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Quando intervengo, il flame è già scoppiato da mo, e il fulcro della discussione è questo: X, simpatico giovanotto, ha attaccato Y per un suo post contro il politico Z: Il post, a dire di X, è stato scritto perché Y è da tempo é notoriamente “collaboratrice” di un certo Gruppo Editoriale, che le passa finanziamenti occulti per alcuni eventi di cui è organizzatrice.

Y, visto che la baruffa sta andando avanti da decine di commenti, ha già passabilmente le scatole girate, e ne ha ben donde: ha scritto e ribadito più volte al simpatico giovanotto che lei non è in alcun modo legata da nessun rapporto di collaborazione con il Gruppo Editoriale, e che questo non la paga. Per cui avverte X, il simpatico giovanotto che continua a trollare, che sta passando il segno: se ripete ancora una volta che lei collabora e prende soldi dal Gruppo Editoriale, o posta anche le prove delle affermazioni fatte o scatterà una denuncia per diffamazione.

Il simpatico giovanotto (chiamiamolo da ora in poi, per brevità, “Il Trollino”) dice che non ha problemi a farlo, e porta come prova il fatto che alcuni post di Y scritti negli scorsi mesi sono stati linkati in articoli di giornali del Gruppo Editoriale: dice quindi che questo basta a dimostrare che Y è una collaboratrice del Gruppo stesso.

A questo punto, anche perché Y sta veramente per perdere le staffe, intervengo io, cercando di spiegare al Trollino (si è prof dentro, è inutile) che con “collaborazione giornalistica” nel mondo reale si intende qualcosa di ben diverso dal fatto che occasionalmente un giornale possa linkare qualche tuo post: gli ribadisco quindi che un rapporto di collaborazione giornalistica implica un contratto scritto e retribuito, per cui ci si può definire “collaboratori” di un giornale solo ed esclusivamente se la Redazione ti commissiona un articolo e questo viene poi pagato in base a quelle tabelle prestabilite che l’Ordine dei Giornalisti fa. Tutto il resto, compreso persino tenere un blog sulla piattaforma di un giornale (e non è il caso di Y) non è una “collaborazione”, ma, nella migliore delle ipotesi, volontariato.

Glielo ribadisco perché, da come scrive, il Trollino penso che che abbia al massimo vent’anni, quindi gli accordo tutta la simpatia collegabile alla giovane età (anche se una vocina nel mio cervello mi ricorda, la carogna, che a vent’anni io già scrivevo per il mio giornale, e quell’abc che gli ho ripetuto lo avevo dovuto imparare o il mio caporedattore mi avrebbe preso a calci nel sedere), e ad al fatto che di certo lui non fa il giornalista per mestiere, per cui può sfuggirgli che accusare qualcuno di “prendere soldi da un Gruppo Editoriale” senza uno straccio di prova e solo perché lo hai desunto tu in base ad indizi ridicoli non solo non è “giornalismo”, ma è diffamazione.

A questo punto il Trollino, se fosse furbo, potrebbe sparire nei recessi del web zitto e mosca, che è sempre la tattica migliore quando, come si dice in gergo tecnico, ti accorgi di aver pestato una cacca. Invece no. Incurante del fatto che non riesce a produrre una sola prova (ma neanche un vago indizio) del fatto che Y venga pagata dal Gruppo Editoriale, attacca me, spiegandomi che lui, tanto per cominciare è giornalista, che collabora da anni con varie testate e che esistono anche collaborazioni gratuite, perché se un giornale linka un tuo post questo implica di per sé che tu sei un collaboratore del giornale, e anche se non ti pagano in quattrini, ti pagano però con la “visibilità”. Lo dice con un tono che ha tutta l’arroganza della gioventù, ma anche, purtroppo, la sincerità di chi è davvero convinto di quello che scrive. E di tutto, è questo che più mi preoccupa.

Un rapido giro per il web, infatti, (visto che si firma con il nome reale) mi ha permesso di controllare in due minuti che il Trollino _ il quale ahimè non è un ventenne come immaginavo, ma abbondantemente trentenne – non risulta iscritto a nessun albo (almeno non ne trovo traccia), né come professionista né come pubblicista, dell’Ordine dei Giornalisti di NessunDove. Ora, con tutto che io per prima considero l’obbligatoria iscrizione all’albo una stupidaggine di retaggio fascista, è però vero che in Italia, per ora, per definirsi “giornalista” questo ci vuole: l’iscrizione all’albo. Quindi, per prima cosa, mi verrebbe da spiegare, con il tono conciliante di una vecchia zia, al Trollino, che mi dispiace, ma scrivere articoli linkati qua e là (peraltro da due o tre siti che non sono nemmeno testate on line, ma altri blog) non è sufficiente per dichiararsi “giornalista”. Se vuoi, puoi dire che sei “blogger”, visto che almeno per quello non è ancora previsto un albo professionale, ma giornalista no; e non è una distinzione di lana caprina, perché un giornalista è uno che di parole vive e deve usarle per dare le notizie, quindi lui in primis per definirsi deve saper trovare quelle giuste.

