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Il problema, con Pitagora, è che è un filosofo. Ecco, voi non avete idea. Se uno entra nella storia della cultura occidentale come filosofo, è come filosofo che se lo ricordano tutti. Pagine e pagine e pagine a discettare di quello che ha pensato, di quello che forse ha scritto. Che è giusto, per carità. Ma quando poi qualcuno del filosofo vuole dare un ritratto storico, o almeno provarci, là cominciano i guai. Perché tutti han parlato di quello che ha pensato, di quello che forse ha detto. Ma quello che ha fatto: uh, mamma, quello che ha fatto un guazzabuglio senza fine: non ci si raccapezza. Capita a tutti i filosofi. Per la maggioranza delle persone, Hegel è quello del tre, cioè tesi-antitesi-sintesi. Lo sapete, se ve lo chiedono di botto, dove insegnava, che ha fatto nella vita oltre che pensare? No. Appunto.

Pitagora, per tutti, è quello del teorema e delle fave: nel senso che le fave non le sopportava, e il teorema, be’ gli è rimasta addosso ‘sta cosa dei cateti e dell’ipotenusa, anche se poi ci sono forti dubbi che l’abbia scoperta lui. Invece Pitagora è molto di più di una probabile intolleranza alimentare ed una regoletta che si impara alle medie. Pitagora, e la sua cerchia di seguaci e allievi, sono un mondo complesso, affascinante, malmotoso: un’onda lunga che fra rivolte, omicidi, invidie tiene banco per secoli, governa in modo occulto o palese la Magna Grecia, si irradia a Roma, rimane in vita fino ai tempi dell’Impero. Una setta di intellettuali a mezzo fra i Massoni e la Spectre, i primi in Occidente a tentare la scalata al potere politico, e i primi, veramente forse gli unici, a riuscirci: Pitagora è l’uomo che ottenne ciò che Platone bramò tutta la vita, con tutto che era Platone.

Iniziamo dall’inizio, che è sempre il modo migliore per cominciare. Pitagora è di Samo, ridente isola dell’Egeo che nel VI secolo a.C. è uno degli snodi commerciali della Grecia. Lo è perché, attorno al 537 è salito al potere come tiranno Policrate, uno di quegli avventurieri un po’ guasconi che spesso fanno le fortune e le tragedie delle terre di cui prendono il comando. Spregiudicato, voltagabbana alla bisogna, furbo e senza scrupoli soverchi, Policrate prende il comando dell’isola, e la rivolta come un calzino: senza indulgere in patriottismi fuori luogo si mette sono la protezione del Re di Persia, intrallazza con l’Egitto e, quando capita, non disdegna di fare il pirata. Per arrivare al comando, deve far fuori la vecchia aristocrazia isolana, di cui, assai probabilmente, la famiglia di Pitagora faceva parte. È un uomo nuovo, Policrate, e quei nobili con la puzza sotto il naso e tutte le loro belle tradizioni, che si menavano vanto delle loro ricchezze avite e si passavano di generazione in generazione il privilegio di far da sacerdoti nel tempio di Era, per cui Samo era famosa, non li reggeva proprio. E’ una storia da raccontare, quella di Policrate, ma magari un’altra volta: adesso raccontiamo quella di Pitagora, non ci perdiamo.

Pitagora Policrate non lo regge proprio, e si può ben capire, dato il caratterino certo poco accomodante e dittatoriale che il giovane filosofo doveva avere: intelligente, ma simpatico un’ostrega, Pitagora. Policrate deve essergli parso un disgustoso ignorante parvenu, uno che voleva sviluppare i commerci e la flotta, per dar da mangiare a quella pletora di pezzenti mezzi pirati che gli facevano da guardia e da entourage. Ma siccome di schiodarlo dal potere non c’è verso, non a Pitagora non resta che prendere la strada dell’esilio, quanto volontario non è chiaro. Quando parte ha circa trent’anni, e, par di capire dalle fonti, una certa qual fama già acquisita di intellettuale, in quanto allievo di Ferecide e di Anassimandro. Fatto sta che quando decide di partire, forse perché caldamente consigliato a farlo dal Governo, forse dopo qualche sosta in Egitto per approfondire la cultura locale, si dirige in Occidente, a Crotone, colonia dorica della ricchissima Magna Grecia.

Dorica, e lui è uno Ione, quindi sempre Greco, ma di stirpe diversa: Ioni e Dori non è che si odiassero come Romanisti e Laziali, ma insomma quasi. Perché a Crotone, dunque? Non ci sono risposte certe alla domanda, ma una suggestione sì: a Crotone c’era il tempio più famoso, in Occidente, di Era, la stessa dea di Samo. Avevano contatti, i due templi? Probabilissimo. Ancor più probabile che Pitagora avesse dunque a Crotone qualche aggancio familiare e di amicizie, cosa molto diffusa all’interno delle aristocrazie greche, in cui i legami di ospitalità si tramandavano di generazione in generazione.

