La Betty se ne va

La valigia è sul il letto, sopra il copriletto bianco. Nel centro di una stanza dagli armadi bianchi, con le pareti bianche. Ché a Betty sono sempre sembrate quelle di un ospedale, e le facevano anche un po’ senso, ma l’arredatore aveva detto che bianco su bianco fa ton sur ton, e lei era stata zitta perché ad uno che parla francese non sapeva mica cosa rispondere.

Ma è sul letto, ora, la valigia, una macchia scura con buttati dentro vestiti multicolori, perché Alfonso le ha fatto comprare tanti vestiti, così tanti che alcuni hanno ancora l’etichetta, non se li è messi mai.

La Betty li prende in mano ad uno ad uno, quei vestiti, e prima di premerli dentro ha un moto di incertezza, perché non sa se è proprio giusto portarseli via, adesso che se ne va. Ma in fondo, si dice, sono vestiti che van bene a lei e Alfonso non se ne farebbe niente, e allora preme e li fa entrare nella valigia, come un boccone mandato giù a forza, in fretta e via.

Un biglietto. Sarebbe il caso di lasciargli un biglietto, si dice. Per spiegare, almeno. Sì, è vero, litigano da giorni e quasi non si parlano più, ma non può lasciarlo così, che lui torna a casa e non la trova: finito, non una parola.

Allora va nella cucina bianca e cerca un foglietto bianco ed una penna, per scrivergli due righe. Ma resta lì con la penna fra le dita e gli occhi che guardano il foglio, perché non sa cosa dire, e come dirlo, e non solo perché a scrivere non è mai stata granché. È che non c’è niente da dire, in effetti, se non quello che si sono già detti, e che forse sapevano fin dall’inizio: cioè che sono troppo diversi e troppo distanti, e non hanno in fondo niente in comune; che lei aveva solo la sua grande allegria, ma stando con lui poco a poco l’ha persa, perché lui è fatto così, ama negli altri quella allegria che toglie loro poco a poco. E lei forse se la sarebbe anche fatta togliere un po’ alla volta senza protestare, quella allegria infinita, perché era affascinata dal mondo di lui, fatto di cose facili e belle, di cene, di feste, di abiti e di vacanze, quelle che lei non aveva mai avuto prima, o almeno non così; e anche di tante altre cose che diventavano semplici al solo pronunciare il nome “Crespano”, o molto più semplici che senza pronunciarlo, perché per i Crespano non esistono code, e non esistono attese, e c’è sempre qualcuno che risolve i problemi o fa che non si presentino neppure.

Solo che adesso questa bella magia non funziona più: quel nome non è un passepartout, è una maledizione. Viene gridato dagli operai dell’azienda in sit in fuori dalla sede, e quando lo sentono nei negozi le commesse la guardano come se la sospettassero di voler taccheggiare le borse.

E lei a tutto questo non c’è abituata, non lo regge, perché prima di Alfonso sì, era povera, ma nessuno la guardava con sospetto, dato che in certi posti non entrava proprio, e adesso invece pare che ci debba entrare lo stesso, ma entrarci per sentirsi umiliata fa più male che rimanere fuori del tutto. E anche suo figlio, ormai all’asilo privato ci si trovava bene, ma ora la retta non si potrà pagare più, e lui piange per i compagnetti che perderà, e Betty perché tornerà all’asilo pubblico dove stava prima, e allora tanto valeva che ce lo avessero lasciato, come quando era sola e doveva pensarci lei.

E forse è questo che ad Alfonso non perdona, che l’ha abituata da ricca e ora deve tornare quello che era, e sa che rimpiangerà tutto, perché hai un bel dire “tanto lo facevo anche prima”, è che ormai pensavi non doverlo fare più. E odia anche quel fatto che lui sia diventato così lagnoso, così triste, così cupo, tanto fragile e poco sicuro di sé: ne ha avuto tanti di falliti prima di lui, che piangevano e non sapevano combinare niente nella vita, e se li era tenuti, sì, ma perché li aveva conosciuti che erano già così, lo sapeva. Invece lui no, l’aveva conosciuto che era un dio, bello, vincente, fascinoso, non quella cosa che non si fa la barba, gira per casa con le mutande a vista e in faccia l’espressione del fallito.

Dovrebbe scrivere questo, nel biglietto, Betty, cioè non ti lascio per i soldi, ma perché non sopporto che tu non li abbia più, perché erano quelli, in fondo, che facevano di te quello che amavo, quello di cui mi ero innamorata. Dovrebbe scriverlo, ma sarebbe crudele, forse non tanto nei confronti di Alfonso, ma di se stessa: dovrebbe ammettere che dai soldi si era fatta affascinare anche lei, che si è sempre ritenuta una donna diversa, onesta, senza grilli per il capo, una di quelle che quando scelgono un uomo se lo tengono cascasse il mondo. E invece il mondo è cascato e lei non vuole rimanere sepolta fra i cocci, perché, in fondo in fondo, non sono i cocci suoi.

E allora butta via il post it bianco nella cucina bianchissima, chiude la valigia pigiando bene bene i vestiti, e va via, la Betty. Scuotendo la bella chioma bionda che già soffre perché avrebbe bisogno di una messa in piega, ma i soldi per il parrucchiere di lusso non ci sono più.

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