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Siccome ci son delle donne, allora non è politica. Bruno Vespa, onore al merito, va veramente ascritto fra i grandi italiani che riassumono in sé lo spirito del nostro paese. Perché nella nota vicenda della cena a casa sua in cui si è tentato di dare una svolta alla agonizzante maggioranza convocando allo stesso tavolo Berlusconi, l’oppositore Casini e qualche alto papavero delle gerarchie vaticane pronto alla bisogna se vi fosse stato da benedire un nuovo corso, è riuscito a riassumere ed incarnare tutto ciò che è profondamente italiano: la non chiara idea del limite fra ciò che è pubblico e privato, la mancata percezione che un giornalista i retroscena del potere dovrebbe raccontarli, non ospitarli a casa sua, e infine, come ciliegina sulla torta, il maschilismo anni ’50 come sottofondo eterno, con l’aggravante di essere esercitato in perfetta buona fede.

Dovendo giustificare il fatto di aver convocato a casa sua la famosa riunione, Vespa infatti prima chiarisce che non era una cena di lavoro, ma una festicciola privata fra vecchi amici che si conoscono da cinquant’anni e passa. Capiamolo, è la gerontocrazia italiana che fa nascere il mormorio e lo scandalo: in qualsiasi altro Stato detti signori, tutti ultrasettantenni, sarebbero in pensione da un bel po’ e le loro riunioni per rievocare i vecchi tempi si svolgerebbero, assai probabilmente, nella versione chic del circolo delle bocce.

Ma è la successiva giustificazione del Vespa che è un capolavoro: non si trattava certo di una cena politica in cui seriamente si tentava di stringere accordi, perché – sottolinea – erano presenti anche alcune signore. Da vero gentleman old style Vespa non ne fa i nomi, ma il loro esser là ed essere donne è per lui argomento forte e garanzia che al tavolo non si è certo tramato qualcosa di grave. S’è mai sentito che gli accordi di governo si tengano in una stanza in cui sono presenti mogli e gentili accompagnatrici? No, per Diana! Le donne, è noto, di politica, di accordi, di economia e di gestione del potere non capiscono una cippa, se solo sentono accennare a questi argomenti mentre sono ancora sedute al tavolo alzano graziosamente la manina e celano per buona educazione uno sbadiglio, o tossicchiano discrete, facendo capire alla vicina che è ora di ritirarsi di là, per poter spettegolare in pace delle ultime tendenze moda e della parrucchiera più in gamba per arricciare i capelli.

Siamo in un mondo in cui le donne (altrove, soprattutto) entrano in consigli di amministrazione, dirigono giornali, gestiscono Stati; ma nel pittoresco immaginario italico dei signori dell’età di Vespa e degli altri potentati seduti a quel tavolo le donne in una stanza sono la prova provata che gli uomini stan parlando di fuffa, come educata forma di delicatezza nei confronti di quelle graziose e decorative testoline, che non vanno annoiate con concetti troppo complicati.

Sì, a Bruno Vespa, riconosciamolo, va tributato un pubblico ringraziamento, perché con le sue scuse ha dato, con un colpo d’ala involontario ma capace di dare un ritratto di vera grande cronaca sociale di questo paese, uno scorcio perfetto di come stia l’Italia e di quanto in Italia siamo stimate noi donne.

E ora scusatemi, vado a preparare il pranzo, pulire la cucina e smaltarmi le unghie: ho parlato di politica, cazzo, e si sa che non è un argomento da donne, rischio di farmi sbadigliare da sola.

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