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Chi tiene un blog prima o dopo deve fare i conti con lui: il commentatore rompiballe. Molto spesso nei blog viene definito “troll”; a dire il vero, è lui per primo che si considera o si dice tale, persino con una punta di orgoglio. Il troll, nel gergo della rete, è un individuo che decide scientemente di rompere le palle in un blog o in un forum, e cerca disperatamente e con tutti mezzi di far nascere risse e flame nei commenti, coinvolgendo l’autore e gli altri commentatori. Lo scopo può essere vario: tentare di far chiudere il blog per esasperazione al proprietario, rendere inagibile il forum, o semplicemente divertirsi a provocare gli altri, andando a postare commenti anticlericali su blog di bigotti, o commenti fascisti su blog di sinistra. In genere l’attacco del Troll vero e proprio non dura molto, anche perché solitamente il proprietario del blog o il gestore del forum, dopo qualche ora o giorno (dipende dalla pazienza e dalla capacità di sopportazione) blocca i troll impedendo loro l’entrata. La loro presenza dentro i forum è inutile, perché i troll non hanno nessuna voglia di partecipare ad una discussione civile: spesso non sanno neppure quale sia l’argomento di cui si parla. Il loro scopo è unicamente quello di rompere le palle e si gratificano così. A livello di psicologia spicciola, i troll è allo stesso livello del bambino di tre anni che, quando mamma e papà stanno parlando con gli amici, cerca di attirare l’attenzione gridando “Cacca” e “Pipì”, o dell’adolescente che cerca di scandalizzare i genitori facendosi un pearcing e un tatuaggio: il troll di questo tipo, in sostanza, come il patetico goliarda nelle università contemporanee, ha solo bisogno di sentirsi “trasgressivo” per qualche ora prima di ritornare alla sua vita normale, e lo fa nel modo meno faticoso e più sicuro: si inventa un nick e va a rompere le palle a qualcuno, ben sapendo che in realtà non rischia nulla. Il troll estemporaneo è come il ragazzino che suona i campanelli del quartiere e poi scappa, salvo naturalmente farsela in braghe e piangere a dirotto chiamando in aiuto papà se qualcuno dei condomini minaccia di chiamare sul serio un vigile.

Diverso invece è il caso del cosiddetto troll “selettivo”. Il troll “selettivo” è un tizio che si intigna a rompere le palle per mesi e mesi nei commenti dello stesso blog. Quando alla fine ne viene cacciato, non si rassegna: o si ripresenta in altri siti, spesso postando commenti che insultano l’autore del primo blog da cui è stato bannato, o, se ha un blog suo, scrive post a raffica per attaccare il blogger che detesta. È una forma di ossessione, la sua, dimostrabile con il fatto che spesso continua a postare commenti anche quando sa benissimo che non verranno pubblicati, e che vengono addirittura chiosati con un “tanto lo so che li leggi e mi basta”. Per certi versi, questo tipo di troll ha la forma mentis di uno stalker, e la cosa, se continua a lungo, può assumere anche connotati inquietanti per chi è oggetto di simili attenzioni.

In questo caso, però, parlare di “troll” è inesatto. Se uno si intignisce a tal punto, l’aspetto ludico ed estemporaneo della cosa viene completamente a cadere. Questo tipo di commentatore, in realtà, ha sviluppato nei confronti del blogger che attacca un vero e proprio astio, più o meno pesante: non lo sopporta, lo detesta e pensa di essere investito della “missione divina” di sbugiardarlo e chiarire al mondo che si tratta di un cretino. Non si tratta quindi più di un troll, ma di un blogger che attacca un altro blogger in maniera ossessiva, per motivi che possono essere vari: insofferenza personale, diversità di opinioni politiche, generica disistima.

