Il senso del Tg2 per l’emancipazione femminile

Ieri sera, tornata a casa cotta dalla spiaggia, sono arrivata giusto in tempo per beccare la coda del Tg2, visto che gli altri telegiornali erano finiti. Coda si fa per dire: erano le nove e un quarto, quindi il tg dovrebbe essere stato appena a metà.

Non so cosa avessero mandato in onda prima, ma quando ho aperto c’era un servizio sulla fattoria del Papa sui colli romani, con doviziosa e lunga disamina su quanto Sua Santità sia affezionato alle caprette e quanto buono sia il miele delle api papali. Subito dopo, un accorato appello per i cagnolini sofferenti, con di striscio un’immagine di Maria Vittoria Brambilla intenta ad abbracciare un levriero abbandonato, per i quali levrieri abbandonati, ci ha informato l’inviato sul campo con tono da corrispondente di guerra a Bagdad, esiste una apposita associazione, che si occupa di facilitarne l’adozione, perché anche fra i cani ci sono distinzioni sociali, e mica si può mettere un levriero abbandonato nella stessa categoria di un bastardino dagli incerti antenati, signora mia, orsù.

Ma il capolavoro sono stati i due servizi successivi, dedicati alle donne della musica, e volti a dimostrare, parole del giornalista, come negli anni l’emancipazione femminile abbia fatto grandi passi in questo settore. La prima a venire citata è stata Tina Turner, la quale, a detta del servizio, dopo essersi fatta conoscere in coppia con il marito Ike (nessun accenno al fatto che la massacrasse anche di botte, eh), ha avuto una carriera solistica folgorante. Dovuta però, pareva di intuire da quanto veniva raccontato e mostrato, alla sua “grintosa sensualità”, visto che era tutto un elogiare le sue trasgressive minigonne, piuttosto che le canzoni. Seconda Aretha Frankling, signora del soul. e definita la “più grande di tutte”. Strano allora che a lei venisse dedicato in tutto mezzo minuto, forse perché non aveva immagini in minigonna da mostrare.

Sempre per sostenere, testuali parole, che nella musica ormai l’emancipazione femminile è un dato di fatto, la seconda parte del servizio illustrava le donne della canzone italiana, dicendo che le nuove leve ormai avevano la strada spianata perché le cantanti odierne non sono più confinate nelle posizioni basse della classifica. A dimostrazione di questo successo una immagine di Nina Zili che si arrampicava su una scalinata in tacco dodici, barcollando, poi un primo piano di uno sguardo ammiccante della Zili stessa, e della Zili nemmeno una nota cantata, non sia mai.

Ma il servizio proseguiva implacabile, sostenendo che questi successi delle donne emancipate oggi erano dovuti a quelle loro colleghe che in passato si sono battute per aprire la via. Chi? L’esempio citato era Raffaella Carrà. Raffaella Carrà? Non una Mina, una Caterina Caselli? No, la Carrà. Che con le sue canzoni “trasgressive” e ammiccanti ha aperto la via all’emancipazione femminile nella canzone italiana. Quindi, per coronare il teorema, veniva intervistata l’ultima vincitrice di Sanremo, Emma. La quale, alla domanda se nel mondo della canzone ci fosse ancora una latente maschilismo (non han detto “latente” nel servizio, per carità, che la gente con certe parole si spaventa), ha risposto, serissima: «Ma qualche volta l’accusa di maschilismo è anche un modo per nascondere che non si hanno…non si ha il carattere per fare questo mestiere.» L’esitazione fra “hanno” e “ha” ho il sospetto sia stata dovuta al fatto che stava per dire “non si hanno le palle”, immagine femminilissima in sé.

Ecco, io, che non sono certo una femminista arrabbiata ma una donna normale sì, stavo davanti alla tv a bocca aperta, pensando a ragazzine di quindici, sedici anni che vengono su con servizi simili, e imparano quindi che l’emancipazione femminile è fatta da cantanti famose solo per aver indossato una minigonna, canticchiato qualche canzoncina maliziosetta ed ammiccante ballando il tuca tuca, e che se poi qualche donna si lamenta del troppo maschilismo nell’ambiente di lavoro la verità è che non ha abbastanza carattere per farcela, e nasconde con le lagne femministe le sue carenze.

E mi ha preso un magone che non so, mi ha preso.

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7 pensieri su “Il senso del Tg2 per l’emancipazione femminile

  1. mah… io manco da un po’, ma quando sono andato via nessun (nessuna) quindicenne guardava la televisione la domenica sera, e soprattutto raidue. tranquilla.

    @ lafrangia ammazza che orrore…

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  2. in un mondo che è maschilista, il maschilismo non si avverte perchè è lo sfondo ambientale

    è il femminismo che, seppur in dosi omeopatiche, ogni tanto, raramente, affiora

    hanno vinto loro, i maschilisti, è inutile prendersela oltre il dovuto

    ogni tanto del femminismo hanno nostalgia, perchè dei nemici sconfitti, si ha sempre nostalgia

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