Il paralibro

Stamattina sono andata a fare un giro in libreria. Un giro di quelli come piacciono a me, cioè proprio un giro: entri e non sai quando ne uscirai. Perché non hai null’altro da fare, appunto, che girare fra i libri. Non cerchi nulla, non hai un titolo o un autore in mente, non hai un reparto in particolare come meta. Sei lì, che ti muovi dove i piedi ti portano e il naso usma i libri, a caso: di uno ti piace il titolo, l’altro lo prendi in mano perché la copertina è bella; non guardi manco il nome dell’autore e passi direttamente a leggere la trama sulla quarta: se ti prende lo compri, sennò lo lasci là. Le più belle scoperte di solito si fan così, ma non è questo che volevo raccontare.

È che mentre ero nella libreria e girellavo in cerca di, pensa un po’, libri, sono rimasta affascinata dalla quantità di roba che non era libri, e che stavano lì.

Più della metà della libreria era piena di altro. E passi per i CD, che hanno la loro sezione, e si capisce che uno magari, giacché va a comprare un libro, si prende pure la colonna sonora per il medesimo: ci sta. No, è che era proprio piena di robe che con i libri non c’entravano un cippa, o meglio sì, magari qualcosa ce l’avevano, alla lontana, di libresco, ma come una tazza del matrimonio reale può avere a che fare con William e Kate, giusto così.

Interi scaffali pieni di calendari (ad Agosto???) di foto di gatti o di bambini buffi vestiti come fiori, o di stelle del cinema del passato già stramorte. Foto artistiche, spiritose o anche belle, per carità. E poi tazze di ceramica con sopra scritti aforismi di Oscar Wilde, magliette con versi di Novalis, borsettine ecologiche con sopra riproduzioni di Picasso o Dalì, valanghe di paccottiglia come fermacarte, appendiborse, chiavi usb e portapenne decorate con i volti di Einstein, Marilyn o Chaplin. E infine una intera sezione di agende, agendine, taccuini, block notes, quadernini per schizzi ed appunti di tutte le fogge e di tutti i colori, in attesa di valanghe di Chatwin, di Che Guevara o di Hemingway.

Sono rimasta là a guardarli, perplessa, pensando alle svariate moleskine che ho a casa, e che non uso mai, perché poi, in treno, o quando sono al tavolino di un bar, a tirare fuori l’agendina nera e la penna e mettersi lì a scrivere mi sento un po’ idiota, e allora, se proprio mi viene un pensiero, faccio un appunto sul cellulare, fingendo di star inviando un sms. Esistono veramente queste frotte di persone che si fermano davanti ad un tramonto o ad una statua di Donatello e sentono la spinta prepotente a buttare giù uno schizzo a china su carta apposita, o di comporre una poesia lì per lì?

Mi sono chiesta a che serva andare a fare la spesa con una borsetta di canapa che reca un aforisma di Flaiano stampigliato su: è più chic per trasportarci i due etti di mortadella? A quale arcano bisogno risponde la necessità di far sapere agli altri che leggi libri sorseggiando alla mattina una tazza di tè con sopra un pensiero di Nietzche, soprattutto quando Nietzsche non l’hai mai letto e se lo facessi ti starebbe anche un po’ tanto sulle balle?

Ecco, non lo so, magari è una fisima mia, ho una giornata storta: ma a me questa cosa che la cultura diventi una specie di status symbol come la macchina o il vestito firmato, che si debba far sapere che leggi, che hai letto, che leggerai mi pare un atteggiamento altrettanto cafone di quello del ricco che ti sbatte in faccia il suo Suv. Una forma di ostentazione priva di senso, perché per me la lettura è come il sesso, una cosa personale che, quando lo fai, non racconti ad altri o te ne vanti in piazza a voce alta, elencando conquiste e prestazioni come un dongiovanni d’accatto nelle torride sere al bar di provincia.

E anche se hai letto un libro non è detto che tu sia migliore di altri, o che tu faccia parte di una setta di illuminati che del mondo ha capito tutto: c’è gente che ha letto milioni di libri senza capire un cazzo, eh. Forse perché li leggevano per sapere l’aforisma di che autore era più chic avere sulla tazza.

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24 pensieri su “Il paralibro

  1. nietzsche è dappertutto, peggio di frate indovino

    comunque meglio nietzsche o sant’agostino su una maglietta che un libro stupido di 500 pagine

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  2. Condivido assolutamente le tue conclusioni.
    Purtroppo è così, la cultura è oggetto di merchandising, al pari dei calciatori, dei divi della tv, e delle marche di automobili.
    Se questo potesse servire ad avvicinare alla lettura, il prezzo si potrebbe anche pagare. Ma temo proprio che non sia così.

