Ecco, io per esempio. Qualche considerazione a margine del “Caso Caruso” e dei blog

Se non siete su FriendFeed o su Facebook probabilmente non ve ne sarete nemmeno accorti. Ma se ci siete, il nome di Paola Caruso, giornalista precaria del Corriere della Sera, vi è probabilmente noto: l’altro giorno ha iniziato uno sciopero delle fame per protestare contro la sua situazione, dopo essere stata esclusa, a suo dire, dalla possibilità di entrare in pianta stabile al giornale, finalmente, dopo anni di collaborazioni.

Non conosco personalmente Paola Caruso, anche se è tra i miei contatti di FF, ma appena ho visto comparire la notizia l’ho subito rilanciata nel blog, su Facebook, e dovunque mi fosse possibile. Anche se non lavoro più per i giornali, l’istinto della cronista mi è rimasto: e qualcuno che inizia uno sciopero della fame per protesta è a mio avviso una notizia che va data: al di là del caso specifico e dei particolari spiccioli, poi, è una storia che racconta la nostra epoca, in cui un’intera generazione di quasi quarantenni si ritrova così, nell’incertezza stabile, perché per anni fai un lavoro che ti viene rinnovato di anno in anno, ma mai offerto in maniera definitiva, anche se ti viene poi richiesto di continuare a farlo, il lavoro, spesso lasciando intendere che se sei bravo e ti adatti, questa volta no, ma la prossima chissà.

La mia adesione alla causa di Paola Caruso – se si può parlare di “adesione” da parte di una blogger che si è poi in pratica limitata a segnalare la storia attraverso i mezzi di cui dispone, cioè un blog ed un paio di account- è stata, lo ammetto senza nessun problema, di pancia. Sono fiera, per certi versi, che sia stata così spontanea e poco mediata, se volete: perché a me piace essere una che se deve scegliere in fretta dove schierarsi si mette d’istinto dalla parte di chi appare in maggiore difficoltà. E chi per disperazione sceglie di fare uno sciopero della fame, in difficoltà seria lo deve essere: sono scelte estreme che si fanno quando si è passato il limite dell’umana disperazione.

Il gesto di Paola in rete ha scatenato una incredibile ondata emotiva e ha avuto grande pubblicità. Non era difficile immaginarlo: chi come lei lavora da tanti anni nella comunicazione non solo la sa usare, ma ha anche molti amici che fanno lo stesso mestiere. Per cui non è strano che la sua protesta sia stata conosciuta non appena è cominciata, mentre quelle di altri, ugualmente disperati e decisi a gesti estremi, magari arrivano alla ribalta solo con qualche giorno di ritardo. Un mio vecchio capo redattore diceva sempre che una notizia è quella cosa che accade vicino a dove c’è un giornalista che se ne accorge.

Assieme alle reazioni emotive a favore di Paola sono iniziate, a velocità uguale, le reazioni di segno opposto, cioè le critiche, che si sono divise in due grandi categorie: quelle personali, che attaccavano Paola nello specifico, accusandola di aver montato questa faccenda per tornaconto personale o per ansia di notorietà; e quelle rivolte a chi, come me e tanti altri, di questa vicenda si era occupato.

Delle critiche personali non voglio parlare, perché penso che spetti a Paola Caruso rispondere, anche se alcune di queste le ho trovate così piene di gratuito livore e di assoluta mancanza di umana pietà nei confronti di una persona che si trova in una condizione di evidente disagio da farmi domandare davvero a che livello di rissosità da taverna sia sceso questo paese, e se questo non spieghi, più di tante analisi politiche, sociali ed economiche, perché siam poi messi come siamo messi.

Sulle critiche mosse invece a chi ha aderito alla protesta, mi sento invece di spendere due parole, e non solo come parte in causa.

La prima è stata “l’emotività” con cui si sarebbe mossa la “rete” nel trattare immediatamente il caso, lanciare mobilitazioni, condividere il link di Paola Caruso. Di tutto questo fermento “di pancia” alcuni si sono altamente scandalizzati, e, se devo essere sincera, me ne sfugge il motivo. All’inizio la notizia è stata segnalata da blog ed account di amici di Paola, e che si presentavano come tali. Domanda: come ci dovevamo aspettare che reagissero? Tre o quattro account su FB o su FF ed un sito anche molto noto non sono “la rete”: sono tre o quattro account ed un sito molto noto che, proprio perché tenuti da amici di Paola, si sono dati da fare per divulgare la notizia. Fossimo stati negli anni ’70 avrebbero fatto girare volantini ciclostilati e approntato un picchetto fuori dalla sede del Corrierone. I moralisti che avrebbero dedotto, che le tipografie e la strada reagivano di pancia al caso Caruso?

