L’onestà di Telmo: leghisti, ladri, zingani e sedi padane alla periferia dell’Impero

«Telmo, ti g’ha sentìo

Sono le sette della mattina, ed il cellulare scassato di Telmo Piovego, un Qualchenokia ormai così vecchio che quando suona emette un flato da moribondo e si accende appena appena come il lumino di una tomba a Novembre, è perfino caldo per il numero delle chiamate. Che cominciano tutte così: «Telmo, ti g’ha sentìò?» e nulla più, perché non sanno come andare avanti.

Perché per sentire, Telmo ha sentito anche troppo. A cominciare da quando ha sentito e soprattutto visto il telegiornale, che in un servizio, fra i tanti dirigenti coinvolti nei casini del “cerchio magico”, ha nominato anche Emiliano Lozzo, il neosegretario della sezione di Spinola. Se l’è stampata in testa quell’inquadratura, in cui la faccia da chierichetto troppo curato di Emiliano era in primo piano, con un’espressione sempre da chierichetto, ma di quelli che vengono scoperti a vendere di nascosto il vin santo e i mozzichi di candele. Di cosa fosse sospettato non lo ha nemmeno capito bene, perché il telegiornale filogovernativo e quindi filoleghista fino al giorno prima, si doveva essere rebaltato in rivoluzionario durante la notte, e quindi non era nemmeno ben chiaro di cosa venisse accusato Emiliano, ma si capiva che era tutta roba brutta, schifosa e perpetrata ai danni di quel popolo di cui il telegiornale si era allegramente strafregato fino al giorno prima.

Siccome però di sentire senza far nulla Telmo non ha mai avuto carattere, alla quindicesima telefonata di compagni basiti, con tutto che fuori continuava a piovere un’acqua della Madonna, si è infilato il giaccone, ha tirato fuori dal cassetto del garage le chiavi della sezione in cui ha messo piede sì e no da quando era arrivata la nuova dirigenza, e si è diretto verso il centro con il suo pick up, rassicurando orto e galline che sarebbe tornato il prima possibile, perché la rogna è una rogna, ma le rogne vanno affrontate.

Arrivato sotto un temporale simile ad una maledizione divina al palazzotto liberty della sezione leghista – buia e desolata quanto la casa degli Addams, con nemmeno un lumino in tutta l’infilata delle stanze di rappresentanza che danno sulla piazza del Municipio, e la bandiera verde tristemente molla d’acqua penzolante dal poggiolo del piano superiore – la sua prima sorpresa è stata quella di accorgersi, girando la chiave nella toppa, che qualcuno era già dentro, e dalle stanze buie provenivano dei rumori e degli scricchiolii, come se si fosse nel pieno di un congresso di pantegane leghiste. Telmo s’è stupito, perché di pantegane là dentro non se ne sono mai viste, dal momento che lui stesso s’è ben preoccupato di bonificarla stanza per stanza, la casa, subito dopo che il partito l’aveva comprata, mobilitando nel fine settimana anche i due cugini derattizzatori, ovviamente gratis e a titolo di favore personale.

«Casso, sarà miga entrai i zìngani a robàr?» ha pensato, ricordando che due giorni prima aveva visto alcune roulotte vicino al campo sportivo, e ha cercato subito con le mani il massello di legno avanzato dalla ristrutturazione che, per ogni evenienza, ha lasciato nascosto dentro al portaombrelli dell’atrio. Così, armato di mazzuolo e circospetto come un marine in missione al mercato di Bagdad, quatto quatto ha passato l’atrio e si è diretto verso l’ufficio del segretario, in cui i zìngani dovevano essersi chiusi, a giudicare dai piccoli tonfi sordi e smorzati che si sentivano dietro la porta. A questo punto, come un Chuck Norris padano, ha mollato un calcione alla porta gridando: «Fermi tuti, ché so armà

Purtroppo l’unica risposta è stata una querula voce femminile, che gli ha gridato di rimando, infuriata: «Ma va’ remengo, insemenìo dell’ostia, ti ne vol far ciapàr un colpo?»

E’ così che, nel semibuio dell’ufficio, Telmo ha ravvisato, sepolti fra scatoloni di scartoffie appoggiate sul pavimento, il Mirco, segretario particolare di Emiliano, e la Monia Zamenego, bella figliola militante diventata segretaria altrettanto particolare del segretario particolare, con compiti mai ben definiti ma importantissimi, perché il Mirco non si muove più se a fianco non ha la Monia con le sue generose tette ballonzolanti a fargli da scorta.

«Ma cossa sìo drìo far vialtri?»

La Monia e il Mirco si sono guardati fra loro, come se stessero valutando quanto si doveva dire, e come. Poi il Mirco ha fatto un cenno che poteva significare “ con cautela”, anche se sembrava più “inventati una balla”, e la Monia, guardando per terra come una bimba che deve recitare alle maestra la bugia che i genitori le han detto di dire, ha cominciato: «No, sai Telmo… xè par quela facenda dei conti spese…Emiliano ne g’ha dito de cavar via zerte carte… ti sa»

Telmo la guarda aguzzando gli occhietti nel buio, senza capire: «Ma xè tuto a posto, da nialtri! G’ho sempre segnà tuto mi sui registri!»

