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“Mi accompagna fino alla stazione, dottoressa?”

Il Vecchio Barone, fermo in piedi sulla porta del suo studio, ha già la valigetta in mano. La sua, sebbene corredata di un punto interrogativo di cortesia, non è una richiesta, ma un ordine: come sempre in partenza per un qualche convegno, ha bisogno di parlarmi, ma non ha un momento per farlo, se non negli attimi in cui si dirige a piedi verso il treno: ho l’impressione che il Vecchio Barone abbia scelto di vivere a Venezia solo perché è una città che gli consente, nel transito a piedi, qualche tempo morto da dedicare ai suoi collaboratori.

Sono giorni di superlavoro accademico, per lui, questi. Non perché ci sia qualcosa di scientifico da fare, in realtà, ma perché nelle varie Facoltà e dei Consigli si stan discutendo borse di studio, affidamenti e collaborazioni dell’ultima ora: tutto un giro di incarichi al limite del sottobosco che vanno spartiti con logica cencelliana fra allievi, amici, pupilli ed amanti dell’uno o dell’altro, suddivisi negli eterni gironi di quelli che si devono spingere perché si vuole che faccian carriera, quelli che si devono immettere per tenerli buoni in vista di favori futuri e quelli che si devono in qualche modo tacitare dopo averli fregati su cose più consistenti, onde evitare così che diano fastidio per ripicca. Sono operazioni alchemiche che, come tutti gli esperimenti chimici, necessitano di molta attenzione e accorto uso del bilancino: perché se io che insegno putacaso a Roma sacrifico un mio laureando e faccio passare un tuo allievo al dottorato di Catania, poi mi spetta almeno un incarico annuale per un mio ex assistente in Lombardia o in Puglia, o almeno un paio di borse post doc ben assortite in altre sedi: ma tutte queste contrattazioni, scambi e tramacci vanno gestiti con tattica sapiente da pokerista, nel corso di eterne telefonate fra colleghi in cui vale la regola dell’oracolo di Delfi, cioè che non si afferma e non si nega, al massimo si accenna.

A causa dei tagli dei finanziamenti, da giorni il telefono del Vecchio Barone è bollente: colleghi da ogni parte d’Italia lo cercano impetrando il suo appoggio, o per lo meno la sua silente neutralità sul candidato da far passare in questa o quella sede: perché i posti sono pochi, gli aspiranti troppi, le cordate moltissime e le faide interne, poi, sanguinose come non se ne vedevano da anni: quindi basta un fiato contrario, il minimo accenno a mettersi per traverso da parte di chicchessia, per mandare all’aria una borsa di studio, un contratto ormai rinnovato per inerzia da secoli, ed un’intera generazione di quarantenni e più cresciuti nella quieta ombra della facoltà rischia di trovarsi di punto in bianco nel mezzo della assolata strada senza ripari della disoccupazione.

Il Vecchio Barone, che da bravo Vecchio Barone i “suoi” li ha già stabilmente messi a posto da anni, cogliendo con suprema astuzia i tempi in cui si poteva farlo senza soverchia difficoltà, ora amministra il suo potere con aria da Zeus benevolente, ma annoiato: ai postulanti fa capire che a lui, il favore, non costa quasi nulla, ma comunque loro stanno firmando con lui una cambiale in bianco, che prima o poi chiederà di essere onorata; e loro firmano con il sorriso incerto di chi sa che sta sottoscrivendo un patto con Diavolo, ma spera nel fatto che i patti di questo tipo, in fondo, si pagano solo a babbo morto, e intanto se ne godono i frutti.

Arrivati al primo gradino del ponte, il Vecchio Barone è già assorbito dalla conversazione: “Dunque, domani mi raccomando…dia una svegliata all’editore, ché le bozze devono essere pronte fra due settimane al massimo. Se inventa qualche scusa, gli dica che non rompa i coglioni, o non lo paghiamo. Poi telefoni a ****** e gli dica che per quel convegno a Novembre va bene, ma che mi prenotino una stanza in un albergo meno fetido dell’ultima volta e mandino a prendermi all’aeroporto un dottorando più sveglio. Ah, e il suo articolo l’ho riletto: lo trova nella cartellina gialla con le correzioni suggerite: le inserisca e me ne metta una copia sul mio pc…”

“Professore, che piacere incontrarla!”

Il Vecchio Barone sobbalza, riconosce il salutante, per un attimo gli scappa un’espressione che chiarisce che la gioia non è affatto reciproca; ma anni di vita nel mondo accademico lo hanno ben temprato: si riprende in un attimo e indossa la maschera di indifferenza gelidamente cortese che lo contraddistingue come un marchio di fabbrica.

“Waldemaro Brignoli! Piacere mio di vederti…ma che ci fai qui?”