Da questo nucleo di blog e account è partita una mobilitazione, che, come tutte le mobilitazioni, non era “neutra” e non poteva esserlo, ma nemmeno pretendeva di presentarsi come tale. Ma poi, mi domando ancora, perché avrebbe dovuto? Chi tiene un blog, ci continuano a dire i giornalisti “seri”, non fa il giornalista e non può nemmeno ambire a credersi tale. Bene. Allora ci spieghino perché si pretende poi che noi trattiamo le notizie come se fossimo giornalisti professionisti. Un giornalista “serio” deve approfondire, tenere conto di tutte le sfumature, presentare tutti i punti di vista. Ma un blogger che non è giornalista, esattamente, che dovere ha? Il pubblico che legge il suo blog sa che quel blog rappresenta la sua personalissima visione del mondo. Fatti salvi gli obblighi di legge onde schivare querele, il blogger non ne ha altri: sceglie di cosa parlare, come farlo e quando. Quindi, se decide di fare campagna per Paola Caruso o contro, magari con una scelta di pancia e poco razionale, esattamente di che cosa lo si può accusare? Quale patto o quale professionalità ha violato o svenduto? Mah.

La terza accusa discende e forse è una variante della seconda: i blogger si sono mobilitati per la Caruso, ma ci sono tanti altri casi più seri di cui si dovrebbe parlare prima del suo, che ha avuto tanta visibilità perché è amica di tanti blogger. Anche qua, vale la risposta di cui sopra, e cioè: embe’? Di tragedie al mondo ce ne sono a bizzeffe, e anche di storie tristi e pietose. Ma io tengo un blog, non faccio un servizio pubblico, per cui le notizie da commentare e da far circolare le scelgo a mio esclusivo capriccio. Neppure con i miei lettori ho obblighi, perché il mio blog è gratis, e se a loro non piace ciò che scrivo possono sempre fare a meno di leggerlo, e bona là. Sono una blogger, non una giornalista, il che vuol dire che posso tranquillamente tralasciare il Dafur per Paola Caruso, o decidere di fregarmene della Caruso e postare foto di gattini pucciosi.

Si vuole una rete che reagisca non “di pancia” ma con seria e distaccata professionalità? È difficile, perché la rete non è fatta da professionisti, ma da gente che scrive su spazi personali (perfino quando, magari, poi di mestiere fa il giornalista professionista: nel blog fa il blogger, al giornale fa il suo mestiere). Sarà l’informazione “professionale” che avrà l’obbligo morale (e anche contrattuale) di prendere questo materiale, filtrarlo, darne una visione obiettiva e d’insieme.

Non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca, diceva il vecchio proverbio. Allo stesso modo, non si può pretendere che i blogger facciano i giornalisti distaccati quando comoda, per poi ricordar loro, quando non comoda più, che sono solo blogger e non devono farsi illusioni.

 

 

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19 pensieri su “Ecco, io per esempio. Qualche considerazione a margine del “Caso Caruso” e dei blog

  1. MG, tu sai quanto ti stimo e leggendo il tuo articolo posso concordare con parte di ciò che dici, ma a mio avviso, c’è un’altra categoria – quella cui appartengo io – che si è “schierata” contro sia la modalità in cui questa cosa è stata messa in atto che, soprattutto, per la gestione, a volte davvero superficiale e “cannibalistica”, da parte di alcuni… e, a mio avviso, l’emozione non può essere addotta a scusante per far rimbalzare una notizia senza averne quantomeno compreso i contorni.

    Paola la conosco personalmente, non è un’amica perché l’ho vista due volte in situazioni sociali e non chiamo amici i conoscenti, non esprimo giudizi personali su di lei perché, semplicemente, non ho abbastanza dati.

    La mia opinione riguardo ai diversi aspetti l’ho espressa in modo diretto in diversi interventi.

