Le cose che riporti dal mare

Le cose che riporti indietro dalla spiaggia hanno un’aria spaesata. Entrano in casa come se non fosse loro, una dimensione avversa in cui non hanno un posto proprio, un senso. Assieme ai granelli di sabbia, si portano addosso la tristezza di chi sa che, dopo un frettoloso passaggio in lavatrice, le attendono mesi nel fondo di un armadio buio, nell’angolo di un cassetto dimenticato, in cui le ficchi tu, piena di senso di colpa e di un vaga rabbia.

Non li vuoi vedere più fino a fine maggio, quei costumi colorati, quegli asciugamani su cui ti sei stesa fino al giorno prima: ti fan venire il magone. Rappresentano la vacanza che non c’è più, i giorni di sole, il mare, il tempo senza impegni, i libri letti mentre le onde ti carezzano i piedi, i bagni improvvisi per stemperare il calore, e non ci sarà ancora per un intero grigio inverno fatto di lavoro, di impegni, di routine.

Le cose che porti a casa dal mare le odi per il resto del tempo che non è estate, perché con il loro esistere ti sbattono in faccia questa suprema ingiustizia, incomprensibile alla logica: che la vacanza, nella nostra vita, è solo l’eccezione.

5 pensieri su “Le cose che riporti dal mare

  1. cara galatea, vedrai che prima o poi qualcuno scrive che gli insegnanti di vacanze ne fanno anche troppe, rovinando così un thread di buona caratura estetica e pregnante significanza

    lo scrivo io, così da depotenziare l’abusato tema

    passiamo alle cose serie:

    la vacanza, nella nostra vita, è solo l’eccezione

    frase interessante, giacchè la vacanza è un accadimento recente, più frutto dell’organizzazione capitalistica del lavoro che reale umana esigenza

    non dovrebbe esservi rigida demarcazione fra i momenti che si vive, se non legata alle esigenze del riposo fisico e, soprattutto, della celebrazione collettiva, della «festa» popolare, qualcosa di ben più nobile e profondo di una vacanza odierna, troppo individuale e, se collettiva, addirittura ridicola

    personalmente lavoro tutto l’anno, in quanto come artigiano non posso rifiutare il lavoro quando capita, e un po’ mi arrabbio e un po’ mi piace

    al mare, ci vado lo stesso, nei ritagli di tempo, fino ad ottobre inoltrato

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  2. ammazza, certo che la prendi proprio male la fine dell’estate tu, eh? può darsi che uno dei motivi sia proprio l’abusato tema di cui al commento precedente il mio, ovvero i due mesi di vacanze filate. mi ricordo da ragazzo, il rientro a scuola era ben più traumatico del ritorno al lavoro oggi, e sicuramente uno dei motivi era che quando hai 2-3 mesi di vacanza consecutiva, tornare a scuola era una crudeltà e generava un jet lag devastante. non è dunque assurdo pensare che questo trauma, che per gli noi altri termina una volta diventati adulti, perchè al massimo si hanno 3 settimane di ferie consecutive, ritorni ogni anno per voi insegnanti, perchè in fondo i ritmi scolastici, che noi abbandoniamo dopo i 18 anni, per voi sono una costante che vi accompagna fino alla pensione

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  3. Io, invece, ci vedo un messaggio subliminale in quella conchiglietta affiancata agli slippini.
    Ma si sa, sono solo un vecchio sporcaccione che ancora non ha scritto un diario. 😉

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