Subito dopo mi verrebbe anche da spiegare al Trollino perché nessun giornale serio on line ha mai linkato un suo post (o gli ha proposto di collaborare davvero con una redazione): perché i suoi post non sono “giornalismo”. Sono delle divagazioni di migliaia di parole sul nulla, in cui labili coincidenze – raccattate leggendo post di altri blog – sono spacciate per prove, i pretesi indizi si rivelano in realtà zoppicanti suggestioni, tutti gli scritti mancano di sintesi, sono zeppi di divagazioni infinite in cui lui continua a costruire senza una straccio di prova teoremi campati in aria. Contravvengono insomma a tutte le regole delle cinque W e anche di qualche altra W, nonché ai banali fondamenti dell’argomentazione logica basata su qualche fatto. Il mio vecchio caporedattore, se il Trollino si fosse presentato da lui per chiedere di collaborare, dopo aver letto questa roba e avergliela smontata parola per parola, gli avrebbe caldamente ed onestamente consigliato di cambiare in fretta mestiere, perché anche le ambizioni vanno commisurate con le reali capacità, e il Trollino, per come argomenta, in un giornale serio non riuscirebbe, appunto, a scrivere manco gratis.

Infine mi verrebbe da puntualizzare al Trollino che anche se uno è giornalista, anzi proprio per questo, non può andare in giro nel tempo libero a lanciare su Facebook accuse di cui non ha le prove (non dico che non siano magari vere: ma un giornalista questo fa, parla quando ha le prove per dimostrare quello che sostiene), perché il giornalista è come il prete, è sempre in servizio; e, per giunta, che è una strana idea di giornalismo e di etica del mestiere quella che ti permetterebbe di postare in giro su Facebook accuse campate in aria contro un’altra persona rea di aver solo delle idee politiche diverse dalle tue.

Poi però mi fermo e rileggo quello che mi ha scritto e che continua a scrivermi, con quella che lui pensa essere sferzante ironia derivata dalla sua superiorità morale. Soprattutto è il tono con cui lo scrive, che, ripeto, mi sembra sincero: è davvero convinto, il Trollino, che giornalismo sia quella roba che fa lui, e nel modo in cui lo fa lui, tanto che piccato mi risponde che io vivo fuori dal mondo, perché è normale scrivere gratis su “giornali” e considerarsi per questo loro collaboratore.

E allora, in parte – in minima parte – l’incazzatura mi sbolle. Perché mi rendo conto che il Trollino, con tutto che ha trent’anni e quindi dovrebbe riuscire a svegliarsi un po’- è però cresciuto in un mondo in cui gli hanno fatto credere che le cose vanno proprio questo: che “fare giornalismo” sia aprire un blog in cui scrivi senza alcun controllo i tuoi deliri infiniti, commentando le notizie del giorno di politica, economia, cronaca orecchiate in giro, con la spocchia di un editorialista, ma senza averne la preparazione settoriale specifica né la gavetta alle spalle (comprensiva di smadonnamenti quotidiani con i capiredattori che ti urlano: «Riscrivi! Correggi! Controlla! Cita la fonte!»); che uno diventi “giornalista” per aver pubblicato quei suoi quattro deliri e che comprensivo del mestiere sia poi attaccare, con informazioni fasulle o totalmente inventate, i nemici “politici” ricoprendoli di fango, con la versione in sedicesima del “metodo Boffo”. Ed infine che uno possa considerare il proprio mestiere “fare il giornalista” anche se siti e blog o anche testate per cui collabori non ti danno un soldo, ma “visibilità”, laddove la mia mamma, che non è giornalista ma donna di buon senso venuta su dalla guerra, mi ha sempre detto che un mestiere è dove ti pagano, tutto il resto è un passatempo.

Il Trollino, povero tesoro, è figlio di quest’epoca qua, rappresentante perfetto di una generazione paurosamente allo sbaraglio, cui nessuno ha insegnato i fondamentali del mestiere (come si scrive un pezzo), ma neppure le nozioni minime legali per farlo (cosa si può scrivere e cosa no, quali sono i limiti oltre ai quali rischi una querela, quali sono i tuoi obblighi e quali però anche i tuoi diritti). Il Trollino tutto questo lo ignora: gli han fatto credere che erano cose “vecchie” ed inutili, anticaglie dei tempi passati, che nel mondo moderno non vanno più. E lui ci ha creduto, si sente “libero” ed indipendente, non rendendosi conto che non solo non ha un vero mestiere in mano – perché trovare gente che scrive fuffa uguale alla sua non si fa fatica in ogni cantone del web – ma che per giunta è condannato a rimanere ciò che è, un sottoproletario dell’informazione sfruttato e fregato, perché lavora per gente che sui suoi scritti, per quanto mal combinati, ci lucra, ma riceve in cambio, come un accattone, solo qualche spicciolo di presunta “visibilità”.

E così il Trollino, con tutto che ti verrebbe da assestargli qualche poderoso calcio nel sedere (e nelle risposte glielo assesti) ti fa anche tenerezza, anzi una tristezza infinita: perché anche ai tuoi calci nel sedere risponde con spocchia, e non capisce che glieli stai dando per cercare di svegliarlo un po’, che sarebbe ora. Ma non si vuole svegliare, in fondo, e magari non è nemmeno colpa sua, non ha gli strumenti. Continuerà così, credendo di essere un genio incompreso, a “collaborare” gratis e a dire che è “giornalista”, salvo poi piangere nel buio della sua stanzetta perché nessuno riconosce i suoi alti meriti, ed il suo impegno, ed addossare la colpa del suo mancato successo planetario a cricche che tramano contro di lui. Mentre la realtà più banale è che lui non sa fare quello che vorrebbe, e, se resta ciò che è, quello che potrà ottenere, purtroppo, è anche tutto quello che davvero si merita.

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