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A Lady Lindy, che aspetta le badilate con ansia

Sono strane le donne di Roma. Apparentemente non contano, sono belle bambole di pezza scambiate come doni fra le famiglie potenti, che le usano a guisa di merce di scambio, per cementare alleanze, consolidare patrimoni, garantirsi eredi che facciano confluire in un’unica discendenza potere e denaro. Questo dovrebbero essere, questo forse i loro mariti e padri si raccontavano che siano: figure sbiadite da mostrare come trofei alle riunioni di famiglia, alle feste sacre, severe matrone che filavano la lana o anche più scapricciate e mondane nobildonne, ma escluse dalla politica, quella vera, che spetta agli uomini, a loro no.

Sono strane perché invece se c’è un popolo in cui le donne, madri, mogli, figlie, amanti, imperatrici hanno avuto un ruolo determinante è stato proprio quello di Roma: al di fuori delle convenzioni, di ciò che la tradizione voleva e consentiva, persino di ciò di cui erano convinti gli uomini. Le donne a Roma contavano, con il loro fascino, con la loro bellezza ma anche e soprattutto con il loro carattere facevano e disfacevano la fortuna dei maschi con cui dividevano la vita, creavano fortune e miserie, muovevano il mondo, sparigliavano le previsioni.

Ed è strana Porzia, l’ultima dei Catoni, cui il destino aveva regalato l’onore ma anche l’onore di essere figlia e femmina in una delle famiglie più conservatrici dell’Urbe, quella in cui l’avo più famoso era quel Censore intransigente che aveva passato la vita a litigare con i molli Scipioni, colpevoli secondo lui di essere troppo esterofili, troppo accondiscendenti nell’adottare costumi greci, nel bearsi di filosofie straniere, mollezze mediterranee, arzigogoli intellettuali. In una famiglia così le donne venivano tirate su come da tradizione, e quindi senza voce in capitolo sulle decisioni serie, perché il compito delle femmine è partorire e allevare nuovi Romani, non discutere su quello che i Romani facevano o avrebbero dovuto fare.

Con un antenato così e un padre dal nome uguale, che era un punto di riferimento per i circoli stoici e menava gran vanto della sua morale applicata rigidamente, come una panacea, su tutto, con piglio da busto antico, nel disperato e in fondo narcisistico tentativo di diventare uno stampo con l’avo più famoso, Porzia avrebbe dovuto venire su come una fanciulla pallida, timorata ed esangue, sposata giovanissima e rinchiusa negli anfratti di un gineceo perenne e silenzioso, a filare, allevare figli, guardare il mondo con sguardo severo e distaccato, seduta su una sedia ai banchetti, perché le vere matrone siedono mute accanto ai mariti, a stendersi con loro sul triclinio sono le svergognate.

E invece. E invece Porzia no, proprio no, non è questo il suo ruolo, non è questa la sua immagine. Il suo ritratto si staglia potente e fulmineo anche se di lei sappiamo ben poco, qualche flash. La immaginiamo bella, ma di quella bellezza scomoda che hanno le donne dure ed ombrose: gli occhi di brace, i capelli che non si rassegnano alle acconciature e scappano sempre via, ribelli, pericolosi; bella di quella bellezza selvaggia che hanno le anime tormentate quando vogliono sembrare superiori, quando tentano di dimostrare che sono fredde, ed han raggiunto il distacco dal mondo e dai capricci del fato.

Questo le avevano insegnato fin da piccola, in quella casa di uomini severi e per di più stoici, che si davano al dovere come ultima perversione della superbia. E lei era cresciuta così, passionale e fredda, distaccata ma implacabile, un vulcano coperto da nevi perenni.

S’era sposata. Le donne romane si sposano. Le donne dei Catoni, quindi, non potevano che sposarsi. E a Porzia era toccato in sorte un marito che non solo era nobile e aristocratico e patrizio, ma era soprattutto un nome. Se lei era la figlia e la nipote dei Catoni, lui era il discendente di Bruto. Bruto, il fondatore della Repubblica. Bruto, quello che aveva cacciato i re tiranni etruschi. Bruto, l’eroe nazionale. Nei loro due cognomi si coagulava tutto l’immaginario retorico della Roma conservatrice: il mos maiorum, il rispetto per la tradizione, i costumi antichi che avevano reso l’Urbe padrona del mondo, ed ora erano invece irrisi da queste giovani generazioni di ragazzini viziati, debosciati, frocetti alla greca che si giocavano il potere ai dadi e il comando nelle bettole, fra canti di soldati avvinazzati, puttane di strada e mogli che parevano puttane, ai banchetti.