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  3. Mmmmhhh, mi sa che io rientro proprio nella categoria odiata 😦
    Intanto lo faccio continuamente di tirare fuori un quaderno ed una penna dalla borsa ed appuntarmi le cose più improbabili: dalla lista della spesa a pensieri sulla natura intrinseca dell’uomo!
    E poi… adoro pure i gadget letterari! Ma non per ostentazione o per spocchia, ma perché mi piace portarmi dietro ed avere sempre sotto gli occhi le frasi che per me sono significative. E’ un modo per imprimersele ancora di più nella memoria. Mi piace la musicalità delle parole e mi fa piacere averle vicine nella quotidianità. Tutto qui.

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  4. Se questo potesse servire ad avvicinare alla lettura, il prezzo si potrebbe anche pagare. Ma temo proprio che non sia così.

    gentile paperisinasce, comprendo il tuo dubbio, serio e fondato; però debbo dire che, tutto sommato, può anche valerne la pena; io per mestiere invento e disegno oggetti «inutili» (del resto tutti dobbiamo mangiare…), e mi son stupito di quanti, nel laboratorio, fra i venditori, mi hanno chiesto notizie sulla citazione che avevo scelto per un album, per un’agenda, chiedendomi qualche lettura, qualche indicazione; ora io, in effetti so bene che la cultura a volte è solo una cosa che si impacchetta e si vende, che fa figo e basta; ma è un rischio che è bene correre, altrimenti certi contenuti ce li rimbalziamo fra accademici, professori, intellettuali di provincia, dove alcuni sono menti davvero alte, ma altri son dei mediocri abbarbicati al loro micropotere; essendo io una figura ibrida (inviso a entrambi) dei due mondi, amo le ibridazioni, sono un rischio da correre

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  5. Ho provato a leggere dentro una di quelle cose, quelle piene di parole e senza nemmeno una immagine, beh! una noia mortale. Piena dei cazzi degli altri (scusa il francesismo) e niente di pratico. Alla fine ho rinunciato.

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  6. il taccuino su cui fare qualche schizzo c’è l’ho sempre dietro, con i pennarelli e la biro nera. non conosco cellulari ancora in grado di sostituirli. forse ci sono, non lo so sinceramente…

    su facebook fabio volo e totti han sostituito nietzsche e wilde. non so se in tema con il tuo post, ma effettivamente credo che i “finti” libri facciano più danni degli “inutili” gadgets, che magari un libro “vero” ti fan venire voglia di leggerlo.

    ecco la copertina del mio taccuino, ovviamente personalizzata
    https://www.facebook.com/media/set/?set=a.1682636718457.88271.1613774104&type=1#!/photo.php?fbid=1684025553177&set=a.1682636718457.88271.1613774104&type=1&theater

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  7. E’ tenero ed ingenuo questo tentativo di far diventare commerciale la cultura, quindi non ti preoccupare. Non sfonderà mai.

    C’è di peggio: la moda diffusissima dell’ignoranza.

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  8. “Esistono veramente queste frotte di persone che si fermano davanti ad un tramonto o ad una statua di Donatello e sentono la spinta prepotente a buttare giù uno schizzo a china su carta apposita, o di comporre una poesia lì per lì? ”
    Esistono. Eccomi, esisto. Piacere di conoscerti 🙂

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  9. Anch’io, come Niko, non me la prenderei, ma, soprattutto, adotterei la tecnica del maiale: non butterei via niente.
    Nel migliaio che hanno scelto il libro per come stava col colore della libreria, magari anche uno solo che, poi, ci rimanesse intruppato, ecco, ne sarebbe sempre valsa la pena.
    Bibliosi virale.
    Mi’ babbo faceva sempre arrivare un quotidiano in casa, ad ogni condizione economica si trovasse la numerosa famiglia, e gliene sarò per sempre grato.
    Nota bene. Ho appena smesso di comprare il giornale in edicola , complice le ferie dell’edicolante, ma tornerò, comunque, ogni tanto, a comprare carta anche lì, con la scusa degli allegati.

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  10. anche io faccio ‘giri’ in libreria, vado in una stupenda grandissima fornitissima con pochissimi gadget e molti divani e poltrone, in cui mi siedo per ore con alcuni libri, fingendo di comprarli e leggendo un paio di capitoli alla volta, poi cambio sedia e zona e fotografo le pagine delle ricette di cucina che mi piacciono(una o due per libro, sono molto difficile!)con il cellulare, torno a leggere un pò di libro e in questo modo seguo molti scrittori contemporaneamente senza acquistarli, dieci libri al mese per me sono impossibili da pagare, compro solo se alla fine mi sono piaciuti moltissimo e so che vorrò rileggerli…in crisi economica profonda me la cavo così…quando non sono ancora su emule…

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  11. Secondo me non è una forma di ostentazione priva di senso. Il senso è quello di apparire intelligente (secondo il ragionamento fallace ma efficace “ho un oggetto che riporta le parole di una persona intelligente => le apprezzo => sono intelligente).
    Anche scrivere su un blog è una forma di ostentazione, e il senso è il medesimo. Solo che su un blog puoi provare di essere intelligente, mentre una tazza non dimostra nulla.

