I racconti del treno: Umanità di seconda classe

Invece che cercarlo con i sondaggi, bisognerebbe andarlo a scovare sui treni, il paese reale. E’ quella fiumana di gente che affolla i regionali sporchi, sempre più radi, che partono e arrivano in stazioncine dimenticate, dove, quando passa il treno, i binari, per lo stupore, si chiedono cos’è.

Già prima di salirci capisci che il regionale è un altro mondo, parallelo a quello dove viaggiano gli Eurostar, che sono ugualmente sporchi e disastrati, ma han sempre quell’aria più figa di chi sarebbe nato per essere efficiente, trasportare manager e turisti danarosi, e allora fa finta di avere i sedili puliti e persino la wifi in prima classe, e dentro ci va gente che appena montata sfodera l’iPad e legge là il giornale.

I Regionali no, non se la tirano, non ci provano nemmeno a fingere che qualcosa funzioni: arrivano al binario con lamento di dinosauro esausto, si fermano fra cigolii da racconto dell’orrore, porte che non si aprono e finestrini spalancati con tendine blu lercio svolazzanti, che dicono: «Se pensavi ci fosse l’aria condizionata qua dentro, ahahahah!»

L’umanità che ci entra ha il passo rassegnato delle pecore spinte nella stalla, ad una ad una, dall’unica porta aperta su cinque vagoni, e presidiata dal capotreno che controlla i biglietti. Ha un’aria severa e ufficiale, il capotreno, con il cappello d’ordinanza in testa e la divisa; pare uno dei Carabinieri di Boccadirosa, serio ed impettito, compreso nel suo ruolo di autorità, per quanto infima, come ogni italiano possessore di una carica qualsiasi. Squadra i titoli di viaggio ad uno ad uno, quasi facesse l’esegesi di un manoscritto antico, e li ricontrolla più volte, soprattutto se a porgerli sono degli stranieri che non sono evidentemente turisti, perché se vengono qua a fare le vacanze, gli stranieri, un minimo di tolleranza si può avere con loro, mentre se stanno qua per lavorare e vivere, no.

Il vagone, appena ci si sale, diviene immediatamente la riproduzione in miniatura di un suk, in cui si intrecciano odori, puzza di sudore, sentori di cibo, zaffate di spezie mediorientali, cipolle di hamburger: riempiono l’aria come la valigie riempiono a caso ogni spazio disponibile. È un festival di gambe incrociate alla bell’e meglio, ginocchia che si urtano e gomiti che si sfiorano loro malgrado su braccioli troppo stretti, un misto improvviso e caotico di razze e di classi sociali, un frullato di vite diverse: la signora i jeans firmato colle borse dello shopping che finisce seduta accanto all’operaio rumeno esausto, il ragazzo alternativo con la kephia si stipa icino alla coetanea tutta chic in tacco dodici e, dopo il primo muto sguardo di disprezzo, i due decidono di non rivolgersi mai la parola per tutto il viaggio, nonostante abbiano lo stesso ipod.

Di fronte a me sono seduti una quarantacinquenne con capelli di un rosso improbabile, impegnata in una telefonata eterna a qualcuno, che dovrebbe venirla a prendere in una stazione, ma non capisce quale, nonostante le istruzioni si facciano via via più dettagliate e specifiche, tanto che riuscirei a trovarla persino io; e un rugbista forse ventenne, con immensi pettorali che s’indovinano sotto la maglietta della squadra.

Mentre la donna continua a specificare la rotta all’amico, il rugbista si accomoda sul sedile, e dallo zaino trae fuori dapprima un pacchetto di crackers, che divora sgranocchiando a mandibola aperta. Poi è la volta di una banana, ingoiata mentre sul volto gli si dipinge l’espressione felice da cercopiteco. L’effluvio di quella ancora riempie il vagone, che il rugbista estrae dalla sacca un incarto del supermercato, contenente prosciutto cotto – un etto giusto, ché non si può permettere di andare fuori forma o l’allenatore lo cazzia e alla partita può dire addio – lo spacchetta e inizia a mangiarlo prendendolo con le mani, una fetta alla volta, mano che cala come una gru, porta in volo il cibo sopra la testa, bocca che si spalanca e hop, dentro alle fauci, a farsi maciullare dal lavoro dei molari. Quando termina il pasto, una passata delle dita sopra le braghette, a mo’ di tovagliolo. Poi lo sguardo del giovane si abbassa a controllare il suo fisico, i pettorali intrappolati nella maglietta, lì immobili a soffrire per la costrizione; e allora il giovane decide di saggiarne la tonicità, li contrae e li rilascia per esercitarli, il tutto in una splendida forma di isolamento dato dalle cuffiette dell’ipod, che gli impediscono di rendersi conto che non è in una palestra e ci sono altri attorno a lui, perché la musica copre tutto, anche le immagini di chi gli sta di fronte, le cancella come una spugnetta bagnata su una lavagna: non si sentono e quindi non ci sono più.

