Il manager e Venezia

Il Manager, all’imbarcadero del vaporetto, ha un’espressione basita. La giacca, la cravatta, le scarpe lucide, gli occhiali da sole fighetti, il capello medio lungo che sfiora appena il colletto della camicia su misura lo fanno subito sgamare come uno di quei manager che si muovono solo ed esclusivamente con una macchina sotto al culo; uno di quei manager, per dire, che prendono l’auto anche per andare al bagno al far pipì, per velocizzare i tempi e ottimizzare l’efficienza. Dunque Venezia rappresenta per lui il peggior incubo che possa presentarglisi: una città senza auto, dove gli tocca per forza prendere un mezzo pubblico, e per giunta mischiandosi alla calca di una umanità che sta fra lo sfigato ed il vacanziero: vecchiette con il carrellino della spesa, turisti in bermuda e sandali da fratocchio, giovinastri già seminudi che trascinano zaini verso un vago Chissà. Guarda la folla, poi l’acqua, poi l’orizzonte del canale da cui gli hanno detto dovrebbe arrivare il battello, ma ha la faccia di un’anima in pena che si sia appena sentita cacciare da Minosse all’inferno e cerchi disperatamente di capire che cazzo di peccato mortale abbia mai commesso per meritarsi ciò.

Con un sussulto di efficientismo manageriale, quando il vaporetto arriva si dirige sgomitando verso il pontoniere, e gli chiede: “Ferma ai Giardini, questo?”

L’accento è milanese e il tono è quello di chi è abituato, per ogni domanda, a ricevere risposte immediate e sicure.

Il pontoniere è anche un pontoniere gentile, che ha salutato l’arrivo del battello alzando la catena con un: “Signori, buongiorno, salite a bordo, su!” Ma a sentirsi fare una richiesta così precisa se lo guarda come Giacobbo guarderebbe un alieno. Fissa in faccia il Manager, poi alza gli occhi al cielo e dice: “Mah..sì…me par de sì…”

Il Manager sente crollare dentro di sé ogni certezza: apre la bocca come per abbaiare un: “Ma che cazzo vuol dire me par de sì? Non è lei l’addetto dell’azienda?

La voce però gli muore in gola, perché ormai deve aver capito di essere precipitato in un universo parallelo in cui le regole della normale logica sono sospese, come la città sull’acqua. Difatti, mentre il pontoniere continua a sorridergli senza fornirgli né ulteriori informazioni né un’espressione di scusa, la calca di vecchiette, turisti, ragazzi in bermuda di ritorno dal mare e umanità assortita nel più bislacco dei modi lo spinge verso il vaporetto, strattonandogli il trolley metallizzato. Ormai sopraffatto dal flusso, me lo ritrovo accanto, appoggiato al parapetto del battello. Devo sembrargli l’unica persona quasi normale, perché stiracchia una cosa che pare quasi un sorriso, quando, al primo beccheggio d’onda, per poco non mi crolla addosso. Privo di ogni passato punto di riferimento, compreso l’abituale equilibrio della terraferma, il Manager si aggrappa all’unica cosa che lo tiene attaccato al suo mondo e alla sua vita: dalla tasca tira fuori un Blackberry ed inizia compulsivamente a sbirciare e-mail. Alza gli occhi solo, di tanto in tanto, per controllare sui gabbiotti degli imbarcaderi i nomi delle fermate, alla ricerca della sua, e per il resto si estrania, come se volesse cancellare Venezia e il suo universo illogico da attorno.

Quando arriviamo nei pressi della Biennale, è ancora là, che legge mail dallo schermo, beatamente inconsapevole. Mi prende un moto di pietà. Gli tocco il braccio:

“Mi scusi, ho sentito prima che chiedeva all’imbarcadero…guardi che la fermata dei Giardini è la prossima, deve scendere qua.”

Lui si riscuote. Ma, con un fare guardingo, controlla subito la scritta sul pontile in avvicinamento.

“No, ma c’è scritto ‘Biennale’!” dice, con l’aria di chi è convito che stia cercando di fregarlo per motivi a lui ignoti, forse l’innato sadismo degli indigeni.

“Sì, ma la ‘Biennale’ sono i vecchi ‘Giardini’, han cambiato nome alla fermata l’anno scorso. Vede, c’è scritto in piccolo piccolo, là sotto…”

In effetti, aguzzando gli occhi, nota le lettere, grandi come una cacchettina di mosca.