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  12. Io invece ho comprato un libro che mai leggeró (Wittgenstein) perché in regalo mi davano la tazza E la borsa di tela della Routledge.

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  13. solo definire cosa sia la «cultura» richiederebbe pagine su pagine senza poi arrivare a nessuna conclusione

    diciamo che quella parte di cultura che tradizionalmente utilizza il media «libro» ha, come assai giustamente rilevato da galatea, alcune caratteristiche di intimità, di rapporto personale con la pagina scritta, quindi in sostanza uno legge e son fatti suoi

    però chi legge poi si trova, talvolta, probabilmente per un insieme di impulsi (vanità, amore per la diffusione del sapere, piacere del rielaborare, semplice voglia di comunicare) a usare queste letture

    in un passato non lontanissimo ricordo come fossero la politica e la religione le «scuse» per mettersi a scrivere o parlare (ricordo un amico che metabolizzava intere biblioteche per poi scrivere articoli su un oscurissimo bollettino di un altrettanto sconosciuto e piccolissimo gruppo politico, ma nei primi anni 70, è risaputo, eravamo scemi)

    oggi, si scrive per vanità (lo disse anche nietzsche, in un aforisma notissimo serigrafato anche su tazze, maglie, vibratori, ciabatte, mousepads e ciotola del cane)

    ma in fondo è moralismo accusare un intellettuale di esser vanitoso, quel che conta è se quel che viene scritto è interessante o meno

    purtroppo, dato che si scrive troppo, ormai il problema è che ci vorrebbero trent’anni di non-scrittura per far rinascere uno scrivere che non sia stantìo, scontato, noioso e inutile

    in effetti, chi invoca il silenzio, ha buone ragioni

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  14. il problema vero non è quello che si scrive di “intelligente” su tazze e altri gadgets, ma quello che di stupido si scrive in giornali e libri.
    sono d’accordo che leggere sia una cosa intima, ma non che sia da tenere per sè come il sesso. A un’amica non consiglierò mai di andare a letto con il fustacchione che ho biblicamente conosciuto io, ma le posso consigliare il libro che ho letto ultimamente!

    per quel che riguarda gli schizzi di tramonti e Donatello, la fregatura è che non so disegnare, quindi mi accontento della macchina fotografica!

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  15. cosa in se, come sempre, può avere valore diverso per diverse persone. posso mettermi una maglia con una massima solo perchè la condivido e mi piace, posso farlo per sembrare “più”. ma qualsiasi cosa posso farla solo per sembrare “più” e non perchè mi fa star bene…
    vale anche al contrario: io qualche maglia divertente, o “”profonda””, ce l’ho, ma finisco sempre a mettere quelle tintunita perchè poi gli altri pensano che, e poi io non ho voglia di spiegare che, ecc… non c’è molta differenza, in fondo.

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  16. Premesso che avere un quadernino dove prendere appunti al volo e` una cosa utilissima. Certo fa piu` fico usare l’iphone od android, ma da possessore di un vecchio palmare windows CE 2.0 penso che questi oggetti non resistano per nulla all’obsolescenza informatica. Da qualche parte ho dei pacchi di floppy da 5 ¼ ancora sigillati ed anche un drive per scriverli, ma quanti, che hanno un pc moderno sono in grado di leggere un floppy?

    Per i gadget nelle librerie, credo che sia un tentativo di diversificare nel tentativo di attirare della clientela, che magari non cerca un libro di per se, ma una idea regalo, che potrebbe essere un libro ma anche no.

    Aggiungo una cosa: ultimamente l’unica libreria fisica da cui compro e` quella della CELID, ovvero una libreria universitaria, se non altro chi vende sa consigliare sui libri ed eventualmente se non chiedi un libro sulla progettazione delle casse acustiche te lo fa arrivare oppure ti dice che e` disponibile presso il negozio a lettere.

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  17. “una tazza di tè con sopra un pensiero di Nietzche, soprattutto quando Nietzsche non l’hai mai letto e se lo facessi ti starebbe anche un po’ tanto sulle balle”

    Ahimè mi ritrovo in questo inciso, che leggo per puro caso oggi… 🙂 Ho uno stupido e forte pregiudizio su Nietzsche, retaggio del liceo. Spero mi passi e mi assalga la voglia di leggere tutte le sue opere, ma nel frattempo trovo comunque d’impatto diversi suoi aforismi che circolano (nelle agendine, nel web…) e, a volte, li uso e ne abuso. Secondo me quando si è comunque lettori e si frequentano le librerie per amore della lettura, anche l’aforisma assassino e la shopping bag ‘colta’ (??) non sono poi così beceri.
    Comunque, nonostante queste mie convinzioni, condivido praticamente tutto il post… più che fisime, cose che dovrebbe pensare chiunque metta piede in libreria

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