La solitudine del Faccendiere

Lui non è abituato così. Cazzo, no non che non è abituato. E si è abituato a tutto, in tanti anni di questa vita. Ne ha ingoiati, di rospi. E anche di vera e propria merda. A palate, mica a cucchiai. Ne ha fatta anche ingoiare, quando ne ha avuto l’occasione. Ma quella è un’altra storia: la merda che fai ingoiare agli altri va in un diverso settore della contabilità.

Però a questo, no, non è abituato. Cinquanta minuti. Cinquanta stracazzo di minuti che quell’avvocato lo sta facendo aspettare. In sala d’attesa, seduto su una poltroncina che sarà anche un mobile di design, ma è scomoda da asfaltarti le chiappe.

Si guarda attorno. La segretaria nell’atrio continua a battere su una tastiera del pc che pare foderata di ovatta, e di tanto in tanto bisbiglia una risposta a chiamate così silenziose che devono telefonare solo fantasmi, in quello studio di merda.

Ci ha provato, venti minuti fa, a chiedere quando sarebbe stato ricevuto.

«L’Avvocato è in riunione, la farà entrare appena sarà possibile.» è stata la risposta della Vestale dai Tasti Ovattati, che gli ha nel contempo ammanito uno sguardo così gelido da fargli risuonare nella capa, riaffiorato da chissà dove, un “e più non dimandare”, orecchiato  ai tempi della scuola, quando la sua stracazzo di professoressa di Italiano gli diceva che era un teppista e non avrebbe combinato nulla nella vita.

Così ora è seduto in pizzo di sedia, su quella cazzo di sedia scomoda, e cinciona il suo iPad, fingendo di leggere documenti che invece apre, sfoglia e richiude senza neppure guardare, perché la coda dell’occhio è lì, fissa sulla porta di legno massiccio, cinquecentesca, che resta ostinatamente chiusa.

Trrrackk. Si apre, all’improvviso, con un lugubre suono di catenaccio da porta dell’Inferno.

«Il signor Malicardi? Entri!» dice, ma in verità ordina, l’Avvocato, che lo fissa, come se stesse guardando un curioso esemplare di lombrico sotto il vetrino, con gli occhi slavati di chi considera tutti lombrichi, e l’universo un vetrino da laboratorio poco interessante.

«Sì, dunque, l’interrogatorio con il giudice è fissato per domani… – spiega con voce monocorde, mentre, sedutosi alla scrivania, pesca alcuni incartamenti da una pila infinita – lei deve solo rispondere alla domande su questi fondi che l’Onorevole ***** risulta averle girato senza alcuna giustificazione scritta, e che venivano usati… venivano usati…»

«Per spese della campagna elettorale!» completa Malicardi, con voce decisa, quasi con una punta di tracotanza.

L’Avvocato alza gli occhi dalla pila di fogli: «Sì, certo… spese per la campagna elettorale…» commenta con una leggera ma ben avvertibile sfumatura di ironia, mentre gli allunga una ricevuta di alcune migliaia di euro per alcune cravatte su misura, e un’altra per completi e pantofole, tutti cuciti a mano in un atelier della Capitale.

Malicardi la rigira fra le mani, come se bruciasse: «Be’ dobbiamo pur comparire al meglio, quando andiamo in tv…»

Gli occhi dell’Avvocato pare che si sbiadiscano ancor di più, fino a diventare quasi trasparenti: «Lei non è mai andato in tv, Malicardi.»

Malicardi sente risalirgli nella gola un groppo così grosso che per un attimo pensa quasi di non riuscire più a respirare: una poltiglia di lacrime e rabbia impastate assieme al caffè della mattina, la sola cosa che è riuscito a bere e gli è rimasto nello stomaco. Vorrebbe mettersi ad urlare, a smaniare, a gridare a quel pomposo cialtrone rottoinculo che non si deve permettere di trattarlo con tanta boria, solo perché ha una cazzo di laurea in legge e lui no, e ora lo hanno chiamato di fronte al giudice per un giro di tangenti, e lui deve riuscire a pararsi il sedere. Vorrebbe dirglielo, che lui, Malicardi, è uno che conta, che ha sempre contato, che ha toccato il potere da vicino, e lo maneggia di continuo, e non può mica farsi prendere per il culo così, da un avvocaticchio spocchioso che se la tira perché si fa pagare centinaia di euro al minuto, euro che peraltro lui, Malicardi, ha. Ma si sente solo dire, con voce da checca isterica: «Io ci sono sempre in tv, vicino all’Onorevole, anche se non mi inquadrano!»

L’Avvocato alza gli occhi slavatissimi e lo fissa per un attimo, un attimo solo, poi biascica un:«Certo, certo,» poco convinto, di quelli che si dicono ai pazzi per farli stare buoni.

E Malicardi, seduto in pizzo di sedia dentro al suo completo di alta sartoria e alle sue scarpe fatte a mano pagate con i rimborsi elettorali, si sente, non capisce perché, per la prima volta nudo, senza potere, senza difesa, senza argomenti, e senza neppure una inquadratura della telecamera, in qualche programma televisivo, che dimostri la sua reale esistenza in vita e testimoni la sua importanza.

«Va bene, cazzo, mi dica come ne usciamo…» dice con voce rotta, incerta.

L’Avvocato tira fuori dalla pila un voluminoso incartamento: «Vabbe’, si metta comodo, ora proviamo a vedere…Signorina, porti due caffè.»

Malicardi sospira. Sarà lunga, e, ora lo ha capito bene, non è detto che se ne esca.

3 pensieri su “La solitudine del Faccendiere

  1. L’assonanza di quella “Vestale dai Tasti Ovattati” con le “Vergini dai Candidi Manti” di goliardica memoria è meravigliosa. Vale da sola un applauso.
    (Devo assolutamente ricordarmela la prossima volta che vado da un notaio di mia conoscenza, con la segretaria insopportabile. D’ora in avanti l’appellerò così, poi, prima di morire – spero tra moltissimi anni – le spedisco una lettera con la spiegazione)

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