La mania pavloviana degli auguri

Le manie sono quelle che ti fregano. Sono abitudini incanaglite. Non sai quando le hai prese, come i microbi del raffreddore: te le ritrovi addosso e non te le scrolli più.

Io per esempio odio le feste e le ricorrenze in tutte le loro forme, ma ho la mania degli auguri. Arriva la festa che odio, mi prendono i conati di malinconia, vorrei solo ritirami in casa, chiusa, e non sentire il mondo. Eppure, zàcchete, ci casco, devo fare gli auguri. Non mi sento a posto se non li faccio, per sms, attraverso Facebook, con una telefonata, con un piccione viaggiatore. Chissà in quale remoto angolo rimosso della mia infanzia devono avermi inculcato che le persone educate fanno così, e quindi io per un riflesso pavloviano lo faccio.

E’ lo stesso maledetto riflesso pavloviano che mi spinge a controllare chi me li fa. Guardo il display del telefonino, faccio il giro dei social e dei dm, per capire chi ha risposto. Soprattutto controllo se quelli che vorrei, magari, più che rispondere hanno inviato a loro volta auguri per primi, cercando di divinare da questo se mi vogliono bene, se nella loro testa sono un fantasma anonimo a cui si risponde con una frase preconfezionata o qualcuno di cui ci si ricorda per tempo e che non si può liquidare con un generico sms inviato in batteria.

Anche ieri stavo per fare così. Inviare messaggini, ad aspettare risposte, con questa forma di sottile masochismo che mi spinge in fondo a misurare me sulla base di come gli altri mi considerano, di quanto penso di valere per loro. E poi, prima di premere il tasto invio, mi sono fermata. E ho deciso che no, che non avrei inviato auguri, perché non sarebbero stati tali, ma prove da superare per chi li riceveva, e una spada di Damocle per me: un modo per iniziare l’anno con la solita ansia, con i patemi d’animo del “non ha risposto, non ha risposto in fretta, non ha risposto come volevo”.

Non ho inviato auguri e ho chiuso il telefono per non riceverli. Non farò la conta di chi mi risponde, e chi non me li invia o non si ricorda di inviarmi un saluto o me ne manda uno standard uguale a mille altri lo tratterò come tale, senza cercargli scuse o giustificazioni, senza tentare di recuperarlo pensando a qualche fallo da parte mia: uno che si merita un saluto standard, quando capita, anche per il resto dell’anno, e arrivederci. Ho deciso di provare ad affrancarmi da questa cosa di pensare che valgo qualcosa solo se valgo per qualcuno in particolare, di smettere di dipendere dai cenni e dalle dimenticanze altrui, di stare perennemente su questo ottovolante emotivo che è legato al capriccio di un manovratore distratto o indifferente a me.

Le manie sono abitudini incanaglite, e io di canaglie attorno non ne voglio. Almeno per un po’, e non oggi di sicuro.

8 pensieri su “La mania pavloviana degli auguri

  1. Non è un riflesso condizionato la mia risposta. Stavo leggendo le mail e mi è arrivato il messaggio del tuo scritto. Non so come né perché, e neppure cerco spiegazioni, ma ogni cosa che scrivi sembra un riflesso di ciò che il mio cuore sa e che né la mia lingua né la mano sa esprimere e scrivere. Ciò mi rende felice. Grazie sempre e comunque.

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  2. ciao galatea.. mi chiedevo se pensare ad una persona che non spedisce immediatamente un massaggio non ti vuole bene ??.. forse il problema è in te.. !! buon inizio ciao

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  3. Io, che sono più vecchia, ho già raggiunto la pace dei sensi: praticamente non me ne curo e mi limito a rispondere educatamente. Ce la si può fare, credi.

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  4. beh, tu ci sei sempre per me, anche se non mi conosci. e sarà così per tanti. sarai importante per tante persone delle quali neanche sai il nome.
    ti importa di questi tanti?
    cmq io odio le feste, e mi fermo al tuo “vorrei solo ritirami in casa, chiusa, e ” in casa ci resto e mi chiudo. solo che, purtroppo, i casini che fa il mondo, continuo a sentirli.
    e, per quello che vale, auguri!

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  5. carta e penna, galatea, ecco la soluzione

    c’è la stessa differenza come fra un mp3 e un disco in vinile, vuoi mettere?

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