“E perché non hanno lasciato scritto in grande anche il vecchio nome?”sbotta.

“Eh…non ne ho idea…comunque mi creda, se deve andare ai Giardini deve smontare qua…”

Sorrido. Lui mi guarda basito e sospettoso, perché una indicazione data così, a gratis e per puro buon cuore da chi non sarebbe tenuto a darla lo spiazza, mentre il vaporetto con un botto attracca, e la folla lo spinge verso la discesa.

“Vada – faccio – altrimenti non riesce a scendere!”

“Ah, be’, grazie…” riesce a biascicare.

Mentre il vaporetto si allontana lo vedo perplesso, fermo sul pontile, che mi guarda. Pare non capacitarsi delle strane regole di questa città sospesa, in cui la logica pare andarsene in vacanza a tal punto che alle volte gli estranei ti fanno un favore senza un perché.

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27 pensieri su “Il manager e Venezia

  1. bel post!
    l’ispirazione è un fatto realmente accaduto? Perché se così non fosse, è scritto in modo molto realistco… sembra quasi di essere là sul battello a guardare la scena

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  2. ciao galatea, esatto quello che dice vitainpillole, mha rubato le parole, ma volevo dire un’altra cosa, cioè che tutto quello che descivi, tutte quelle storie di spinola ( inventate!!?? ) e le altre sono realistiche, molto reali, scrivine ancora qualcuna, lasciane qualcuna di inedita e pubblica questo dannato libro, ostregheta!
    grazie di tutto e ciao
    ps: scusa questo ot, ma sto leggendo blog di questi cosiddetti liberi / liberali che cercano di giustificare quello che ha fatto israele, mentre pd ed accozzaglia di varia umanità tace, e sono quelli che ad ogni dichiarazione di ahmadinejad o altri contro israele fanno manifestazioni, mentre davanti ai morti palestinesi o pacifisti, nisba
    ciao e scusa ot

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  3. 🙂
    Eh eh! Pensa che io al lavoro sono circondata da milanesi di tal fatta!

    Sigh, sob, Venezia, quanto mi manca!
    (da quando ho visitato il suo silenzio, la sua acqua, la sua lentezza, non riesco a non pensare che sarebbe la mia città ideale)…

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  4. Come al solito, devo farti un appunto: la gentilezza dell’addetto all’imbarco, l’hai scritta per spirito di “politically correct”? Solitamente, l’espressione usuale è: “tita morti ma va’ ‘n bueo de ta mara quea ludra sfondrada” [1]. Questa, infatti, è la massima capacità di gentilezza che sanno esprimere i dipendenti ACTV addetti ai vaporetti, sub condicio che quel giorno abbiano fatto 6 al superenalotto.

    [1] per i non veneti che abbiano a trovarsi casualmente a Venezia, affinché non siano indotti a scambiare l’impropero per una gioiosa forma di saluto tipica del folklore locale: “siano dannati i tuoi morti mettilo nel culo di tua madre quella troia sfondata”

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  5. Quello non era un manager, solo un milanese che si veste da manager, al massimo un aspirante m…, che crede che l’abito faccia il monaco, assieme al blackberry, per quanto ne so, quelli prendono il taxi, anche a Venezia, tanto hanno il rimborso spese; cara Galatea, ti stimo immensamente e ammiro, ma questa volta mi ricordi tanti insegnanti che conosco, con scarsa conoscenza del mondo del lavoro (che non sia il loro), a cui guardano con sospetto, sufficienza e un pò di invidia…spero tu non sia così ciao

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  6. @lector: Sì, lo so che ha dell’incredibile, ma ti posso assicurare che ieri al pontile l’addetto all’imbarco ci ha salutati proprio così. Poi non ha fatto un caspita come al solito, però ti giuro che gliel’ho sentito dire! 🙂

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  7. @muriel: A Venezia prendere il taxi, cara Muriel, è un pochino più complicato che in una qualsiasi altra città, per cui capita spesso che anche i manager – a meno che non siano Marchionne o Tronchetti Provera – si ritrovino a prendere il vaporetto, proprio come è normale trovare sul vaporetto sindaci, ex sindaci, fratelli editori di famosi ex ministri della Prima Repubblica, che diligentemente abbandonano la loro puzza sotto il naso e montano e smontano dalla linea 1, come i comuni mortali, cosa che, mi rendo conto, non ho mai visto avvenire in altre città. Quanto alla “scarsa conoscenza del mondo del lavoro” perché sono una insegnante, mi sa che sia una definizione un po’ difficile da applicare a me, dato che prima di fare l’insegnante il mondo del lavoro fuori dalla scuola l’ho bazzicato parecchio e lo bazzico ancora. E, infine, scusa, ma non ho capito dove starebbero, in questo racconto, il sospetto o l’invidia: a me “il manager” ha fatto tenerezza: chi mi pare che sia stata subito pronta a qualificarlo come un tizio capace solo di maneggiare un Blackberry e darsi delle arie sei stata tu.