    Io non chiedo ai blogger di fare i giornalisti distaccati – anche se, per fare l’avvocato del diavolo, se la blogosfera desidera essere riconosciuta come un serio fornitori di informazioni, dovrebbe fare maggior attenzione – tuttavia credo che, prima di creare panico ed isteria gridando al fuoco sarebbe almeno opportuno capire cosa stesse succedendo, per evitare che i danni causati “dal dare l’allarme” non siano seriamente più gravi di quanto li possa avere, incautamente, motivati…

    La reazione è stata definita “pavloviana”. Concordo. Credo anche che, nel panico e nella confusione, ci si sia dimenticati che parlare con cognizione di causa e, per quanto possibile, con emozioni quantomeno controllate non sia solo cosa da giornalisti, ma solo utilizzo del buon senso.

    🙂

    E credo che se, almeno, gli eventi degli ultimi giorni potranno contribuire ad una presa di coscienza e ad un po di autocritica nella rete quantomeno qualcosa di buono ne sarà uscito 🙂

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  2. @zetarrafix: A livello personale io rispondo per quello che ho scritto io nel mio blog, negli account e nelle varie discussioni, ovviamente. Che si possano avere opinioni diverse sulla vicenda mi pare ovvio, ed anche che si possano criticare in parte o del tutto le modalità scelte per renderla pubblica. Però, almeno per quanto mi riguarda, una volta venuta a conoscenza della vicenda, verificato quello che si poteva verificare al momento in cui l’ho saputa, mi sono sentita in dovere di segnalarla e di portarla, per quanto potevo, alla ribalta. Ma questa è una mia impostazione caratteriale: anche quando mi faccio prendere dall’emozione, cerco di mantenere un minimo di razionalità.
    La decisione di Paola Caruso di rendere pubblica la sua situazione con un gesto così eclatante è una scelta personale sua: forse io avrei scelto altre strade, ma non mi sento di giudicarla su questo. Non mi sento neppure di dare valutazioni “sulla persona” in sé, che non conosco, né sul suo lavoro e sulla sua professionalità. Ma ha fatto questa scelta, e, per quanto posso, mi pare che sia giusto aiutarla ad ottenere il risultato che si era prefissa, cioè suscitare un dibattito su una questione che non riguarda certo solo lei. Far passare una notizia come questa non è “dare l’allarme” è divulgare una cosa che è successa con i mezzi che ho a disposizione dando una mano ad una persona che lo chiede.
    Quanto al resto, il mio scopo sulla rete non è mai stato accreditarmi come “fornitrice di informazioni” per chicchessia. Io ho un blog, punto e basta, che è un mio spazio personale. Se qua ci sono delle informazioni e altri vogliono prenderle, bene. Punto.

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  3. Neppure con i miei lettori ho obblighi, perché il mio blog è gratis
    Questo passaggio non l’ho capito: il fatto che sia gratis cambia qualcosa? Per me no: non hai obblighi perché il tuo taglio è un altro; il fatto che sia gratis o a pagamento non c’entra nulla.

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  4. Diciamo che Paola Caruso dopo 7 anni di precariato ha umanamente atteso di essere assunta, vittima anche ella di un modo di vedere le assunzioni e la meritocrazia in questo Paese che basa la sua razio nell’anzianità di servizio.

    Un vecchio discorso che si ripresenta ciclicamente nel nostro Paese che è completamente a digiuno dalla teoria di Peter.
    Dal nome e cercando per il web sembrerebbe la solita frase da legge di Murphy che trovate per il web, invece è uno studio molto approfondito sulla competenza lavorativa nel mondo anglosassone.
    Non è l’anzianità lavorativa che forma il buon lavoratore per quel determinato ambito, anche perchè il fatto di esserci da maggior tempo potrebbe essere influenzato da fattori esterni alla capacità, ma dalle effettive conoscenze.
    Se svolge bene i suoi compiti viene “promosso”, passando a compiti diversi. Dopo un certo tempo, se anche questi nuovi compiti vengono svolti bene, scatta una nuova promozione. Tali promozioni portano a posizioni dette apicali che, per definizione, devono essere occupate da persone con una spiccata attitudine a risolvere problemi.

    Se ci si avvale solo dell’aspetto del tempo trascorso a ricoprire un taler ruolo invece si rischia un determinato comportamento: “Il gioco delle promozioni continuerà così fino al momento in cui l’individuo non sarà più in grado di svolgere i compiti assegnatigli. Da quel punto in avanti non avrà più promozioni. Ha raggiunto il massimo della sua carriera. Per cui ecco il principio: In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza. Da questo principio discende che ogni posto chiave tende potenzialmente ad essere occupato da un incompetente, un soggetto cioè in grado di creare più problemi di quanti possa risolverne. Il che spiega molte cose sul funzionamento di parecchie istituzioni.”