In effetti il suo arrivo a Crotone, per come lo narrano le fonti, pare quello di una rockstar. Pur facendoci la tara – dato che le fonti sono scritti di suoi adepti e vissuti secoli dopo – l’esule deve essere stato bene accolto.

Crotone era una città ricchissima, potente e superba. Famosa per la salubrità dell’aria, era governata da una aristocrazia e menava vanto per la forza dei suoi atleti, che avevano trionfato in numerose Olimpiadi. Era diventata il faro dell’intera regione, la città egemone. Finché non aveva preso una solenne batosta, di quelle che capitano a chi troppo confida in sé. Pochi anni prima, presso il fiume Sagra, dopo aver dichiarato guerra alla più piccola Locri, era stata malamente sconfitta. L’aristocrazia crotoniate non se ne dava pace, non sapeva farsene una ragione, non ne capiva il perché. L’arrivo di quello straniero ammantato di fama da grande maestro le sembrò la risposta alle sue preghiere.

Pitagora per piacere ai Crotoniati aveva tutto: era un aristocratico paladino della tradizione, dotato di bellezza grave ed altera, eloquio fluente, gusto teatrale nel lasciar cadere le parole come fossero rivelazioni divine: una sorta di Eugenio Scalfari all’ennesima potenza, per dire. Come sbarca, apre un tìaso, che non è proprio una scuola, è più un circolo esclusivo, un club, cui sono ammessi, ma con selezione spietata e rigorosa, i giovani delle famiglie più nobili della città. Ad attirali presso Pitagora è un testimonial di eccezione, Milone, che già è un campione olimpico di pugilato famoso in tutto l’Occidente, una star, e diviene subito l’allievo prediletto e addirittura forse il genero di Pitagora: ecco, per spiegare in termini più chiari: come se Eugenio Scalfari diventasse suocero di Del Piero. Milone, come allievo di Pitagora, segue scupolosamente i dettami della scuola, e la dieta che Pitagora impone, e siccome vince ancora altre gare e Olimpiadi, Pitagora diventa per tutta la Grecia non solo un filosofo, ma l’allenatore della squadra del cuore. Insomma, è Eugenio Scalfari più Mourinho, per rendere bene l’idea.

A Crotone, il delirio. Poco manca che gli facciano la ola. L’assemblea cittadina (una specie di Senato) lo invita a tenere una lezione: non è Mourinho, è Riccardo Muti che fa il concerto di Natale a Montecitorio. Al suo fianco, testimonial di quanto faccia bene e sia bello e figo essere Pitagorici, Milone, che lo segue come un’ombra, presta la sua casa – è uno degli uomini più ricchi e famosi della città – alle cene cui partecipano i discepoli. Una città greca dell’epoca, per quanto potente, è simile per mentalità ad un paesotto, e Milone è la gloria locale. Mandare i figli da Pitagora diventa un must, anche perché entrare nell’accademia non è per niente facile, e più sono le richieste, più Pitagora diventa selettivo. Cosa di preciso insegnino, in quella benedetta scuola, non è ben chiaro: matematica, musica, astronomia, e tutte le teorie che il Maestro produce ed elucubra. Ma quali siano, non si riesce a capire, perché su questo silenzio assoluto: i Pitagorici fanno gruppo, sono una setta chiusa, quello che sanno lo accennano per vaghe e complicate allusioni, lasciando intendere che per la gente comune è roba troppo sofisticata, che la gente comune non è all’altezza. Se il Maestro è simpatico un’ostrega, i suoi discepoli sono gradevoli come un attacco di diarrea, ma si infilano dappertutto. Nel giro di una ventina d’anni, dal 530 al 510, Pitagora si alleva una intera generazione di giovani aristocratici, non solo di Crotone, ma anche delle poleis vicine: sono un gruppo coeso, una intellighenzia organica ed allineata: buone teste con ottima formazione, ma programmate per venerare e considerare infallibile il Maestro, e lui solo. Forse non sono una Spectre, ma ci vanno abbastanza vicino. E il 510 diventa un anno importante, probabilmente di svolta: un anno che segnerà il punto massimo del potere dei Pitagorici, e probabilmente anche il momento in cui comincia il loro inarrestabile declino. Ma per questo deve entrare in scena un personaggio che viene da lontano, il principe spartano Dorieo, e deve consumarsi l’immane tragedia della caduta di una intera città, Sibari.

 

(continua…)

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