    P.S: Notarella da insegnante: un po’ con l’apostrofo, grazie.

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  8. @–>Muriel
    Notarella da addetto ai lavori: il manager (quello medio, ovviamente, non certo l’AD di Enel, Benetton o Finmeccanica) non prende il taxi, prende il vaporetto; poi però si procura una certificazione di spesa, per farsi rimborsare dall’azienda il costo del taxi.

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  9. Pingback: Il manager e Venezia (via Il nuovo mondo di Galatea) « Champ's Version

  10. Eh si, io in vaporetto ci ho pure incontrato Ann Bancroft e Mel Brooks, insieme dato che sono marito e moglie, e pure le gemelle Kessler, insieme dato che sono gemelle.
    Quanto a Giardini/Biennale, la prossima volta digli che se avesse preso la linea 1 sarebbe stato scaricato al pontone dieci metri più in là, che si chiama ancora Giardini.
    E concludo: ma cossa ti vol che i sappia i marinai dell’ACTV? I xe tutti de Ciosa.

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  11. E proprio per quello che hai scritto, parola per parola, che io adoro Venezia. Una città in cui sei costretto a rallentare.
    Sto seriamente considerando il trasferimento.
    😀

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  12. @—>Martina
    Poareta, no te sa a cosa che te ghe va ‘ncontro! D’istà na spusa che non te riese neanca a respirare e d’inverno, ocio col caivo che te finise in tel canal. E, speta! Ricorda che no par nient i venexiani de venexia i xe ciamai da tuti i teroni del nord 😀

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  13. Tra l´altro, a proposito di persone famose che non prenderebbero il vaporetto, negli anni Settanta sui motoscafi della linea 1 potevi incontrare regolarmente, per esempio, il cardinal Luciani, Patriarca di Venezia e in seguito divenuto papa Giovanni Paolo I.

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  14. @Lector: sono pronta al trasferimento, non ho neanche bisogno della traduzione! 😀 Guarda, per la puzza, io vivo in una città fluviale su estuario soggetto a forti dislivelli di marea e ti assicuro che quando la marea è molto bassa e picchia il sole anche qui si alza un effluvio mica da niente… insomma, sono già preparata 😉

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  15. Beh, un mio conoscente che pesca di frodo vongole, solitamente lì dov’è proibito per via dei fanghi tossici, una notte, mentre fuggiva alla guardia costiera col suo sandolo dotato di fuoribordo da 500 hp, s’è preso una briccola in piena faccia con conseguenze da chirurgo plastico … giustizia divina!

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  16. è un pò una caricatura del manager, perchè adesso, in certe aziende, va di moda un certo falso casual, ma forse vale più per il mondo pubblicitario che conosco meglio; forse era un quadro intermedio, non proprio un manager; ciononostante è abbastanza ben delineato il senso di spaesamento di certe persone fuori dalla “gerarchia spaziale” cui sono abituati; è vero comunque, dato che frequento il nord per lavoro ogni tanto, che specie alcuni milanesi mancano di quel certo fatalismo di fronte alle situazioni, nel senso che ravvedono in ogni rallentamento imprevisto un’ybris intollerabile, come se il mondo girasse al rovescio; comunque, meglio i manager con la faccia da manager che i manager falsocreativo che ti dicono ciao vecchio mio e poi ti fregano perchè ti fidi; il nemico in divisa fa meno paura

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  17. Bravissima.
    Credo che il pontoniere sappia il fatto suo, nel trattare con il Manager, e in un certo senso lo educhi. Si potrebbe pensare a dei master tenuti da pontonieri (varianti: bagnino romagnolo, guida alpina).
    Ciao, Ruzino

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  18. Beh,ma ‘sto pirla qua sembra uscito dal consiglio di amministrazione di BP: e giuro, il mio post di oggi l’ho scritto prima di legger questo qua.
    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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