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Io, quando ogni quattro anni leggo il solito articoletto o post, che viene fuori puntuale come una carie a Ferragosto, in cui il moralizzatore di turno si duole perché le Olimpiadi sono diventate quello che sono, cioè un vile mercato di atleti dopati che aspirano alla carriera politica, pronti a trasformare il successo sul podio in uno scranno in Parlamento, mentre i politici usano le gare come una passerella per acquistare popolarità a buon mercato, e invece quelle antiche, oh, quelle antiche erano una festa di pace e di sport disinteressati, nata sotto la protezione degli dei e senza secondi fini, mi metto a ridere. No, anzi, mi sbellico proprio. Se c’è un uomo cui andrebbe data una medaglia per l’abilità con cui ha creato e divulgato nel mondo moderno la favola olimpica, questi è De Coubertin. Un genio nel riassemblare e rivendere a noi uomini d’oggi il cartonato di uno spirito greco che amava lo sport per lo sport, la competizione scevra da competitività, le gare slegate dalle pastette e dall’ambizione nazionalistica degli Stati.

Ecco, ma raccontiamole un pochino queste belle Olimpiadi antiche, patria del fair play. Quelle, per dire, dove i giudici venivano sistematicamente corrotti, tanto che ormai gli scandali e le commissioni d’inchiesta non si contavano più. Quelle dove gli atleti non erano dopati, no. Ma ogni tanto fioccavano squalifiche per bevande e diete sospette, propinate da allenatori senza scrupoli. Allenatori che erano vere e proprie star, tanto da acquisire fama in tutta la Grecia, come il buon Pitagora, che è passato per noi alla storia quale matematico e filosofo, ma ai tempi suoi doveva la sua popolarità presso il grande pubblico per essere colui che curava la dieta degli atleti di Crotone, celebri per le loro continue vittorie nelle gare del pugilato.

Una carriera sportiva, allora come oggi, era un buon viatico al successo politico in patria. Ben lo sapeva Milone, pugile crotoniate, genero di Pitagora. Dopo le vittorie olimpiche divenne capopopolo a Crotone. Venerato come un dio, fu nominato capo dell’esercito nella guerra contro Sibari e si presentò bardato con una pelle di leone come un novello Ercole. Usò la sua celebrità per oscurare il principe spartano Dorieo, che i Crotoniati stessi volevano affidare il comando supremo delle operazioni militari, in quanto Spartano e quindi provetto tecnico, nonché amico di un altro pugile olimpionico di Crotone, Filippo di Butacide. Vinse il rivale, Milone, e anche la guerra, partendo da quel lauro che Olimpia gli aveva messo in capo.

Non contavano gli sponsor, no. Infatti non a caso la gara più seguita era quella dei carri da corsa, dove però non vincevano gli aurighi, che erano professionisti prezzolati, ma chi pagava fisicamente il carro e i preziosi cavalli, costosissimi in quanto spesso importati da terre lontane. Si fondavano carriere politiche folgoranti sulla vittoria nella competizione. Metà dei tiranni o aspiranti tali di Grecia aveva cominciato così: i tiranni di Sicione, ad Atene Megacle degli Alcmeonidi e lo stesso Alcibiade dovettero l’inizio del loro potere ad un lauro conquistato per interposta persona, ad una corsa.

E la politica, poi, per carità divina! Le beghe e le guerre erano escluse dai giochi, venivano messe a riposo per lo spazio dedicato allo svolgimento delle gare. Ben lo sapeva Lisia, il celebre retore d’Atene, che durante i giochi pronunciò il suo famoso discorso Olimpico, in cui elogiava lo sport, ma nel contempo aizzava i suoi concittadini contro Dionigi di Siracusa. Il risultato fu un tumulto improvviso, con le tende e l’accampamento dei Siracusani presenti devastato dalla folla inferocita e fuori controllo.

Quindi, diciamolo, sono proprio le Olimpiadi moderne che fanno schifo, per intrallazzi politici, doping, nazionalismo becero. E’ il mondo contemporaneo che ha corrotto tutto, anche il sano e pacifico spirito olimpico greco, interessato solo allo sport e alieno dalle beghe del mondo. Bisogna tornare ai bei tempi di allora, eh.

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