Ha calcato così tanto la voce nel pronunciare il nome che sospetto lo abbia fatto per mandare un avvertimento a me. Brignoli? Brignoli? Ragiono in fretta. Ah certo, come l’ordinario di ***** della nostra facoltà, un altro padreterno della stessa statura e peso accademico del Barone. Questo quarantacinquenne bolso e spelacchiato dall’aria sfigatella che ci si para davanti con un sorriso troppo mellifluo per essere anche solo minimamente spontaneo, ad occhio e croce, deve essere dunque il figlio.

“Ah volevo passare a trovarla, per chiederle se aveva un attimo di tempo da dedicarmi…” dice, con fare un po’ ontuoso.

“Eh, guarda, mi prendi in un brutto momento, sto correndo in stazione e la dottoressa gentilmente mi accompagna…ma se vuoi fare la strada con noi…” risponde il Barone, accelerando nel contempo il passo.

“Benissimo! – risponde il Waldemaro, che già dopo le prime tre falcate sta diventando rosso in volto e comincia ad ansimare – Sa…io…immagino che sappia che sono fra i candidati per quel posto a ****”

“Sì, certo, ho visto il tuo nome…”

“Be’, non è proprio la mia disciplina di specializzazione, ma in fondo con i miei titoli…cioè alcune mie pubblicazioni, in fondo, sono in limine alle due discipline…”

“Sì, ho dato una scorsa ai titoli.. la lista mi sembrava non molto aggiornata, però…”

Il povero Waldemaro, sempre ansimando, sbianca: “Ah, be’, sì, sono cinque anni che non pubblico nulla… be’, sa, dopo quel concorso andato male a ***** ho dovuto accettare un posto a scuola…insegno in un professionale, ora….una cosa orribile….ma non vedo l’ora di dedicarmi di nuovo alla ricerca a tempo pieno… è sempre stata la mia vita, sa…”

“Già, il concorso andato male a ****. Ricordo.” fa il Vecchio Barone, gelido.

Waldemaro è coloro cencio: “Be’, sì…un incidente… può capitare a tutti…”

il Vecchio Barone, approfittando di essere giunto alla diramazione della calle, di punto in bianco si impianta: “Sì, certo, non rivanghiamo il passato, è inutile. Facciamo così, chiamami domani, sulle undici, in studio…ne parliamo con calma fra noi…” e accenna discretamente, con la coda dell’occhio, alla mia presenza, lasciando intendere che di faccende così delicate non si può trattare di fronte a graziose donzelle decorative, deputate solo a far compagnia.

Waldemaro si illumina: “oh, sì, certo, domani! Sulle undici! Non mancherò. La ringrazio, professore…” ma non fa tempo a snocciolare la giaculatoria che evidentemente s’è preparata che il Barone svolta l’angolo di gran carriera e lo lascia là.

Non appena percorsa una manciata di metri sufficiente a non far udire quanto dice, il Vecchio Barone si volta verso di me: “Dottoressa, mi faccia un favore. Domani alle undici lei si piazza nel mio studio, lascerò io istruzioni in merito alla bibliotecaria, e se chiama quel deficiente gli dice che sono trattenuto in un Consiglio di Facoltà convocato all’ultimo momento, imprescindibile, e che poi parto subito per un convegno di una settimana…insomma, una balla di questo genere, veda lei. Si faccia lasciare il numero di telefono, di casa e di cellulare, con gran cortesia, come se le avessi lasciato istruzioni precise in merito, dica che lo richiamerò io al ritorno e tanti saluti.”

Lo guardo. “Ok, – dico – ma se chiama il padre?”

“Uh, il padre non chiamerà, stia pur certa. Se avesse un minimo interesse a piazzare il figlio, non sarebbe dovuto venire lui a pietire il mio aiuto. Il padre lo ha scaricato già cinque anni fa, dopo il concorso a ****, che in pratica era stato indetto per lui. Quell’idiota fece uno scritto talmente imbarazzante che, nonostante le raccomandazioni, noi della Commissione non riuscimmo a trovare il modo nemmeno per farlo ammettere agli orali, e giuro che le pensammo tutte.”

Si blocca, mi guarda per un attimo perplesso: “L’ho scandalizzata? Ha una faccia stupita…”

Lo guardo di nuovo, sorridendo: “No, il mio stupore era dovuto solo al fatto che mi domandavo quanto deve essere coglione, uno, per essere figlio di Brignoli, raccomandato di ferro e non riuscire nemmeno a passare uno scritto…”

Sulla faccia del Barone si disegna un ghigno, poi un sorriso sempre più ampio, e infine non ce la fa più e scoppia in una sonora risata:

“Be’ sì, in effetti… sa, il sistema è corrotto e noi siamo dei furfanti matricolati. Ma, per quanto padreterni, quando si ha a che fare con coglioni di tal fatta anche per noi certi miracoli sono impossibili.”

E scuote la testa, chiedendosi se in qualche modo e in qualche caso il sistema, per quanto allo sfascio, ancora un pelino funzioni, chissà.

E’ un racconto di fantasia, che non ritrae fatti, persone o concorsi reali. Anche perché nella realtà, di solito, i figli dei baroni universitari passano i concorsi comunque, anche se sono completamente coglioni.

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