    Ed è questo che bisognerebbe evitare, non conosco il soggetto ma l’anzianità ormai nel mondo del lavoro globale non dovrebbe essere un merito l’ unico metodo, ripeto, il mio è un discorso generale sul mondo del lavoro e la sua percezione, non nel caso singolo, conosco troppo poco il caso e il mondo del giornalismo da potermi permettere valutazioni meno generali.

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  5. in effetti galatea ha ragione a scriver quel che crede sul suo blog, e non vedo perchè scriva per giustificarsi, di fronte alle critiche

    è un blog, punto e basta, uno ci scrive quel che gli pare, dalla ricetta della crostata al commento in tedesco della fenomenologia dello spirito

    certo, ai giornalisti i blogger, salvo eccezioni lodevoli, stanno antipatici perchè temono che gli portino via il lavoro, e un poco è vero

    ma la tecnologia che cambia cambia il mondo, dall’invenzione della ruota in poi

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  6. Per quanto poi riguarda il discorso della professionalità devo parlare a livello personale tenendo un blog dalle caratteristiche alquanto particolari, da una parte per cercare di “bucare” la blogsfera portando notizie curiose o divertenti o viste con un occhio particolare, anche perché altrimenti avrei un numero di post limitati da presentare e tutto si esaurirebbe in breve tempo, dall’altra cerco di essere di aiuto alle persone che soprattutto per via telematica sono incuriosite da un certo argomento che è il mondo BDSM, che ti assicuro dall’avvento di internet è aumentata in maniera considerevole.
    Senza contare che vorrei fare luce su questo mondo ai più percepito come estremo, distorto, se va bene fatto di localini ripresi dai servizi pruriginosi delle Iene, che devo dirlo mi danno molto fastidio, perchè c’è molto più di quello.

    Per quanto riguarda il secondo aspetto la “professionalità”, il portare la propria esperienza, cercare di far comprendere un mondo che abbisogna di tante attenzioni è fondamentale, nell’altro caso faccio come voglio e parlo anche alla pancia, scelgo il mio atteggiamento nel momento stesso in cui imposto l’articolo, o meglio il post.
    Per cui posso essere concorde con te se si tratta di blog che parlano di attualità e considerazioni personali, se si parla di campi specifici credo che la professionalità premi e sia un obbligo

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  7. Mi spiace leggerti così difensiva, non credo nessuno metta in discussione il diritto di ogni blogger di gestire come meglio crede il proprio spazio (e non mi sembra di averlo fatto).

    Il discorso che ho cercato di portare avanti nei giorni scorsi (e che stavo riportando qui) esula dal personale (il tuo, quello di Paola, il mio…) ma porta l’attenzione al generale, alla reazione che la rete ha avuto e invita a fermarsi ed analizzare quanto è accaduto.

    Se poi pensare, riflettere e magari farsi anche un po di sana autocritica non è cosa da blogger (e devo dire che ho ricevuto non pochi attacchi a riguardo) va bene, ne prendo atto. Vorrà dire che la blogosfera (la quale, per molti altri, invece, dovrebbe godere di maggior credito) – come peraltro qualcuno ben più qualificato di me ha già sottolineato – non è matura come si (alcuni di noi) sperava.

    🙂

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  8. In effetti, ho scoperto la notizia solo oggi, leggendo il tuo blog. Credo che si possa discutere sul modo di portare alla luce la questione, ma io ritengo che la scelta di Paola Caruso possa essere compresa. Può essere compresa perché quando sei precaria da anni hai intorno a te un muro di gomma: hai imparato – ti hanno fatto capire – che certi argomenti non si possono affrontare, che certe domande è meglio non farle, che puoi solo lavorare e ringraziare che il lavoro ci sia. Insomma: per far parlare della cosa ci voleva, ci vuole, un atto estremo. Perché i precari sono tanti e si sa e però non si fa nulla. Per ottenere una risposta non basta più chiedere. Bisogna agire. E quindi secondo me la sua è stata un’azione estrema ma coraggiosa. Sul fatto che – come leggo nei commenti al tuo post precedente sulla questione – nessuno le ha ordinato di fare la giornalista e che uno dovrebbe scegliere un mestiere dove c’è domanda… mi sembrano commenti assurdi. Domanda di giornalisti ce n’è, se l’hanno tenuta per sette anni di fila. No?

