Carriere stroncate. Ovvero di quella volta che potevo diventare la musa di Tinto Brass e invece niente

I primi due mesi all’Università li passai avendo sempre accanto Lorenza. Non che fossimo proprio amiche, ma eravamo tutte e due matricole, venivamo da Spinola e frequentavamo gli stessi corsi; per cui, alla fine, in bus e durante le lezioni ci trovavamo sedute vicine, e ci spostavamo da una sede all’altra in coppia.

Lorenza era una di quelle brave figliole cattoliche cattoliche, che non puoi dire “uscite da una sacrestia” perché in realtà non ne vengono mai fuori: continuano a viverci dentro, contente, per tutta la vita, salvo le ore in cui, da brave figliole, vengono a far lezione all’Università per prendersi una laurea. Il mondo di Lorenza era quello là, fatto di catechismo in parrocchia (faceva l’animatrice), volontariato in parrocchia (era capo dei volontari), vacanze e gite con la parrocchia, e, al sabato sera, pizza con gli amici della parrocchia dopo aver passato il pomeriggio in un incontro di preghiera. Al di fuori del circolo della parrocchia non aveva interessi, e tutto quello che stava fuori la intimoriva: perché si fosse affezionata a me era un mistero, ma suppongo fosse legato al fatto che, ai suoi occhi, io sembravo una strana “non credente”, dato che tenevo un faccino da brava ragazza simile al suo, e non uno di quegli sgrugni con il marchio di Satana, che lei immaginava fossero propri degli atei e della gente perduta; ragion per la quale, in un angolino del suo cervello, si era fatta l’idea che io fossi “salvabile” e che prima o poi lei mi avrebbe salvata. Quindi, nonostante io rifiutassi educatamente ogni volta che mi proponeva una gita per andare a trovare l’ex parroco in casa di riposo o una giornata di meditazione sugli scritti di qualche santo, mi restava vicina con il sorriso di cristiana determinazione di chi è certa che le sue preghiere, prima o poi, avranno una positiva ricaduta.

Un giorno, mentre stavamo andando a non so che lezione, ci trovammo ai piedi di uno dei tanti ponti di Venezia, dove s’era incrocchiato un ammasso strano di persone, perché non era il solito gruppone di turistame con guida in capo, ma era statico, una massicciola di gente piazzata là, che non si muoveva e guardava qualcosa sul ponte.

Sgomitando e con mirati calci negli stinchi – avevamo fretta – Lorenza ed io riuscimmo a farci largo fra la folla, e capimmo così che si trattava del set di un film. Sul ponte, seduto come un Buddha sulla sedia del regista, stava lui, Tinto Brass.

Lorenza, al solo vederlo, divenne color porpora. “Ma è quello che fa i film porno!” singultò.

“Vabbe’, dài, film erotici, non porno!”feci io, affettando un’aria da donna di mondo più finta di una moneta da tre euro, perché in realtà un film di Tinto non lo avevo mai visto, ma, che diamine, ero io quella laica e smaliziata e lei la bigotta.

“Porno!” sentenziò lei, con il tono di chi non ammette distinguo.

Nel mentre che noi eravamo prese in questo scambio di opinioni sul genere in cui catalogare i film di Brass, si avvicinò alla balaustra dove eravamo appoggiate un tizio, che pareva uscito dal sogno di un cinefilo appassionato della commedia italiana anni sessanta: un operatore (forse l’aiuto regista) basso, grasso, spelacchiato e dall’aria bonariamente viscida che hanno i cattivi nei film di Sordi; il quale, dopo averci dato un’occhiata di valutazione che soppesava bene le grazie di ognuna, ci disse un: “Ahò, regazze, qua stamo a girà un firme de Tinto Brasse… stamo in cerca de bbelle figliole, ché la volete ‘na parte?”

Abituata ad avere a che fare con i mie cugini romani, sgamai la presa per il culo, e stavo per mettermi a ridere e rispondere: “Magari ‘n’antra vorta, zio, mo’ stamo de prescia…”; ma Lorenza guardò l’operatore con una faccia da erinni incazzosa e, prima che potessi replicare, mi afferrò il braccio, trascinandomi via di peso da quel luogo di perdizione.

“Ti rendi conto che voleva partecipassimo ad un film del genere? Ma per chi ci aveva preso?” urlò indignatissima, non appena svoltammo il primo cantone.

“Per due belle figliole…dai, era una specie di complimento…”

Mi fulminò con una occhiata da inquisizione spagnola: “Se tu trovi che siano complimenti, questi…” sibilò, e mi piantò la, in mezzo alla calle, allontanandosi con l’aria di una mariagoretti che si dirige verso il Paradiso.

Da quel giorno non si sedette più vicino a me a lezione.

Che sfiga, però. Persi in un botto solo la mia sola amica bigotta e la possibilità di diventare una stella del cinema erotico.

 

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12 pensieri su “Carriere stroncate. Ovvero di quella volta che potevo diventare la musa di Tinto Brass e invece niente

  1. Era la chiave vero? Mi ricordo quando lo giravano davanti alla stamperia Piazzesi. Io lavoravo li vicino e sgattaiolavo fuori dall’ufficio per non perdermi nemmeno una scena 🙂

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  2. I film dei primi anni 90 di Brass sono ‘Paprika’, con la mestrina Debora Caprioglio, ma dovrebbe essere stato girato a Trieste e ‘Così fan tutte’ con la debuttante Claudia Koll, che credo sia stato girato a Venezia (almeno a leggere Pino Donaggio, che ne ha curato le musiche).
    Anni dopo, come noto, la Koll seguì le orme della Lorenza.
    Il che è perlomeno curioso… 🙂

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  3. tu cara Galatea saresti allora di quelle femministe atee che non sono contrarie alla pornografia e magari anche alla prostituzione quando sono una libera scelta di un individuo?

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  4. Sono eventi che lasciano il segno, questi.
    Una volta, da ragazzino, un tale mi propose di fare un provino al Milan (un provino te lo fanno fare sempre tutti), ma mio padre, interista sfegatato, m’ha preso per un braccio e mi ha portato via (le religioni sono religioni, eh!).
    Chissà, forse, se ci fossi andato, a quest’ora sarei l’allenatore di una squadra londinese.

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  5. abbiamo due personaggi, una ragazza bigotta, attanagliata ad un moralismo interiorizzato, ed una ragazza non credente e decisamente anticlericale;

    sono due, ma sono il prodotto della stessa penna, personificazioni prodotte dall’inconscio di chi scrive, che dà forma, col consueto scrivere brioso, a propri fantasmi interiori

    con la ragazza scandalizzata che si allontana, la narratrice in realtà racconta di quella parte di sè perduta, in un processo, comunque non malsano, di identificazione, ma che, junghianamente, deriva sempre dal confronto interiore

    del resto, in molte persone che hanno idee politiche di sinistra, quella componente di moralità cattolica si è trasferita nel giudizio politico, nell’attenzione (giusta per altro) al giudizio etico all’agone politico

    chi è di sinistra (tanto per usare un termine veloce) non può essere amorale, giacchè l’amoralità, l’esser slegati al senso di colpa, è un atteggiamento decisamente di destra, di estrema destra

    il piccolo ma gustoso racconto è densissimo di significati, e mi complimento con chi l’ha scritto, con penna leggera ma per nulla infeconda di senso

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