Il Soratte e i blogger

A Stefano e Franca. Grazie, eh.

Ci ho messo due giorni a capire che era lui. Il Soratte, intendo. Un po’ perché sono distratta e poi non era coperto di neve, un po’ perché i nomi dei posti che studi nelle letterature antiche alle volte ti sembra impossibile che esistano ancora davvero, e siano ancora lì.

Eppure avrei dovuto pensarci che s’era fra i monti della Sabina, e la Sabina è davvero un posto magico; non nel senso banale da depliant turistico, ma nel senso di arcaico, affascinante come un incantesimo ancestrale, persino con qualche sfumatura inquietante; perché c’è la campagna laziale sempre un po’ aspra, il fogliame verde scuro, l’umidore del Tevere che sale alle cinque del mattino su dal fiume e si scioglie al sole, inerpicandosi per la valle, come fumo che vola via. Fra le anse dell’acqua, le querce e le strade sterrate che si inerpicano ai casolari, dove i vitelli muggiscono con una voce profonda, i cani ti guardano pigri ma con l’occhio vigile, distesi nel mezzo dell’aia, ti sembrerebbe normale vederti sbucare fuori da un cespuglio Fauno, o domandare indicazioni al Dio Tiberino, per vederlo sbuffarti di rimando e rispondere: «E per chi cacchio mi avete preso, per una google map? Tutti a chiedere dove dovete andare, voi e quell’intronato di Enea!»

Che strano posto, la Sabina. Con i contadini che non parlano romano, ma reatino, che ha una cadenza tutta sua e più arcaica; i borghi che paiono dipinti di ocra, alla sera, mentre, tra le pietre stratificate le une sulle altre dai tempi degli Etruschi, danzano le lucciole. Che strano posto per venirci a festeggiare i sei mesi di un portale che parla di marketing e su cui tu scrivi, e che è tutto proiettato sulle nuove tecnologie e le aziende e le strategie da new economy, mentre la old economy, anzi quella proprio antica, è lì a pochi metri da te, con le mucche dalle corna a mezza falce che ti scrutano da dietro il recinto, il cavallo che si impianta perché ha paura dell’abbaiare dei cani, le orchidee selvatiche che fioriscono ai lati del sentiero ed il sole che tramonta fra i tetti e sparisce dietro ai profili dei monti.

Che strano posto, la Sabina, con i suoi nomi di rocche millenarie, Fidene, Caspena, che vengono fuori direttamente dai versi di Virgilio, come anche pare gli alberi, le anse del fiume, le fronde scure che attanagliano ogni cosa e ti fanno sentire lontano da tutto anche se Roma con il suo traffico e le sue stazioni è lì dietro.

Che strano posto, la Sabina. Un viaggio nel tempo. Io mi sa che ci torno.

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21 pensieri su “Il Soratte e i blogger

  1. Grande Galatea! condivido ogni parola… l’incontro costante tra il vecchio e il nuovo, tra passato e presente, la riscoperta di atmosfere, identità e tradizioni che solo certe zone trasmettono.
    Ps: e soprattutto felice di aver condiviso la riscoperta della terra sabina in tua compagnia, ed in compagnia di persone grandiose! 😉

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  2. Sì, vabbène tutto, la Sabina è stupenda. Ma perché ho come l’impressione che tu, Galatea, sempre col dovuto rispetto, non sia stata esattamente in Sabina? In effetti alcune cosette non tornano proprio.
    1) Nessuna terra o borgo a destra del Tevere, almeno nel Lazio, risulta o è mai risultata appartenere al territorio comunque inteso della Sabina. In effetti, la destra laziale del Tevere o è provincia di Viterbo o è una parte della provincia di Roma che nessuno chiama Sabina (Riano, Fiano, Castelnuovo di Porto, Rignano Flaminio, Capena, Morlupo, ecc.).
    2) Per questa ragione sia il Soratte, con Sant’Oreste, che Capena (forse la tua “Caspena”) non sono Sabina. Definire poi “monti della Sabina” la zona teverina del Soratte, a dire il vero e senza far torto ai suoi ragguardevoli 691 m, fa un po’ sorridere. Anche (ma non solo) perché il “monti della Sabina”, quelli veri, col Terminillo arrivano a superare nettamente i 2000 m. Per tale circostanza è anche molto più facile ammirare loro innevati, che non il simpatico Soratte. In effetti, per vedere “ut alta stet nive candidum Soracte” occorre attendere che nevichi anche qui a Roma.
    3) La parte della provinicia di Roma che viene comunemente considerata Sabina sta comunque a sinistra del Tevere (Magliano, Montelibretti, Palombara, Montecelio, Marcellina, Sant’Angelo Romano, ecc.) e termina ragionevolmente ben prima del Comune di Roma o almeno del Grande Raccordo Anulare.
    4) Per questa seconda ragione nessuno si sogna di considerare Sabina il territorio di Fidene (all’interno del GRA, sulla via Salaria, a una decina di km dal Campidoglio, Municipio IV del Comune di Roma), borgata comunque intensamente abitata e afflitta come tutte da inenarrabili ingorghi di traffico (“Roma con il suo traffico e le sue stazioni è lì”, senza “dietro”). Insomma non si tratta esattamente di “un posto magico (…) nel senso di arcaico, affascinante come un incantesimo ancestrale”. Un luogo “con qualche sfumatura inquietante”, invece, quello sì, quello lo direi un po’ anch’io, seppure trattasi di un quartiere di gente onesta e lavoratrice.
    5) La Sabina c’entra poco anche con Enea. Il suo Latium stava un bel po’ più giù.

