Il reality la scuola e il totalitarismo: alcune riflessioni sui libri di testo, l’educazione e la politica

Tutto si tiene. C’è una sottile coerenza che unisce le due notizie riguardanti il mondo della scuola uscite ieri: l’annuncio di un reality show di Mediaset in cui professori precari saranno assoldati per dare lezioni a somari catodici reduci di Grandi Fratelli ed affini e l’iniziativa patrocinata dall’onorevole Carlucci, volta ad epurare libri di storia troppo “comunisti”, emendandoli e togliendoli dalle aule.

Lo show di Mediaset, infatti, sarà, da quanto si capisce, un La pupa e il secchione vip, in cui ex concorrenti di altri reality, resisi famosi per gli incredibili svarioni proferiti e per l’ignoranza tetragona, saranno affidati alle cure di alcuni precari, convinti a prestarsi al gioco dalla prospettiva di guadagnare, in un colpo solo, ben dieci anni del normale stipendio, come fa notare elegantemente il bando per le candidature.

Non mi soffermo nemmeno sul cattivo gusto offensivo e gratuito che spinge Mediaset a cercare i “docenti” fra i precari, speculando proprio su quella categoria di persone che ha perso il posto, dopo anni di supplenze, proprio a causa della riforma Gelmini; no, quello che è interessante è cosa dovranno “insegnare” questi disgraziati ai loro alunni: il loro compito, infatti, sarà riuscire a far superare al somaro catodico loro affidato un test.

Tralasciando ogni altra considerazione, l’idea di cultura che sta alla base di questo tipo di trasmissione è devastante, o meglio, devastata: il compito di un docente, si evince, non è formare il suo alunno, cioè insegnargli ad avere una coscienza critica, a leggere un testo e farsi un’idea personale del contenuto, a saper risolvere un problema facendo riferimento ad un bagaglio di conoscenze e soprattutto ad un metodo consolidato. No, il docente è appena un gradino sopra all’ammaestratore di scimmie del circo, perché il suo compito è ficcare in testa all’alunno una serie di nozioni slegate fra loro che però gli permettano, esattamente come avveniva nella Pupa e il Secchione, di superare una raffica di domande a caso.

L’istruzione, per chi scrive e pensa questi programmi, è in pratica una cosa molto simile ad un gioco di prestigio, in cui il mago, in questo caso professore, infonde, anzi, inculca (e il verbo non è scelto a caso) una serie di conoscenze statiche nella testa del povero studente a lui affidato, come se lo studente fosse un sacco vuoto privo di qualsiasi personalità, uguale a centinaia di altri e perciò rimpinzabile di qualsivoglia contenuto, quasi si trattasse di un panino che bisogna farcire. Ogni docente che abbia una minima esperienza di scuola reale sa, invece, che persino l’alunno più limitato, quello che della tua materia se ne strafrega e non ne capisce un accidenti, ha la straordinaria capacità, proprio perché non è un panino o un sacco, di farsi una propria idea originale, anche se magari sballata, o di venirsene fuori all’improvviso, dopo anni e anni di tenebre assolute, con una osservazione saggissima, persino geniale, che ti spiazza; che i contenuti divengono per forza differenti da alunno ad alunno, perché la cosa che tu spieghi in un modo a Caio non la puoi spiegare nell’identico modo a Tizio, e che alle volte una risposta sbagliata ma frutto di ragionamento vale di più, per te che sei docente, di una giusta ma originata da una pedissequa memorizzazione.

Per questo l’insegnante serio, anche se è perfettamente in grado di spiegare ai suoi alunni come superarli con successo, odia quasi sempre i test, e, se li fa, li affianca ad altre prove: perché aiutare un alunno a formarsi è una cosa molto più complicata e sottile che non controllare se ricorda la data della morte di Dante o della battaglia di Solferino, dati che potrà trovare senza problemi in mezzo secondo su Google, casomai gli servissero un domani nella vita.

Chi pensa che il professore sia una specie di “mago”, che propina ai suoi alunni concetti sempre uguali finché questi – probabilmente per esasperazione – non se li ficcano in testa senza più protestare, immagina i docenti come persone che non insegnano, ma fanno lavaggi del cervello, distruggono ogni nozione preesistente nella testa dei loro discenti e ne reinstallano di nuove, fatte in serie: la scuola come una succursale del Kgb e gli alunni come automi o bulloni, dei prodotti di una catena di montaggio.

È una idea tipica di tutti i regimi totalitari, che non tengono alcun conto della specificità dell’individuo: per un fan del totalitarismo, l’individuo non esiste: esiste una massa di tizi anonimi che si possono programmare come si programma, appunto, un robot: se gli insegni A farà A per tutta la vita, senza domandarsi che senso abbia, e senza mai avere la capacità di porsi il dubbio che fare A sia una stronzata.

Per fortuna, anche se l’indottrinamento di tipo totalitario può avere un notevole successo quando sia applicato in modo sistematico, alla lunga fallisce sempre. Gli individui, tutti, sono dotati comunque di una embrionale forma di senso critico: persino il bimbo più sprovveduto ed obbediente viene talvolta colto dal sospetto che il maestro o il professore o il libro di testo gli stiano dicendo stronzate e fa di testa sua. E meno male, perché è grazie a questi salutari dubbi che la civiltà va avanti. Il compito del docente (non del “bravo” docente, proprio del docente e basta) è quello di stimolare il senso critico dell’alunno, fornendogli non le nozioni, ma i mezzi per valutare la validità delle nozioni che gli vengono proposte.

