La Liberazione di Gianfilippo

La Festa della Liberazione, per Gianfilippo Toso, si accompagna da un decennio ad un leggero mal di stomaco. Non proprio una fitta, non proprio un bruciore: ma una cosa che non va né su né giù: un po’ come quando si è invitati a pranzo dalla suocera che non sa cucinare, e per cortesia e buona creanza si para giù quello che viene portato in tavola, ma ad ogni boccone s’è consci che lo si sentirà venir su per una settimana; e tuttavia non si può dire nulla, perché la suocera è la suocera, e tentare di evitare il pranzo, o non mangiare tutto significherebbe dover litigare di brutto con la famiglia colà riunita.

Ecco, per Gianfilippo Toso, Presidente del Consiglio Comunale in quota PDL, il 25 aprile è quella roba lì. Si alza all’alba, già di cattivo umore, e pian piano la cosa peggiora fino alla metà della mattina; tocca poi il suo vertice quando suonano di netto le 11, e come ogni anno dacché a Spinola è sindaco il Sempresindaco Carlo Taragnin, davanti al cippo sulla piazza centrale che onora i partigiani la Giunta e il corteo si danno appuntamento, per la cerimonia di commemorazione.

La scena, Gianfilippo Toso, ormai la sa a memoria, perché ogni anno si ripropone uguale uguale. Il Sempresindaco e la Giunta arrivano con un’aria a mezzo fra lo scocciato e il disgustato, e negli occhi lo sguardo furtivo di chi deve fare una cosa per forza e fa di tutto per portarla a termine in fretta e male. Si mettono sul palco, Taragnin sbuffacchia un po’ mentre Evelino, il suo addetto stampa-factotum-famiglio, smanetta con la videocamera, cercando disperatamente una inquadratura in cui il suo Sire non dico sembri alto, ma almeno non così nano come nella realtà. Poi, dopo un gran fischiare di microfoni, e vari “Si sente?” “Non si sente!” “Si sente meglio?” “Boh!” urlati da addetti e da assessori in fregola di fingersi buoni a qualcosa, il Sempresindaco dà una scaracchiata e fa capire che è ora di iniziare. L’opposizione, mobilitata ai piedi del palco, cerca di assumere un contegno, innalzando bandiere e gagliardetti che non è ben chiaro e non san bene manco più loro cosa rappresentino, perché in un decennio come stemmi si sono ritrovati di tutto, dalla falce e martello a tutte le possibili erbette e fiorellini, quindi un po’ di confusione c’è.

Il Comandante dei Vigili, solerte, agguanta una corona di alloro da schiaffare sul cippo, i quattro superstiti dell’ANPI locale tirano su le loro vertebre quasi centenarie a mimare un “Attenti!” che però nessuno dà per davvero, la Giunta guarda distrattamente la corona che va a poggiarsi sulla base marmorea del cippo, mentre gli assessori presenti continuano allegramente a rispondere ai messaggini del cellulare, parlottare con il vicino del ristorante tipico dove han già prenotato polenta e soppressa per la gita fuori porta con la famiglia, sognare l’ultimo modello di motoscafo che vorrebbero comprarsi per l’estate alle porte. Taragnin, non appena il cippo è ricoperto d’alloro in modo tale che i nomi dei quattro martiri di Spinola non siano più leggibili almeno per un altr’anno, aspetta che don Elisio, il parroco, abbia dato una spolverata di acqua santa, quindi prende la parola.

Gianfilippo Toso i discorsi del Sempresindaco li conosce a memoria, tutti. Sono due, infatti, che il Sempresindaco recita ad anni alternati: uno è quello in cui si loda la presenza della Chiesa, che durante la Guerra Mondiale tanto ha fatto per gli Italiani rimasti sbandati; l’altro è quello in cui, fra accenni all’età tanto giovane e al senso dell’onore, si rende omaggio ai poveri ragazzi di Salò, martiri in fondo inconsapevoli di qualcosa di più grande di loro.

