Wikipedia, il sapere maschile al 91% e le donne che si annoiano del femminismo da cortile chiuso

Io ogni tanto leggo dei post e non capisco. Per esempio questo, sulla 27ora, blog femminile e “femminista”, che ha avuto il pregio di lasciarmi incerta. Incerta, cioè, se affliggermi perché non ne comprendo il senso (e quindi devo avere qualche serio limite oggettivo io), o incazzarmi a morte, perché quello che mi pare di capire e desumere lo trovo piuttosto offensivo.

Già il titolo, onestamente, mi lascia piuttosto perplessa: Wikipedia, un sapere al 91 per cento degli uomini. Il post lamenta infatti che su 100 collaboratori di Wikipedia 91 siano uomini, e quindi, desume acutamente Camilla Baresani, il 91% degli articoli siano scritti da loro. Il che, persino a me che di matematica ricordo poco, sembra un pelino azzardato, perché, anche se le donne sono solo il 9%, non è detto che anche il numero complessivo di voci da loro prodotte sia equivalente al 9%; magari può essere più alto, perché può essere che le donne scrivano di più o producano più voci. Non so, è un’ipotesi, bisognerebbe vedere i dati. Ma decidere che comunque il 91% degli uomini di Wikipedia produca automaticamente anche il 91% delle voci presenti mi pare un bel modo per rinfrancare un vecchio pregiudizio: quello che le donne non capiscano molto di numeri.

Il problema che mi pongo, però, è un pochino più complesso di un mero errore nel calcolo. È che, con tutta la buona volontà, da donna, non riesco bene a capire cosa possa voler dire che “il sapere” è al 91% degli uomini. Se su 100 collaboratori 91 sono maschi, questo non vuol dire che siano “detentori” del “sapere”, o che il “Sapere” sia maschile. Significa semplicemente che ci sono più maschi che donne che scrivono voci di Wikipedia su qualsiasi argomento li interessi o di cui si ritengano esperti. Questo non significa che su Wikipedia, dato l’abbondanza di redattori maschi, ci siano solo voci che interessano argomenti “maschili”. O meglio, quello che non riesco proprio a capire – e sarà un limite mio, per carità – è esattamente quale sia il discrimine che potrebbe autorizzare a definire un argomento o una voce come di interesse prettamente “maschile” o “femminile”. Forse che la teoria della Relatività è maschile perché l’ha scoperta Einstein e la radioattività invece femminile perché l’ha scoperta la Curie?

Leggendo il prosieguo dell’articolo, infatti, ho provato un vago senso di disagio, tipo orticaria. La Baresani cita infatti un esempio di mentalità “maschile” applicata in Wikipedia il fatto che il giorno delle nozze di Wiliam e Kate una redattrice avesse immediatamente immesso una voce relativa all’abito da sposa della neoduchessa, ed un altro redattore, ovviamente maschio, gliela avesse cassata subito dopo come ininfluente. La Baresani si scaglia contro questa forma di censura, bollandola come “maschilista” e lamentando il fatto che sull’enciclopedia ci sono voci altrettanto ininfluenti, come quella relativa alla tredicesima stagione di South Park. Che, par di capire, resta perché evidentemente fa parte della “cultura maschile”.

Questo è stato il punto in cui ho cominciato a non sapere se non capivo bene, o capivo troppo bene e avevo un qualche motivo di incazzarmi. Perché io, sinceramente, pure se sono donna (giuro), mi sento profondamente disinteressata all’abito di Kate Middelton – di cui a stento ricordo la faccia e figuriamoci cosa si mette addosso – mentre ho sempre seguito con passione le puntate di South Park, per tacere di quelle dei Griffith e dei Simpson. Per cui, al pari del rigido redattore maschio che ha cassato la voce sull’abito di Kate, forse avrei considerato pure io quella specifica voce assolutamente inutile (magari suggerendo di trasformarla, eventualmente, in una postilla alla voce sulla biografia della neoduchessa, se proprio si voleva scialare), mentre mi sentirei offesa se qualcuno cassasse la voce dei miei cartoni animati preferiti, che sono peraltro un importante fenomeno sociologico di costume.

