L’importanza delle mazze da baseball nella terapia degli amori infelici

«Io gli spacco la testa

«Giulia…ti prego…»

«No, io gli spacco la testa davvero, stavolta. Prendo la mazza da baseball in soffitta, gli suono il campanello e gliela spacco, come avrei dovuto fare anni fa!»

Un flebile sospiro: «Non è colpa sua…»

«E non difenderlo, che sono incerta se spaccarla anche a te!»sbotta lei.

Mi guarda, accoccolata sul divano, aggrappata al cuscino. Si avvicina e mi abbraccia, materna.

«Ma tu un giorno me lo spiegherai cosa ci vedi in quell’idiota? Andiamo avanti così da sempre! Lui combina casini a nastro, non è mai riuscito a concludere un cazzo nella vita, ti ha fatto innamorare, tradito, lasciato, ridotto uno straccio, si è sposato con quella deficiente di Patrizia, ha mandato a puttane l’azienda di famiglia, il matrimonio. E ogni volta che ne combina una, anche se sono passati anni, niente: ti telefona e ricominciamo con questa odissea. Tu che corri a consolarlo, lui che resta con te per qualche settimana e poi, appena si rimette in sesto e gli passa la depressione, ti scarica di nuovo come una ciabatta vecchia, e a me tocca rimettere assieme i pezzi. Ma porca Eva, me lo spieghi perché ti devi fare così del male? Sei bella, intelligente, simpatica, hai sempre potuto avere tutti gli uomini che vuoi! Ma perché cazzo ti intestardisci con quel cretino! Che almeno fosse bello o figo, eh, ma è pure un cesso, bello lo vedi solo tu!»

Piango. Singhiozzi piccoli e timorosi, come se si vergognassero di uscire.

«E’ che stava così male…»

«Lui sta sempre male. Guarisce solo quando fa stare male te.»

«Ma avevo paura che…facesse una sciocchezza. Parlava come se si volesse fare del male…»

«E allora non deve rompere il cazzo a te, deve chiamare uno psichiatra. Uno di quelli bravi, e che si prenda in cura anche quella squilibrata di sua madre!»

«Lui non è cattivo…» provo ad articolare.

«No, ma è mona, è peggio!»

Il silenzio. Io che piango piano. Giulia che mi tiene la testa fra le braccia e mi fa delle piccole carezzine fra i capelli, come una mamma.

«Ma stavolta ha detto che è diverso…»

Giulia alza gli occhi al cielo: «Certo, è sempre diverso, ogni volta. Poi gli vengono i soliti ripensamenti e non si fa più sentire. Infatti non ti ha più chiamato, vero?»

«Ma magari non può…»

«Non può un cazzo! Quando gli serve, lo trova il modo di chiamare. Dammi il cellulare.»

Inorridisco: «Non lo vorrai chiamare tu!»

Scoppia a ridere: «No, se lo chiamo lo uccido a distanza con la forza del pensiero! Dammi il cellulare, che non voglio che lo chiami tu.»

«Ma il cellulare mi serve…»

«Ti do il mio, se devi chiamare qualcuno. Ma il tuo, con il suo numero in memoria, lo tengo io. E guai a te se gli scrivi, gli twitti o quel cavolo che fai te, eh. E adesso prendo le chiavi e andiamo due giorni su in montagna da me, in culo al mondo, e non telefoniamo o parliamo con nessuno. Che i se ciava tuti, ostrega

Guardo Giulia sconvolta. Non l’ho mai sentita parlare in dialetto.

Lei vede la mia faccia e scoppia a ridere: «Sì, che i se ciava! Lu, so mare, la so famegia e tuti quanti i omeni che ne fa star mal! Che i se ciava, ciava, ciava! Tuti insieme, anca!»

E ripete la frase a voce sempre più alta, ridendo, perché sentirla dire da lei, con quell’accento impacciato, rende il ciavar incredibilmente ridicolo, buffo, alla mente balza davanti l’immagine di un’orgia fantozziana, un porno grottesco di imbecilli intrecciati a caso, tutti con la faccia smarrita di chi si domanda “Ma che ci sto a fare qua?”

«Oh ecco, meno male che ridi, adesso!« dice Giulia, che veloce, prima che possa protestare, agguanta il mio cellulare e lo spegne. Poi si dirige verso lo sgabuzzino, fruga dentro ad un ripostiglio dell’armadio, recupera in fretta le chiavi della casa in montagna e un borsone da riempire alla bell’e meglio, con quattro maglioni e un paio di scarpe pesanti. A lato, in un vecchio scatolone sepolto nell’angolo, sbuca il profilo della vecchia mazza da baseball che le hanno regalato da bambina, e che lei tiene sempre a portata di mano, dovesse mai entrare un ladro. La guarda, mi lancia una occhiata di sfuggita, vede che ho smesso di piangere, sospira e chiude l’armadio. Ma mentalmente prende nota che è lì.

Dovesse mai servire, dovesse.

Al solito, è una storia di fantasia e non si parla di persone reali, e blablablà blablablà che già sapete tutto, vero?

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6 pensieri su “L’importanza delle mazze da baseball nella terapia degli amori infelici

  1. Veramente no, non sappiamo niente..
    Ma va bene così, è scritta in modo perfetto!
    Verrebbe voglia di leggere il seguito! Non per la storia in sé che è “una storia di fantasia e non si parla di persone reali, e blablablà blablablà che già sapete tutto, vero?” …bensì perché è scritta bene!

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  2. @H.Rouge: In realtà se segui il link ci sono le puntate precedenti della storia (le trovi comunque tutte nella sezione del blog Alla periferia dell’impero). E le prossime puntate con calma, arriveranno. 🙂

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  3. è ovvio che è una storia di fantasia, quel tipo di innamoramento lì al massimo è possibile solo intorno ai 14 anni

    però è scritto così bene che sembra vera

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  4. Marco Masini “Prendi una donna, trattala male, lascia che ti aspetti per ore. Non farti vivo e quando la chiami fallo come fosse un favore. Fa sentire che é poco importante, …”credevo non appartenesse al tuo “immaginario”, ma in ogni essere umano c’è Una dose di masochismo
    Evidentemente appartengo ad una categoria in estinzione. L’uomo giullare-:)))

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