L’Editore Accademico

L’Editore Accademico, quando arriva in facoltà, ha la faccia di uno che tutto ti aspetti che faccia, tranne l’editore: il volto abbronzato di chi passa la vita fra barche e cocktail, per esempio, abbracciato a modelle anoressiche ed altissime, non legge altro che gli sms sul cellulare e, se gli capita per le mani un libro, lo guarda stupito, non sapendo bene da che parte si apra quello strano oggetto.

Il fatto è che per lui l’editoria accademica non è un mestiere, ma un retaggio familiare: prima di lui sono stati editori accademici il bisnonno, il nonno e il padre. Sono così adusi in famiglia a trattare da tempo immemore con le università di tutta Italia e pubblicare i testi di cattedratici di fama che, alla fine, quando il testimone è giunto all’ultimo rampollo della stirpe, cioè il nostro Editore, i suoi cromosomi erano così imbevuti di Accademia da non giudicare necessario che lui si prendesse una laurea in qualcosa. Difatti non l’ha presa: il titolo di “dottore” con cui lo appellano lo ha ricevuto per osmosi, dopo tanti anni che bazzica per le facoltà.

Il suo materializzarsi di persona nello studio del Vecchio Barone oggi, però, già è sintomo di qualcosa di strano. L’Editore Accademico, infatti, di solito non appare, ma invita il Barone fuori, offrendo pranzi e cene che poi scarica con qualche artificio contabile dalla tasse dopo averne debitamente gonfiato i costi. Stavolta invece è qui, proprio qui, convocato lui dal Barone, e non viceversa. Lo incrocio nell’atrio con addosso un impermeabile firmato gocciolante di pioggia, sotto braccio un giornale che non legge, e la solita abbronzatura da yachtman stampata in volto, ma che non riesce a nascondere un pallore sottostante nervoso e tirato.

«Il professore mi aspetta! Mi ha detto che posso rivolgermi a lei! » dice, vedendomi nel corridoio, con un che di imperioso ma anche lievemente impacciato, perché non gli è mai capitato di dover fare anticamera, e quindi non ne conosce bene le consuetudini e le convenzioni.

Una voce da dentro lo studio del Barone echeggia:

«Francesco, eccoti, prego, entra! Dottoressa, è lì? Bene, venga dentro anche lei!»

La mia convocazione all’interno assieme a lui lo lascia del tutto spiazzato e perplesso, perché di solito, agli incontri con il Barone, gli allievi non sono ammessi; se ci sono poi graziose fanciulle, esse hanno solo una funzione meramente decorativa, ed il tacito accordo è che si smaterializzino con la scusa di andare a rifarsi il trucco alla toilette non appena loro due devono parlare di cose serie.

«Guido, sai, dovevamo parlare di quei finanziamenti…per il tuo saggio…» comincia infatti con tono circospetto e ammiccando di nascosto a me, quasi a far capire al Barone che bisogna cacciarmi fuori, perché queste son cose che si discutono fra uomini.

«Lo so benissimo di che dobbiamo discutere. – taglia corto il Barone con una voce che pare una sciabola – Ho visto il preventivo che mi hai inviato per l’edizione cartacea del libro e per  ‘sta cosa….l’ebook. Per questo la dottoressa è qui.»

Identificandomi improvvisamente come qualcosa di diverso dalla solita fanciulla-soprammobile, l’Editore Accademico mi getta in tralice un’occhiata preoccupatissima.

«Qualcosa che non va nel preventivo?»

«Qualcosa che non va? E’ semplicemente folle! In pratica vuoi che ti finanzi con i miei fondi di ricerca tutte le copie che stampi a cartaceo, e pretendi anche un contributo per fare l’ebook, quando, come mi ha spiegato la dottoressa, te lo diamo già corretto, impaginato e pronto, e tu devi solo caricarlo sul tuo sito e venderlo! Ma mi prendi per grullo?»

«Ma Guido, come potrei mai? Sai, nel mondo dell’editoria ci sono costi invisibili, poi i saggi come il tuo dan prestigio per il tuo nome ma si vendono pochino, c’è il rischio che del cartaceo non copriamo nemmeno i costi… e poi la promozione…»

«Non tirarmi fuori le solite balle! I costi li recuperi altamente, tanto ogni facoltà ti ordina almeno due volumi per le Biblioteche dei Dipartimenti, e poi verrà adottato dai colleghi nei loro corsi obbligatoriamente per gli studenti, e tu lo vendi ad un prezzo tale che ti ricuperi l’investimento con solo tre copie vendute! E quanto alla promozione, non farmi ridere: le presentazioni te le faccio gratis e nelle varie facoltà, a costo zero. Come al solito.»

«Sì, ma sai, il formato elettronico ha le sue caratteristiche peculiari…»

«Cazzo dici? Se sei stato tu che hai fatto pressioni perché ti costava meno? Mi hai presentato un conto manco lo dovessi far copiare a mano da un monaco medioevale!»

«Be’, possiamo limare qualche costo, certo… ma comunque tu hai sempre coperto le spese di edizione dei libri con i tuoi fondi di ricerca, in passato…» ricorda l’Editore Accademico, mellifluo.