Mi lascia piuttosto perplessa, del resto, che una femminista ragioni sotto sotto come i maschilisti più beceri di una volta: se si inalbera perché viene cassata una voce su un abito di nozze della duchessa Vattelappesca perché quella voce rappresenta la cultura “femminile” su Wikipedia, è come se dicesse, implicitamente, che gli “argomenti” di cui una donna può occuparsi quando scrive una voce di enciclopedia sono questi qua: gossip, abiti da sposa, moda, cucina e romanzi rosa, mentre tutto il resto, dalla teoria quantistica ai fumetti della Marvel, sono patrimonio della “cultura maschile”.

Si darà: ma no! La Baresani mica vuol dire questo! Sei tu che massimalizzi! Poche righe più tardi, infatti, si lamenta perché le voci dedicate alle scrittrici sono più corte di quelle dedicate agli scrittori, e implicitamente invita le donne a rimpinguarle. Il che pone un problema assolutamente affine a quello posto poco sopra, anche se su un piano lievemente più alto. Ma perché solo per il fatto di essere una donna, io dovrei essere interessata a leggere o a scrivere voci su scrittrici femmine? Cioè, spiegatemi: se sono donna, devo per forza leggere scrittrici e trovarle geniali? Ma che è?

Personalmente, nel mio olimpo personale di autori di riferimento, di donne ce ne sono poche, diciamo quasi nessuna. Non è che posso farmi piacere Saffo più di Archiloco perché Saffo era una donna, per dire. E lascio tutta la Wolf per due righe di Celine o di Nabokov. Non sono nemmeno tanto convinta che esista poi davvero una scrittura “femminile” e una “maschile”, perché ho sempre pensato che se uno è in grado di creare un grande personaggio (cioè un personaggio che funziona ed è credibile) non ha più importanza se lui che scrive sia uomo o donna: travalica comunque i confini del sesso di appartenenza, è semplicemente un essere umano che è in grado di leggere i caratteri altrui, capirli nel profondo, ricrearli.

Per me rispettare le donne davvero vuol dire questo: trattarle alla pari, non concedere loro alcun bonus di pietismo legato al loro sesso di appartenenza e neanche rinchiuderle nel recinto chiuso e asfittico del “pensiero femminile”. Che mi ha sempre dato l’impressione del cortiletto chiuso: finché stan là dentro, sono bravine, povere femminucce, poi fuori c’è la vita vera, ma non possiamo mandarle allo sbaraglio là, sono donne, in fondo. Non l’ho mai accettata neppure per me nella vita, questa idea: se ottengo qualche risultato, voglio che sia perché mi sono confrontata con gli uomini ad armi pari. Tra l’altro, a batterli così, da donna, c’è molta più soddisfazione.

Quindi, ecco, non riesco bene a capire il post della Baresani. Quando dice che le donne devono intervenire di più su Wikipedia e che Wikipedia dovrebbe avere più voci di sapere “femminile”. Primo perché se le donne non diventano redattori di Wikipedia avranno i loro buoni motivi (il mio è che scrivere voci di enciplopedia mi annoia), il secondo è perché non riesco proprio a capire cosa dovrebbe essere il “sapere femminile”, ma se è quello che pare, un recinto chiuso in cui si parla di argomenti che si pensa possano piacere alle donne e di autrici donne, be’ sono la prima a dire che, da donna, lo trovo mortalmente noioso.

Ma, del resto, stando alle statistiche io non faccio testo: perché al contrario della maggioranza delle donne in internet non compro vestiti, produco contenuti scritti e non posto quasi mai foto, e Pinterest, anche se ce l’ho, mi fa solo sbadigliare.

Magari la spiegazione più semplice è che sono un uomo.

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18 pensieri su “Wikipedia, il sapere maschile al 91% e le donne che si annoiano del femminismo da cortile chiuso

  1. Eccellente! Il femminismo ha prodotto molte cose importantissime, e qualche “mostro” come questi accessi di massimalismo della “giornalista” (o cos’altro non so…). E’ purtroppo una mentalità ancora diffusa.