    Ah, un’altra cosetta: fuori da Roma e immediatissimi dintorni, nessuno parla o ha mai parlato il romano o romanesco che dir si voglia. I romani veraci di una volta, quelli che non ci sono più, chiamavano aristocraticamente “burini” gli abitanti di fuori Roma, anche se molto vicini, e li riconoscevano subito dalla parlata (è uno scherno questo di antica consuetudine e che, dalla caduta di Roma in poi, in molti, troppi, financo gli stessi “burini” hanno inteso reiterare e perpetuare).

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  3. A me il territorio raccontato da Top Ganz fa venire in mente il copione “fuga da Spinaceto”, di cui parlava Nanni Moretti in Caro Diario. Dev’essere un vero inferno, perfino privo del conforto di una qualche neve rinfrescante, ove l’orizzonte è interrotto da qualche collinaccia che solo gli improvvidi scambiano per un monte. Oh: tutto questo, nonostante la gente “onesta e lavoratrice”, sia chiaro. State bene, inchino e baciamano alla padrona di casa.
    Ghino La Ganga

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  4. @ Sig. Ghino La G.
    Io non ho “raccontato” alcun territorio. Al massimo ho parlato di Fidene – quartiere periferico o borgata di Roma sita ove s’ergeva l’antica Fidene sottomessa dai Romani – accennando al fatto che essa non è Sabina perché, fra l’altro, ha ben poco del caratteri fascinosi che Galatea attribuisce alla Sabina. E aggiungendo che anch’essa, come un po’ tutta Roma, è afflitta dal proverbiale traffico. In ogni caso, non credo proprio di aver scritto alcunché che possa evocare sfondi catastrofistici del genere “Fuga da New York/Los Angeles”. Nondimeno lei resta libero di imaginare Roma e/o o suoi quartieri come meglio crede o come le sue personali suggestioni le suggeriscono. Sebbene resti un dovere per chiunque commentare, criticare, incensare o irridere solo quel che si conosce, e possibilmente bene

    @ Galatea
    Questo naturalmente vale anche per te, Galatea, che, piuttosto che rispondere come hai fatto sopra con me, faresti prima ad inibire i commenti (eventualità che non ci lascerebbe necessariamente tutti derelitti). Perché, se rispondi, devi rispondere a tono e con l’interesse per l’argomento che ti dimostra il tuo interlocutore. Che non è un “troll” o un rompicoglioni solo perché osa dissentire da qualcosa che scrivi. A lui dovresti essere tanto più grata quanto più legge e analizza attentamente un tuo post, cosa che – a dire il vero – non mi pare facciano molti qua dentro.
    Nella fattispecie, la tua risposta, invece di contestare più o meno convintamente le mie obiezioni, o magari di prenderne atto, si limita molto comodamente a rimandarmi a Wikipedia (grazie assai! la prossima volta leggo direttamente Wikipedia invece dei tuoi post).
    Embè? Ho letto e non vi ho trovato una sola virgola che mi dia torto, né che Capena o “Caspena” o il Soratte stiano in Sabina, tanto meno Fidene, Talenti, Pietralata o il Tiburtino Terzo. Anzi, c’è lì una carta dell’odierna Sabina che (per chi sa leggerla) ti smentisce ancor più drasticamente del sottoscritto.

    P.S. Ma, anche avessi torto marcio, io rimango comunque dell’idea che chi tiene un blog scrivendo post aperti ai commenti è l’Oracolo di Delfi, Aristotele o San Padre Pio. Negli altri casi deve saper bene di poter ricevere dissensi e peana, conferme e smentite e cioè imparare a discutere di quel che scrive. Il che – per altro – fa solo bene.

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  5. Nessuno dei tre, suppongo.
    E se è così, il tuo, come il mio, quadratino da barrare rimarrebbe il secondo.
    Piuttosto però, senti un po’: ma, … replicare qualcosa nel merito proprio proprio mai mai, eh? Oppure sono io o quel che scrivo a non meritare attenzione? E perché, di grazia?

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  6. @ Sig. Ghino
    No. Anche se non vedo cosa c’entri, abito nella periferia nord di Roma, esattamente all’opposto di Spinaceto. Solo che io, se parlo di Spinaceto, è perché comunque lo conosco. E tu?

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  7. @ Sig. Ghino
    Ovverosia: non conosce Spinaceto, ma ne parla. Come qualcuno fa qui sopra con la Sabina.
    Lei mi stia meglio.
    Suo Top Ganz.

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  8. @Top Ganz: Mi verrebbe da domandarmi se ci sei o ci fai. Ma in fondo non ne vale la pena. La prossima volta che torno a Tarano, in Sabina, mi premurerò di mandarti un tweet. Così magari ti calmi.

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  9. No no. Farci cosa? Io sono strano così: quando leggo qualcosa che stride come un gesso nuovo sulla lavagna lo dico. E rimanendo perfettamente calmo. Ma se vuoi mi faccio una minestrina al bromuro, in dose sufficiente da fregarmene di tutto. Magari me la faccio anche se non vuoi.

    PS. Tarano? Ma allora volevi dire Casperia, la bella Casperia, non “Caspena”. E S.Maria in Vescovio, l’hai vista S.Maria in Vescovio?

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  10. un viaggio è sempre un viaggio anche nel tempo

    seppur certamente senza raggiungere quei vertici di scrittura, il bel brano di galatea mi ha ricordato «danubio» di magris nello stile

    ho fatto il soldato da quelle parti, son posti ancestrali direi

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