Il Barone lo fissa dritto negli occhi, con uno sguardo che nessuno si vorrebbe mai vedere addosso: «Sì, appunto, in passato, Francesco. Il problema è che adesso non posso farlo più, han tagliato i fondi. Non ho soldi per finanziarti le tue edizioni patinate, né ‘sta cazzata di edizione elettronica. Ti posso fornire quello che prevede il contratto ufficiale: il libro già editato, le presentazioni gratis in giro e basta. A piazzarlo e venderlo per guadagnarci, stavolta ci devi pensare tu! In fondo è quello che fa un editore.»

Sotto l’abbronzatura da yachtman l’Editore Accademico sbianca come un cencio vecchio: «Ma Guido, tu lo sai che è impossibile! A queste condizioni non riuscirei più a guadagnare nulla! Non vorrai mica che rescinda il contratto! Chi pubblicherebbe i tuoi saggi e la tua rivista di facoltà? Credi di trovare qualcuno disposto a farlo gratis?»

Il barone ghigna: «A quanto mi ha spiegato la dottoressa, non ne ho bisogno. Guadagnar nulla per guadagnar nulla, facciamo l’edizione ebook del libro da soli,  a costo quasi zero, e anche la rivista, e la mettiamo consultabile e scaricabile in rete, direttamente. Con quello che risparmio, mi tengo i fondi di ricerca per altro. Per far ricerca, per esempio.»

L’Editore Accademico smette di sbiancare e diviene paonazzo: «Tu vuoi la morte dell’editoria accademica! Chi garantirà la qualità di quello che viene pubblicato, con questo fai da te?»

«La qualità accademica la garantirò io, come al solito, e quella formale noi, sempre come al solito, tanto sono anni che ti passiamo file ed articoli già corretti, smazziamo le bozze gratis e facciamo noi il lavoro di redazione! Ci serviva una stamperia e tu quello garantivi, ma a quanto pare ora costi troppo e non servi più, Francesco. Se vuoi tenere i contratti per i miei libri, presentami una offerta accettabile, nuova. Altrimenti quella è la porta e arrangiati, perché tieni presente che se non ho più fondi io per la pubblicazione figurati se altri qua dentro riescono a trovarli. Ripeto: noi ti diamo il materiale e tu lo vendi. Il tempo delle vacche grasse mi sa che è finito qua.»

L’Editore Accademico si guarda in giro, si volta verso di me, cercando un qualsiasi punto di appoggio, ma non ne trova.

«Io.. io…voi non capite…non è possibile lavorare così.. Guido… – ma dato che i suoi balbettii cadono nel vuoto e la faccia del Barone è più che mai simile ai bassorilievi delle chiese medioevali, immobili e spietati, capitola – Oh, va bene… mi consulterò con l’amministrazione, vedrò cosa si può fare… ma sappiate che così mi strangolate, l’editoria non ce la farà a sopravvivere in queste condizioni…»

Si alza, se ne esce quasi sbattendo la porta: è un uomo distrutto. Questa cosa che ora, da editore, dovrà trovare il modo di vendere davvero i suoi libri non l’aveva mai messa in conto, eh.

E’ un racconto di fantasia che non mette in scena fatti, editori o contratti reali. Siamo in Italia, figuratevi se qualcuno mai ha pensato di lucrare attraverso fondi pubblici sull’editoria universitaria, suvvia.

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4 pensieri su “L’Editore Accademico

  1. Beh, almeno i tagli ai fondi a qualcosa servono; se non altro, a togliere quell’odioso sorriso da iena che campeggia sulle facce senza vergogna di certi imperterriti arraffoni. Consolante.

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  2. Applausi a scena aperta. Qualcosa del genere è successo davvero nelle scienze, su scala mondiale: Elsevier sta tentando di far cambiare idea ai firmatari, ma (per le ragioni da te spiegate) non ha molto successo.

    @lector: finché i fondi di ricerca vengono assegnati *contando* le pubblicazioni anziché valutandole, i tagli incoraggeranno la quantità e non la qualità della produzione, visto anche il livello delle riviste considerate scientifiche.

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  3. sicuramente la direzione è quella delle pubblicazioni in digitale puro (tanto anche i cartacei in fondo sono lavori digitali cui si aggiunge la stampa alla fine…)

    il problema del potere delle riviste accademiche è un po’ complesso, perchè scrivere su una certa rivista o su un’altra determina differenze di carriera, ma io non sono dell’ambiente per cui non posso riportare dei «sentito dire» di logiche che comprendo poco

    come grafico e collaboratore di progetti editoriali debbo dire che l’avvento degli e-book è anche una magnifica opportunità per chi sa usarla, e mi pare che galatea da qualche parte abbia scritto anche sulla faccenda che un pdf è cosa ben diversa da un e-pub

    sta per cambiare davvero il mondo dell’editoria, anche perchè secondo me con i nuovi mezzi sarannog li autori, se li sanno usare, i veri beneficiari

    certamente rimarrà un’editoria di qualità, ma non certo connessa alle logiche corporative di cui è pregno il mondo accademico

    comunque, caro lector, i tagli a volte sarebbero utili, ma non per potare, ma per estirpare proprio certe piante del tutto inutili, secondo me

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  4. @–>Damigiana

    Di una di quelle riviste raffigurate nel link a cui rinvii, conosco perfettamente il direttore responsabile, quasi tutti i membri del comitato di redazione e almeno il dieci per cento di coloro che pubblicano. Per certi versi, un valido contributo professionale, ma, da qui ad attribuirle dignità accademica, ci vuole proprio un bel coraggio.
    E’ per questo che le università diventano ogni giorno sempre più scadenti.

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