Porzia e Bruto, invece, per quella Roma tradizionalista e arroccata nella sua inutile nostalgia sembravano la coppia perfetta, l’incarnazione di un sogno: belli, giovani, potenti, ricchi, e tuttavia modesti, schivi, rispettosi della famiglia.

Peccato che la realtà fosse in parte diversa. Peccato che Bruto fosse di tutt’altra pasta dell’antenato, fosse un ragazzo indeciso, tentennante, ombroso, che sentiva tutto il peso della responsabilità di essere qualcuno senza avere la forza e il carattere per esserlo.

Lo amava, Porzia? Non credo si sia mai posta il problema. La avevano allevata per essere una matrona romana, e le matrone non si domandano se amano o meno gli uomini che la famiglia ha dato loro come sposo: li seguono e rispettano, perché questo è il loro dovere di romane, di donne, di mogli.

Eppure un qualcosa che forse non era amore, ma più dipendenza e ossessione, fra i due si doveva essere creato. Per l’insicuro Bruto quella dona forte, decisa, determinata doveva essere un faro, un appoggio, quella sicurezza che mai la sua famiglia d’origine gli aveva potuto dare. Ne era orgoglioso, non solo perché sentiva in lei tutta la forza dei Catoni, ma anche perché la vedeva così diversa dalla madre tanto mondana e scapricciata che gli era toccata in sorte, perché Porzia era di tutt’altra pasta: non frequentava i banchetti, non si dava alle avventure galanti, mai e poi mai su di lei ci sarebbero stati pettegolezzi, e i loro figli non avrebbero dovuto subire l’umiliazione di sentirsi attribuire per padre un qualsiasi Cesare passato per il letto di mamma, come era capitato a lui.

E Porzia? Fra le tante cose che Bruto le assicurava c’era quella di sentirsi regina, e padrona, senza dover violare quelle regole che i Catoni le avevano imposto come una tunica stretta: poteva rimanere donna, e stimata matrona, e moglie al di sopra di ogni rimprovero, e al tempo stesso controllare, con la sua forza innata, il marito, guidarne i passi, essere al corrente di tutto ciò che accadeva nel Senato. Il legame solidissimo di due anime instabili, tutte e due schiacciate da aspettative enormi da parte delle famiglie, della società, del mondo: Porzia e Bruto, che si completavano e compensavano a vicenda, con un vincolo più forte dell’amore, la reciproca dipendenza.

Lo esercita così il potere, Porzia, quel poco potere che le riesce di esercitare: per tramite del marito. È facile immaginarla la sera, lui steso accanto e lei, lei che gli carezza le tempie, come una madre, una confidente, e si fa narrare per filo e per segno gli eventi, li soppesa, li valuta, gli indica che fare, citando di tanto in tanto la massima di un Catone, facendogli balenare davanti la grandezza di un qualche antenato comune ad entrambi. E Bruto lì, rannicchiato, come un bimbo, a suggere i suoi consigli come il bambino sugge dalla mamma la linfa vitale, perché per lui quello era Porzia, un punto di riferimento, una ispirazione, il momento in cui poteva diventare debole e farsi consigliare, coccolare, indirizzare verso il bene. È un legame esclusivo, quello fra loro, improntato sul testardo possesso: nessuno dei due può sfuggire all’altro, nascondergli un segreto. Sono due, ma sono tutt’uno, perché insieme si completano e trovano pace da quel mondo che li ha delusi e li angoscia: fra loro non vi sono confini, sono una sola cosa ed un solo pensiero.

Un unico momento di crisi, quando Bruto si fa coinvolgere per primo, e di nascosto, nella congiura che porterà all’omicidio di Giulio Cesare. Porzia intuisce che il marito le sta nascondendo qualcosa, ma anche se intuisce, non ne ha ben chiari i contorni. Bruto tace perché non la vuole coinvolgere, forse, o forse perché, legatosi alle cerchie conservatrici, vuol dimostrare che anche lui è un Romano vecchio stampo, di quelli che di sicuro non si confidano con una donna.

Per Porzia è la massima offesa, perché lei non è una donna: è la figlia dei Catoni, è colei che porta nelle vene il sangue di eroi e salvatori della Patria, ed è la vera anima di Bruto, che senza di lei non è nulla, se non un vuoto nome.