Questo, naturalmente, fino a che ci si limita a considerare motivazioni in qualche modo “disinteressate”. In taluni casi, infatti, le motivazioni “alte” dichiarate dal blogger attaccante nei suoi post o nei commenti acidi lasciati sul blog del blogger attaccato sono in realtà un comodo paravento dietro cui nascondere una operazione di marketing e di acquisizione del consenso. Il blogger attaccante sceglie di solito di attaccare, infatti, un blogger X o un personaggio che ha in rete o fuori una certa fama. Proprio per questo X, che probabilmente sta sulla rete o sulla ribalta da tempo, ha già creato di suo, probabilmente, una fascia di persone che non lo amano. Il blogger Y che lo attacca cerca di diventare la “voce ufficiale” di questa fetta di mercato. Scrivere un post in cui si attacca Federico Moccia automaticamente significa riscuotere le simpatie a prescindere di tutti quelli che non sopportano Tre metri sopra il cielo. Ma non basta: per riuscire ad accreditarsi come “voce antimoccia” per eccellenza è necessario andare a postare il link sui siti dei mocciani, aspettare che quelli si incazzino e ricavarne quindi fama riflessa: se poi si riesce ad ottenere che lo stesso Moccia ti mandi al diavolo, il gioco è fatto. In più piccolo, nei blog succede la stessa cosa: il blogger attaccante, di solito, sceglie di scagliarsi contro blogger di un certo seguito, perché sa che il suo attacco ingenererà polemiche. Riuscirà così a crearsi una visibilità immediata sfruttando la popolarità del blog dell’avversario, e, al contempo, riscuoterà l’immediata simpatia di tutti quelli che non sopportano di già il blogger famoso. Quando l’attacco diviene una costante, sospettare che dietro ci sia una strategia per acquisire popolarità è giocoforza: la generica disistima, alla lunga, porta semplicemente ad ignorare i blog tenuti dagli individui che non si apprezzano; l’opposizione politica può determinare magari sporadici attacchi a singoli post. Quando invece il blogger attaccante sistematicamente cerca la rissa con un altro, spesso scendendo fino all’insulto personale, il dubbio che ciò sia motivato da una precisa scelta viene: ormai il blogger attaccante ha semplicemente trovato un filone che rende. Sa che ogni post in cui insulta X sarà apprezzato a prescindere da una certa fetta di pubblico: è lo stesso facile sistema con cui chi vuole riscuotere il plauso fra gli ultrà va in curva e grida “Arbitro cornuto!” anche quando l’arbitro deve ancora entrare in campo. In questo caso, dunque, non siamo in presenza di un “troll”, ma di un tizio che, molto accortamente, cerca di sfruttare i meccanismi della rete come un parassita per ritagliarsi una qualche forma di popolarità.

Esiste poi un altro tipo di commentatore, che più che troll potrebbe essere definito semplicemente maleducato: è quello che arriva sul blog di X e comincia a scrivere commenti in cui, con tono offensivo, dice che il post fa schifo e che X non sa scrivere. Molto spesso le critiche di questo tipo di commentatore scadono presto nell’offesa personale gratuita (le più classiche sono quelle in cui si insinua che il tenutario del blog non sia in grado di avere una soddisfacente vita sessuale, se è uomo perché è un frustrato, se è donna perché è racchia: siamo in Italia, del resto). Quando viene invitato a limitarsi (o bannato) il commentatore si lamenta e fa la vittima, dicendo che il tenutario del blog è un ipocrita perché non sopporta alcun tipo di critica, o che è antidemocratico, perché censura i suoi commenti e non lo fa più accedere al blog.

Anche qua parlare di troll è fuorviante. Questo tipo di commentatore è sinceramente convinto di quello che posta, e strepita sicuro di essere stato oggetto di un torto. Questi personaggi, infatti, confondono nella loro mente la critica con la facoltà di offendere, e, incapaci di capire il concetto che un blog è uno spazio privato aperto al pubblico e non uno spazio pubblico tout court, pretendono di entrare senza rispettare alcuna regola, insultando a ruota libera non solo l’autore del blog, ma anche gli altri commentatori che lo difendono, i quali, ovviamente, fanno parte di una cricca mafiosa. Ecco, quando si ha a che fare con un tizio di questo genere non chiamatelo troll. Cretino è una definizione più appropriata.

 

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