Per questo la polemica sui libri di testo è assurda, anzi, è una polemica che può fare solo chi ha, di fondo, una mentalità totalitaria. Lasciare un ragazzino esposto al libro scolastico più infarcito di politica non vuol dire che automaticamente egli ne assorbirà la visione: primo perché il libro gli sarà spiegato da un insegnante, il quale, anche se ha adottato un libro di testo (o se lo è ritrovato perché lo aveva adottato il collega dell’anno precedente) lo interpreterà spiegandolo, ed ogni spiegazione inserirà una reinterpretazione personale; secondo perché i ragazzi – e qua si sta parlando di libri adottati alle superiori, quindi non di treenni sprovveduti che credono ancora alle favole sono perfettamente in grado di avere delle loro idee su ciò che leggono, o di crearsene e di interpretare a loro volta; persino, spesso, se nessuno ha insegnato loro a farlo.

Solo chi immagina il libro di testo come una cosa che si debba imparare acriticamente a memoria può essere spaventato dal fatto che vi siano al suo interno frasi che non garbano alla sua personale visione politica. Un libro è qualcosa che leggo per farmi un’idea, non che adotto al posto del mio cervello, o bisognerebbe dedurre che, siccome fra i miei scrittori preferiti ci sono Celine e Nabokov, io sia necessariamente una antisemita che sogna di sedurre ragazzine.

Del resto il Fascismo fece studiare tutti gli Italiani su un testo unico, rivisto e, a suo parere, politicamente correttissimo. Si tirò su una generazione che scappò in montagna a fare il partigiano e condannò a morte Duce non appena ne ebbe l’occasione. Quindi qualcosa non torna.

 

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8 pensieri su “Il reality la scuola e il totalitarismo: alcune riflessioni sui libri di testo, l’educazione e la politica

  1. Anche il Cav adora Celine e Nabokov, e nemmeno lui è antisemita. 🙂

    Comunque se qualcuno ancora non conoscesse la storia, sta sempre bene rammentare quale sia il livello culturale della Carlucci e la bellissima figura a livello internazionale che fece poco tempo fa mettendo in mostra le sue profonde conoscenze di fisica delle alte energie…

    http://www.gennarocarotenuto.it/1947-ulteriori-sviluppi-del-caso-maiani-cnr-ratzinger-alla-sapienza-gabriella-carlucci-di-forza-italia-insiste-e-si-copre-di-ridicolo-davanti-al-mondo/
    Ciao!

    L.

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  2. Resta il problema: come siamo arrivati a questo punto?
    E il problema ancora più grosso: come ne usciamo? Quanti anni ci vorranno per uscirne? Sarà possibile uscirne senza spargimenti di sangue? Stiamo andando verso tempi dittatoriali?
    Altre domande a caso: riusciremo ad uscirne prima che il contesto internazionale ci stritoli? riusciremo ad uscirne prima che la crisi ecologica ed economica faccia sparire tutto il baraccone in una bella implosione? riusciremo a partorire una classe dirigente sensata in tempo, che faccia ripartire la ricerca, che partorisca politiche estere di blocco del debito per favorire lo sviluppo del terzo mondo, riusciremo a riavere gente competente che sia in grado di analizzare la situazione geopolitica mondiale? o continueremo ad essere nelle mani di ballerine e pagliacci, come su un patetico titanic? e l’italia che precipita in questo gorgo di ignoranza e autoritarismo razzista e intollerante è il fanalino di coda del mondo industrializzato, o è il primo esempio di un nuovo modello verso il quale anche gli altri paesi inizieranno prima o poi a scivolare, spinti dalle onnipresenti tentazioni xenofobe, e dal fatto puro e semplice che un imprenditore televisivo spregiudicato e capace è capace di manipolare qualsiasi popolo in qualsiasi regime, e a noi è solo capitata la triste sorte di essere i primi?
    ultima domanda: ma siamo stati veramente i primi a raggiungere questi livelli abissali di ignoranza e populismo, o non abbiamo semplicemente copiato il peggio del neoconservatorismo bigotto statunitense, quello che sta togliendo darwin dalle scuole, aggiungndoci solo un tocco di colore e spudoratezza pasta pizza e mandolino?
    sono in uno dei miei momenti di ottimismo, ma non vi preoccupate: nei prossimi commenti tornerò cinico e scoraggiato come sempre. A presto,

    Luigi

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  3. Cara Galatea che tu proponga le riflessioni che hai sentito la necessità di scrivere lo capisco perfettamente. E’ che mi pare triste e mortificante che le si debba scrivere perchè siamo ridotti a tale infimo livello che è necessario scriverle.

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  5. Concordo su tutto e sinceramente la situazione italiana mi sconforta molto, soprattutto per il modo in cui questo governo tratta il mondo della scuola, cosa che mi mortifica tantissimo, più della mia condizione personale di precaria della scuola.

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  6. Queste notizie non smuoveranno di nemmeno un millimetro l’ opinione dei berlusconiani.

    Tutta questa gente, straconvinta del fatto che il Caballero sia la più grossa fortuna mai capitata all’ Italia, il più grande statista della storia, non è che ci fa, ci è proprio.

    E anche Silvio, loro leader inamovibile, perché eletto dalla maggioranza degli italiani, ma soprattutto eretto dalla totalità delle italiane, ci è… e non ci fa… “Meno male che Silvio c’ è”

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  7. sono d´accordissimo con te… non voglio che i miei libri di scuola vengano rivisti e manipolati cosí! E poi come giustamente scrivi, abbiamo una testa per pensare… piú ci dicono cosa dobbiamo credere, piú crediamo il contrario per rigetto 🙂

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