Non ci sta, Porzia. Il suo ruolo di matrona le imporrebbe di tacere, fingere di non capire, aspettare che il marito si confidi, se vuole, ma senza chiedere. Non fa per lei, però. La vita di Bruto è la sua, in quando Bruto vive la vita che, se fosse stata maschio, sarebbe spettata a lei: tagliarla fuori è il massimo tradimento. Così non si comporta da donna, e neanche da matrona romana. Prende un coltello, un’arma maschile, e minaccia Bruto. Non certo di ucciderlo, ma di uccidersi lei.

É il peggior ricatto che può fare al marito, e lo sa: perché senza di lei Bruto non esiste, è un sacco vuoto, un fantasma privo di consistenza. E infatti capitola subito. Si confessa. Le spiega ogni cosa. I contatti e gli abboccamenti, il piano ancora nebuloso, il complotto per uccidere Cesare.

Approva, Porzia, Probabilmente si esalta più lei che non Bruto. È lei che vede la gloria a portata di mano, le grida del popolo giubilante per la morte del tiranno, è lei che sogna di essere la moglie di un nuovo, vero Bruto. Lo incoraggia, anzi lo spinge. Uccidere Cesare, colui che ha spinto il suicidio il padre, Catone l’Uticense, e poi ha avuto anche il coraggio di omaggiarne la memoria, quasi piangendo per la sua scelta di togliersi la vita. Cesare, il sublime ipocrita: sì, non le pare vero di poterlo vederlo rantolare strozzato dal suo stesso sangue, quel maiale, e che a colpirlo sia proprio suo marito, un marito che lei ha convinto ad agire. La vendetta, la vendetta giusta dell’ultimo dei Catoni, perché l’ultimo dei Catoni è lei, sebbene sia solo una donna.

Muore, Cesare. Rantolando nel suo sangue, proprio come lei aveva sognato. Per un attimo l’ultima dei Catoni assapora la sua atroce vendetta, mascherata da atto eroico per ristabilire la libertà di Roma.

E poi tutto si infrange. Il sogno del popolo che giubila sul corpo del tiranno ucciso. Il sogno di una Res Publica primigenia ristabilita, con un nuovo Bruto a capo, per tempi nuovi. I Cesaricidi devono fuggire, perché il popolo amava Cesare, e non perdona i suoi assassini. Vengono inseguiti come cani dai vendicatori di Cesare stesso, Marco Antonio e il pallido, giovane ed ancora sconosciuto Marco Ottavio, che è stato adottato per testamento e ha assunto il nome di Caio Giulio Cesare Ottaviano.

Scappa Bruto, e con lui Porzia. Tentano di resistere, ma sono travolti dagli eventi e dagli eserciti. Bruto vaga per la Grecia, si rifugia ad Atene, dove reperisce fondi per pagare soldati, tentare una ultima disperata resistenza. Porzia è con lui, c’è la sua testarda determinazione negli ultimi mesi che somigliano ad un incubo, il furore staccato dalla realtà che l’ha sempre contraddistinta. Lo mettono in piedi, l’esercito, e Bruto riuscirebbe anche a vincere la sua parte di battaglia contro Ottaviano, che è giovane e poi per le armi non ha proprio talento. Ma Marco Antonio no, Marco Antonio è un torrente in piena, sfonda ovunque, travolge, stravince.

C’è un solo modo per mettere fine alla storia. Lo sa Bruto e soprattutto lo sa Porzia, figlia di quel Catone che s’era suicidato pur di non arrendersi, o forse più per non dare a Cesare la soddisfazione di vederlo supplice e vinto. Si suicida, Bruto, gettandosi su una spada di fronte ai suoi uomini più fidati.

Ma per lei, per lei che lo ha spinto a tutto questo, per lei che è il vero motore di ogni cosa, la spada non è una morte adatta: è troppo rapida, poco dolorosa, quasi una morte da donnicciole. Vuole la tradizione che si sia uccisa, Porzia, inghiottendo un carbone ardente, sotto lo sguardo terrorizzato e basito degli astanti, perché nessuna donna aveva mai pensato di uccidersi così, una morte che avrebbe spaventato chiunque, persino un uomo. Ma non lei. Forse perché il fuoco della passione che la bruciava dentro, da tempo immemorabile, dall’infanzia, solo quella morte per fuoco poteva accettare. Forse perché non voleva morire come una donna, lei che era di più di una donna, e di una moglie, e di una Romana: perché lei era Porzia, l’ultima dei Catoni.

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