Anche nel buio pesto la faccia della Monia si capisce che è diventata amaranto: «No, va ben quello tuo… ma ti g’ha da capir… che gera altre spese…i gazebi, i bancheti…»

«Ma che casso ti disi? El gazebo xé sempre quelo che g’ho pità de verde mi, e el gera vansà dal matrimonio de me fia, e el banchetto lo g’ho fato co do’ asi cavae fora da la mia veranda…»

«No, ma ti g’ha ragion, ma ghe gera altre spese… di rappresentanza…»

Telmo la fissa, la rifissa e poi la fissa ancora. E mentre la osserva, vede che, oltre a diventare rossa, la Monia sta rigirando con un dito inanellato di un pesante diamante un ciondolo d’oro che non le ha mai visto prima al collo. E poi solo allora si accorge, guardando bene bene, che anche la Monia, che l’ha vista nascere, casso se negli ultimi mesi è cambiata: perché i ricci sono sempre un cespuglio, però si vede che è un cespuglio tagliato da un parrucchiere di grido, e la camicetta straripante è sempre leopardata, però è di un leopardato di firma, non più di quello comprato alla bancarella del mercato, e anche il trucco, e le unghie hanno un non so che sempre uguale e ordinariotto come prima, ma di un ordinario con più soldi, di un ordinario che costa molto, e che la Monia non si era mai potuta permettere prima.

«Rappresentanza? – chiede, pescando nel primo scatolone a portata di mano una serie di fatture, che legge intestate a boutiques e ristoranti di lusso – E cossa ti dovevi rapresentar? ‘Na comedia de ladri?»

«Ti no ti capissi niente…xé tuti boni a far i onesti, ma dopo le robe bisogna anche che ti le fassi funsionar, e non ti te pol presentar co le braghe a tochi come che ti fa ti…xè tutto più complicà de come che ti credi, se fa presto a dir “ladri”, ma dopo ghe xè anca bisogno de quei che roba!»

E con un piglio da regina offesa, prende le fatture dalle mani di Telmo e le ricaccia nello scatolone, che Mirco è già pronto a spostare sul Suv parcheggiato sul retro.

Telmo resta lì a guardarli, mentre accantonano scartoffie in fretta e furia, non sa neppure se per farle sparire davvero, o metterle via per garantirsi armi di ricatto o vie di trattativa, dovessero i giudici chiamarli a testimoniare. Si gira e se ne va, chiudendo la porta alle spalle. E pensa che sì, dentro alla sede ghe gera i ladri, ma porco mondo no li gera i zìngani, no.

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11 pensieri su “L’onestà di Telmo: leghisti, ladri, zingani e sedi padane alla periferia dell’Impero

  1. Non me la sento di condannare Monia e Mirko.
    In un mondo in cui tutti rubano e se ne fregano, e` naturale che ti senta un po` stupido a fare tu l` onesto.
    Se i cittadini di Spinola fossero andati a qualche consiglio comunale, forse queste cose non sarebbero successe.

    Gigi

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  2. Mah! A me sembra, e sembrava ancora prima, che questa storia della base leghista onesta, lavoratrice e poco rappresentata dalla dirigenza cialtrona, volgare e razzista fosse tutta una balla. Non posso credere che tali persone se fossero esistite si sentissero rappresentati da quella gente, chi vota lega sa benissimo che razza di gente manda a governarli e lo fa sapendo che lo fa solo per se stesso e poco importa se i metodi non sono puliti l’importante è che salvaguardino la tua “roba”. Non facciamo finta di non vedere il dolo in vent’anni di lega.

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  3. Gian Carlo@ Scusa se rispondo direttamente a te e non a Galatea, però quando l’ho letto come spesso faccio non prendo alla lettera quanto scritto, ma l’osservo sotto forma di metafora.
    Per una serie di racconti Galatea mostra lo strappo della Lega istituzionale con le intenzioni iniziali, oggi pare offrirne un altro aspetto.
    Tutti fanno così, in un sistema marcio i più lontani dal potere, come la segretaria, si trovano a far fronte a regole diverse dalla realtà quotidiana, perché effettivamente non ci si può presentare con le pezze ai calzoni, perché non fa parte della prassi, per cui ci si adatta.
    Questo non giustifica ma rende bene l’idea di come una certa mentalità sia penetrata nel sistema.
    Con stoccata finale a favore degli “zingari”, diciamo non comunitari, o comunque oggetto di preconcetti razzisti, spesso additati come ladri, a fronte dei Padani onesti e lavoratori.

    Galatea come sempre sei piacevole da leggere, se posso permettermi, un bacio in fronte.

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  4. Quel che stupisce è la fideistica pazienza dei militanti che ieri a Brescia si sono accontentati di qualche fischio anziché tirar giù dal palco i due commedianti, uno piangente, l’ altro indignato; entrambi stupiti come se fossero appena tornati dalla circumnavigazione della Galassia e scoprissero che un tale Belsito (l’ avete guardato bene in faccia?) e una tale Mauro sono, rispettivamente, padrone della cassa del partito, e vicepresidente del Senato, appena un gradino sotto la seconda carica dello Stato. Dalle loro parti direbbero: roba da chiodi.

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  5. Il personaggio di Emiliano Lozzo mi ricorda un po’ quel nulla cosmico di Roberto Cota (presidente della Giunta Regionale Piemontese, per chi non lo sapesse), quello che è stato eletto con liste bidone in una regione dove la lega non arriva al 7 per centone.

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  6. esistono, secondo la mia analisi altrove meglio estrinsecata, due livelli diversi di delusione, che portano due reazioni diverse:

    a un militante convinto non basta accorgersi che i capi son dei ladri, per mandarli a quel paese

    certamente gli dispiace che sono dei ladri, ma se è ancora convinto che son dei ladri ma gli daranno quel che sogna (nel caso in oggetto è la nazione padana), è probabile che inghiotta il boccone amaro per il fine più alto (più alto per modo di dire…)

    un militante convinto deve, per mandarli a quel paese, convincersi che sono dei aldri e che non hanno la benchè minima intenzione di raggiungere l’obiettivo promesso, per cui è stato ingannato

    la disonestà en passant il militante convinto la sopporta, ma è probabile che non sopporti la disonestà di fondo, cioè aver mentito sui reali motivi della propria azione politica

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