Intanto l’operaio rumeno si è addormentato, il capo ciondola sul il collo taurino bruciato dal sole e quasi si appoggia sulla spalla della nigeriana con la cofana di treccine nere sulla testa, che si è tolta le scarpe e ha appoggiato i piedi sul sedile di fronte, schivando un trolley incastrato là. Nessuno parla, a parte la rossocrinita, che tenta nuovamente di dare indicazioni per telefono all’amico disperso, e l’unico rumore nel vagone è il tun tun tun delle rotaie e quello delle folate d’aria che entrano dai finestrini abbassati.

E piano piano il treno si svuota, la gente scende nelle stazioni via via più infime, dai nomi sempre più improbabili e ridotti: Borgo, Borghetto, Borghetto di Sopra, Borghetto di Sotto. Come un’Italia che si restringe via via, fino ad arrivare al cortile di casa.

Io guardo la lenta emorragia di viaggiatori, attendendo il turno in cui toccherà scendere nel nulla a me, e quasi quasi mi dispiace, perché non saprò la fine di quelle storie che si sono messe in scena davanti ai miei occhi: la rossocrinita dispersa, il rugbista ossessionato dagli allenamenti. Ma l’immancabile suora – ce n’è sempre una in ogni scompartimento, quanto viaggiano le suore è un mistero – mi scuote il gomito e avverte: «La prossima è la sua!» col tono perentorio con cui si richiamano gli alunni a dottrina.

Scendo, trascinandomi dietro la valigia, lasciandomi dietro un po’ di rimpianto: perché il viaggio non è neppure arrivare in qualche posto. È solo viaggiare.

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12 pensieri su “I racconti del treno: Umanità di seconda classe

  1. La mia ricetta per tenere i piedi per terra:
    – viaggia sui mezzi pubblici
    – pulisciti il tuo bagno

    E poi, come dici tu, è divertente (il treno intendo).

    PS ma la blogfest era davvero così terribile?

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  2. @Thorgen
    visto da chi semplicemente legge con piacere i Post di Galatea, risulta difficilissimo capire la disputa con TopGonzo. Identità mutevoli, sottointesi, allusioni, allusioni ad allusioni, non so. Mi pare molto inutiloe, tutto.

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  3. i viaggi in treno sono importanti, per capire come vanno le cose, e i viaggi nei treni per la gente «fuori casta» sono materiale denso per chi si diletta, come fa galatea con discreta penna, a raccontar la vita

    del resto, se uno legge la Commedia, è molto più pregnante la lettura dell’inferno che quella del paradiso

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  4. Capisco e accetto il Suo punto di vista, Giak, in quanto Lei è sicuramente persona non informata delle malefatte dei topgonzi: i quali da anni, all’insegna della loro crociata contro quelli che considerano dei “fessi”, e protetti da un anonimato tanto codardo quanto becero, vanno scrivendo le volgarità più irriferibili (in genere di infame sapore maschilista) sul conto di Galatea*, oltre che di altri incolpevoli blogger.
    Il sottoscritto, abituato a ben altro nella blogosfera, ha deciso perciò, presto raggiunto in loco da due di tali blogger e da un altro amico, di aprire un blog dedicato al sezionamento e all’esposizione esemplare di tagli prelibati di idiozia dei suddetti individui, ovvero le loro sesquipedali scempiaggini: cercando sempre di farlo – ove possibile – con ironia, come divertissement ad uso e consumo nostro e – se vorranno – dei lettori.
    Se poi il nostro blog sia utile o meno, in un modo o nell’altro, questo lo lasciamo ovviamente giudicare ai lettori: ci basta che lo sia per noi. In ogni caso Lei – se e quando vorrà leggerci o anche intervenire – è il benvenuto.

    * Se ha tempo, voglia e stomaco si faccia un giretto in quella tana di paurosi e constati di
    persona.

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  5. Mi hai fatto venire nostalgia di quei treni (che si chiamavano Locali, non ancora regionali e non più accelerati) che prendevo un quarto di secolo fa (arghhhh!!!) per andare all’Università. Un po’ meno stranieri, niente iPod e telefonini, suore immancabili, gli stessi odori…

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