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  9. @zatarraffix: Scusa se ti sono sembrata brusca, non era nelle mie intenzioni. Quello che volevo far notare io è che il blog e i blogger sono per natura del mezzo stesso portati a dare visioni personali, e perciò, a seconda dei casi, comunque parziali o emotive. Trovo perciò un po’ strano che si pretenda una reazione “pacata” e “razionale” dalla rete, soprattutto quando la rete in questione è formata da un assieme di spazi personali in cui ciascuno di noi mette in scena le sue idiosincrasie, spesso senza filtro. Fra l’altro, io questa idea che la “blogosfera” dovrebbe essere meglio del resto del mondo non l’ho mai capita: la blogosfera è assolutamente uguale al mondo di cui fa parte, e di cui è il riflesso. Non è che solo per il fatto che si tiene un blog si è automaticamente in grado di reagire in modo più razionale ad una notizia: anzi, spesso è il contrario. Ripeto, la rete non è fatta da professionisti, perché chiunque può aprire un blog e persino diventare un blogger di successo: pretendere che reagiscano alle notizie addirittura con più professionalità di quanto si richiedere ai professionisti veri mi sembra veramente un pio desiderio destinato a rimanere inesaudito.

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  10. Condivido ciò che dici sia sulla Caruso, sia in merito alle critiche e a ciò che è un blog. Tuttavia, mi capita sempre più spesso di incontrare blogghers più informati e più seri di molti giornalisti … forse perché questi ultimi non hanno davvero nessun obbligo verso i lettori, ma neanche verso gli editori.
    Un saluto

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  11. @Paolo: La frase “il mio blog è gratis” indica che non chiedo ai lettori nessun tipo di contributo, né io, peraltro, guadagno qualcosa dal blog: è come se per caso, per strada, trovassero per terra un foglietto scritto: se vogliono lo leggono, sennò lo buttano via senza neanche guardarlo. Un giornale a pagamento con i lettori stipula in un certo senso un contratto: io faccio il lavoro di cercare e selezionare le notizie, e tu mi paghi. Un blog che campa di pubblicità ha con i lettori un rapporto del tipo: qua trovi notizie gratis, ma io devo guadagnarci con i banner, quindi sappi che non troverai mai notizie che mi possano mettere nei guai con gli inserzionisti o far perdere lettori trattando argomenti che non assicurano traffico. Qua no: quello che metto è solo un divertimento mio, cento lettori o nessuno non fa differenza, non c’è alcuna contropartita economica, ma proprio per questo c’è anche totale libertà da parte mia di dire quello che voglio e come mi pare. 🙂

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  12. galatea, concordo con te su tutto (a parte il discorso sul gratis o meno: anche fosse a pagamento, ti legge chi vuole).

    certo, in questa c.d. “blogosfera”, che piaccia o meno, c’è di tutto e di più.

    sui giornali, invece, sempre meno: qualità, senso critico, capacità di informare. in questo senso, sottoscrivo (anche) il commento a diegod56.

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  13. Scusa Zetarrafix, ma fare autocritica su cosa? Sul fatto che abbiamo solidarizzato nei confronti di Paola? Perché siamo stati, secondo il tuo punto di vista, ‘sprovveduti’? Perdonami ma non capisco. Oggi ho postato anch’io su questa che secondo me è una diatriba tra ‘emotivi’ e ‘razionali’. Io posso capire una parte delle tue ragioni, ma sul resto non pretendo che tu faccia autocritica o altro. Hai un approccio diverso dal mio e agisci di conseguenza. Infine, la blogosfera: forse tu le attribuisci troppe virtù che io non vedo, personalmente. La vedo come un’estensione del mondo concreto, quindi estensione delle sue caratteristiche. Positive e negative. Affermazione banale se vuoi, ma non vedo perché dovrei pretendere maturità da un luogo virtuale

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  14. Pingback: Social Sharing – November 16th : Catepol 3.0

  15. L’epilogo da “tarallucci e vino” dopo il video del giorno prima in cui si affermava “pertanto ho l’intenzione di andare fino in fondo” la dice abbastanza lunga sul senso e sul significato di tutto l’ambaradan.

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