenti potete seguire i link nel testo o leggerle tutte nella Rubrica Alla periferia dell’impero

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Un pensiero su “L’Onorevole cattolicissimo, la famiglia, i cornuti e la propaganda elettorale

  1. ti è sfuggita una “c” di troppo su birichino. capita
    “fiele” si può anche declinare al f. ma è s.m.

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    ciao

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