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Alfonso è lì, dentro la macchina, fermo in mezzo al nulla. Lo vedo, attraverso il finestrini del suo Suv lucido: è immobile come un manichino del crash test.

Per arrivare fin là ho percorso a piedi un infinito sentierino sterrato che si perde nei campi, perché la mia, di macchina, che non è certo un Suv iperaccessioriato, a raggiungere quella radura dimenticata da Dio ci rimetteva di sicuro l’albero di trasmissione. E ora sono lì, davanti al finestrino, e lo guardo, e non so che fare.

Non so nemmeno perché ci sono venuta, qua, anzi, me lo domando. So solo che mi è squillato il cellulare, quello nuovissimo, che non ha riconosciuto il numero del chiamante, perché il chiamante sono anni che non mi chiama più. Ma è bastato vederlo sul display perché lo riconoscessi io, il numero, ché la memoria è una cosa più efficiente di qualsiasi app, e certi numeri non te li scordi mai.

La voce no, ho stentato a riconoscerla. Perché non era la voce con cui parlava a me, quando ancora mi parlava. Era una vocina tremula e farfugliante, tanto che non capivo nemmeno bene le parole, e meno che meno il senso delle frasi, ammesso che un senso ci fosse, e mi pareva di no.

«E’ che va tutto male… lo so che non te ne frega niente…ma non so chi chiamare tranne te…ti prego, vieni, ho bisogno di vedere qualcuno… sennò lo sa Iddio che faccio una cazzata…»

«Dimmi dove sei, arrivo.» Mi è partita la frase senza nemmeno pensarci: se ci pensavo non la dicevo di sicuro. Ma certe frasi sono così: le pronunci in automatico, prima che il buon senso o il cervello mettano il filtro giusto e facciano in tempo a dirti no.

E adesso che sono qui, nella radura, e il Suv è di fronte a me, e lui è dentro al Suv, pallido e fermo, non so cosa fare, né cosa dire dopo aver fatto qualcosa. Ma non ha senso essere arrivata fin là e stare ferma. E allora piano piano, con infinita circospezione, con le mani che mi tremano e le gambe che vorrebbero scappare via, mi avvicino al finestrino e busso, come se mi stessi avvicinando ad un morto, o forse ad un fantasma, perché quello in qualche modo per me lo è.

«Alfonso… » dico, in un sussurro. Troppo piano, forse, perché lui non pare avermi visto né sentito, perso com’è, con lo sguardo avanti a sé, un avanti dove non c’è né paesaggio né nulla.

«Alfonso!» chiamo allora più forte, perché ormai ho passato il sottile limite del coinvolgimento, non sono più una spettatrice di una storia non mia, ci sono dentro, e allora da personaggio devo fare qualcosa, una cosa qualsiasi.

Lui si scuote, e si volta. Ha le guance rigate di lacrime, non so nemmeno se mi riconosce; poi vedo balenargli negli occhi una cosa che non è un lampo, ma almeno una lucina: «Apri ‘sta portiera e smettila di fare il mona, dài…»

Lui apre, e non fa a tempo ad uscire dall’abitacolo che mi valanga addosso, me lo ritrovo sulla spalla a piangere come un bambino: «Io non sapevo che fare, non so che fare, chi chiamare, è un tale casino…» e singhiozza singhiozza, tanto che quasi si strozza e tossisce, perché nei film il pianto è ordinato e bello, ma nella realtà è una cosa ridicola, disarticolata, fatta di singulti e raucedini, catarrosa come un raffreddore.

«Ho mandato a puttane tutto, tutto… come al solito… e adesso non c’è più niente… siamo in fallimento, in fallimento, capisci? Patrizia non mi fa vedere mio figlio, e anche Betty se n’è andata, perché io credevo che stesse con me e invece voleva i soldi, come tutti…»

«Smettila. Dio santo, smettila, Alfonso!- gli dico con il tono brusco che si usa per calmare i bambini. Non perché lo voglia calmare, in realtà, né per istinto materno, solo perché l’essere bruschi è il modo più semplice per millantare la sicurezza che non si ha – Ora rientri in macchina, la pianti ti frignare e ti calmi, Diobono! E ne parliamo.»

Lui si siede, singultando, le mani aggrappate al volante come ad un salvagente a ciambella, lo sguardo fisso sul cruscotto iperaccessoriato.

«Io la faccio finita, la faccio…» dice piangendo.

«La fai finita un cazzo, Alfo’! Piantala di dire scemenze. Se la volevi far finita davvero non mi chiamavi. Lo vedi quel platano sulla strada? Ecco, ti ci schiantavi co’ sta specie di carrarmato. Anzi, no, in effetti no: l’avresti tirato solo giù di brutto e ti beccavi pure una multa per abbattimento d’albero non autorizzato…» sbuffo.

Lui si volta basito, le lacrime gli si bloccano a mezzo delle guance, mi guarda offeso, come se quelle mie parole fossero l’ennesima conferma che il mondo non lo capisce e non lo ama, ma vede che lo fisso sorridendo e allora si sblocca, fa una smorfia che pare un crampo improvviso, come se qualcosa gli salisse su dalla bocca dello stomaco, e per un attimo temo quasi che stia per vomitare, ma poi scoppia a ridere, con un che di scomposto e di liberatorio.

Poggia la testa indietro sullo schienale, fissando un punto indistinto al di là del tettuccio trasparente: una stella o forse un dio apposito che compare ai ricchi in crisi attraverso i tettucci dei Suv.

«Sei sempre la solita! – sospira – E io sono sempre il solito coglione. Rovino tutto quello che tocco…» bofonchia, chinandosi verso la mia spalla, incuneando la fronte sotto il mio mento, tanto che sento la sua guancia bagnata di lacrime sul collo, e non posso fare a meno di asciugargliela con una carezza. Lui spinge la testa un po’ più a fondo, così il naso mi sfiora la gola e io scoppio a ridere: «Mi fai il solletico, scemo!» Lui per tutta risposta muove il naso di nuovo, come a sniffarmi il collo, poi lo sfuculia con la bocca, fingendo un piccolo morso, e poi mi guarda da sotto in su, mentre gli occhi luccicano divertiti come se non avessero mai pianto, e la barba ancora un po’ molla di lacrime mi punge.

«Quanto mi mancano le nostre risate… Tu non hai idea…è la cosa che mi manca di più…Davano un senso a tutto. A tutta la vita.»

Mi guarda, con la mano mi tocca la guancia, costringendomi a girare la bocca verso la sua. Mi bacia.

E io lascio fare, rispondo poco a poco e poi sempre più convinta alle sue labbra, non mi oppongo alle mani che si infilano sotto la giacca, mi spingono verso lo schienale e mi bloccano là, con la naturalezza di una abitudine mai persa, anche se tanto tempo non più praticata.

Con lui è sempre stato così, non sono mai stata capace di fermarlo, anche quando so che non lo devo fare, anche quando so che è una cazzata, anzi è l’anticamera della catastrofe, dato che per quell’anticamera ci sono già tante volte passata: perché non è per cattiveria, o per studiata crudeltà, ma il modo che Alfonso, da sempre, ha di rimettere in piedi i cocci della sua vita è quello di mandare in pezzi la mia.

E’ un racconto di fantasia, che non fa riferimento a personaggi o avvenimenti reali. Se per caso qualcuno conoscesse vicende simili, è perché la realtà ha poca fantasia, e copia il mio blog.

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