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  2. La Wolf o la Woolf? A me piacciono entrambe :).
    Ricorderei inoltre alla Baresani che le donne su internet spesso e per buoni motivi si nascondono sotto uno pseudonimo maschile, come Currer Bell e i suoi fratelli Acton e Ellis.

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  3. c’è una sola specie homo sapiens, che contempla il maschio e la femmina, come molte altre, del resto

    la cultura, appartiene alla specie

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  4. Ho un account wikipedia che non uso. Sono entrato a vedere. Ci sono 3 possibilità per il genere: “maschile”, “femminile” e “non specificato”. Da me non è specificato. Immagino sia il default. Nella maschera di creazione dell’account di wikipedia non viene chiesto il sesso. Ergo il sesso lo si deve dichiarare a posteriori nel proprio profilo. Dire che il 91% dei collaboratori sono maschi e il 9% femmine significa che tutti abbiano dichiarato il proprio genere dopo essersi iscritti AND che tutti abbiano detto la verità. E poi, come dici tu, bisogna vedere chi scrive veramente e cosa scrive.

    Ha senso questo tipo di statistica?

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  5. Fra l’altro la storia della diversità di genere non l’ha posta Wales, ma Mary Gardiner fondatrice dell’Ada Initiative e non ha detto che il 91% degli editor sono uomini *e quindi* il 9% degli editor sono donne. Ha detto il contrario:

    http://en.wikinews.org/wiki/Wikimania_2012_tackles_diversity_issues

    Cioè che il 9% degli editor sono donne. E quindi il 91% dei contributori dovrebbero essere uomini oppure persone che non hanno dichiarato il sesso. Inoltre la Gardiner ha anche detto che nella versione inglese le donne editor sono il 10-15%, e qui si scopre che sono stime. E in Italia? Il top degli edit lo detiene una donna: Ary29. (che si tradisce nel suo profilo dicendo che è stata elett*a* “admministratore”.) Tanto per dire.

    Siccome poi wikipedia è maschilista, quest’anno la questione dei contributi femminili ha aperto la conferenza di Wikimania 2012. E l’ha aperta proprio Mary Gardiner.

    La storia del vestito, poi, è ripresa nell’articolo ed è stato un tema sollevato proprio da Wales, che, se non ho capito male, difendeva nella discussione proprio la presenza di quella voce. Uno @#! maschilista, come si può notare.

    Lo so che è diventato un luogo comune, ma se si va avanti così veramente le peggiori nemiche delle donne sono le donne.

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  6. Ho letto un romanzo della Baresani, l’ho trovato maschilista, mascherato di finto femminismo. Non mi stupiscono i tuoi commenti

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  7. Pingback: La questione di genere nel web 2.0 « Ilcomizietto

  8. Ti do ragione e ti segnalo la battaglia sull’utilizzo non sessista della lingua italiana. Con perle tipo “autora” invece che autrice. P.S. Attenta che potresti diventare anche tu un’icona dell’antifemminismo, se ti esprimi così criticamente… 😉

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  9. Ti prego, Lame, ce l’ho già sotto casa il gruppo di femministe arrabbiate che mi odia perchè ad un dibattito ho detto che “assessora” “ingegnera” e “professora” io non li userò mai! 🙂

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  10. Invece di esagitate in tuta mimetica che ogni giorno sparano a sagome di cartone membrodotate, ci sarebbe più bisogno di pensieri lucidi alla Lameduck e Galatea negli “spazi del sapere femminile” o forse negli “spazi del sapere e basta”. Questo è poco ma sicuro…

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  11. scusate, sono, presumibilmente, donna, ma cos’è Pinterest? (temo che avrei tagliato via i polpastrelli seduta stante alla “scienziata” che si è peritata di commentare subito l’abito di quella Kate lì).
    p.s. continua così, per favore

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  12. Pingback: Daje all’icona | Informare per Resistere

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