Gianfilippo Toso, ultima progenie di una stirpe di ricchi e antichi liberali, che a Spinola ha ancora così tanto prestigio da dover sempre e comunque avere un posto in Municipio, a quei discorsi ormai ci ha fatto l’abitudine: non li sente più. E’ un uomo mite, del resto, e litigare non è mai stata una sua abitudine, a dire il vero neanche una lontana predisposizione. Quando Taragnin attacca a parlare, con il suo tono da sagrestano loffio, chiude le orecchie in automatico, perché per tutta la Prima Repubblica, montellianamente, ha imparato a votare e a far politica turandosi il naso, e con la Seconda ha imparato a votare e far politica turandosi anche le orecchie. Ma se ormai ha il cervello settato per escludere la voce di Taragnin, il colpo a tradimento arriva da quelle dei compagni di Giunta, l’assessore al Commercio Gianni Menegon e quello ai trasporti Oliviero Benso. Che, mentre Taragnin dice messa, continuano a commentare con bisbigli di sottofondo, occhiando con disprezzo l’opposizione, che, ai piedi del palco, muta e silente, ascolta il Sempresindaco, ma tenace, dopo averne ritrovate un paio forse nel fondo di qualche baule di nonno, continua a tenere ben in alto bandiere partigiane e vessilli rossi.

“Cazzo, guardali, questi quattro comunisti di merda! Ancora a festeggiare la Liberazione!”

“Stronzi, non si arrendono mai.”

“Pare che l’abbiano fatta loro l’Italia…un calcio in culo gli ci vorrebbe! A loro e a quei quattro pezzenti di partigiani assassini!”

“Già, al muro bisognerebbe averli mandati, altro che eroi!”

“Be’, tanto fra qualche anno saranno finalmente tutti morti, questi quattro vecchi rincoglioniti di ex partigiani!”

“E’ che le erbe cattive non muoiono mai, cazzo!”

“Già, Lui sì che aveva trovato il modo di sterminarli una volta per tutte!”

“Eh, magari si potesse anche adesso…un bel plotone di esecuzione, e fuori dalle palle tutti ‘sti comunisti e i loro santi martiri del cazzo!”

Non ce la fa, Gianfilippo Toso. A quei “martiri del cazzo” sente, per la prima volta in vita sua, che quella roba che gli pesa sullo stomaco da anni gli risale per l’esofago e se la ritrova in bocca, come un rigurgito che da tempo voleva venir su, e adesso c’è riuscito.

Si volta inviperito come una biscia che ha da sputare il suo veleno o si strozza e dice:
“Ma andate affanculo, brutti fascisti, che uno di quei martiri del cazzo è mio zio, stronzi ignoranti che non siete altro!”

Non l’ha sibilato, l’ha quasi gridato. Tanto che persino il Sempresindaco Taragnin, che pure non ha capito tutto, ma quanto basta, dello sfogo, per un attimo resta imparpagliato con il suo solito discorso a metà labbro, e guarda sconvolto verso Gianfilippo, perché Gianfilippo, Dio Santo, è Gianfilippo, uno che in tanti anni non ha mai fatto un fiato, anzi nemmeno un sospiro, manco di fronte alle peggiori porcate in Giunta, perché è sempre stato sostanzialmente inutile, ma scrupolosamente educato.

E invece adesso è lì, rosso in viso, con gli occhi che paiono braci, e i due vigili ai lati del palco quasi si domandano se non sia il caso di andargli vicino e bloccarlo, dovesse mai tirare un pugno a qualcuno degli assessori, o magari al Sindaco in persona.

Gianfilippo se li guarda, per un attimo eterno, tutti là, schierati. Poi alza la voce e grida: “W il 25 aprile! W la Libertà! W i partigiani!” e scende dal palco, voltando le spalle.

E’ la sua Liberazione.

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16 pensieri su “La Liberazione di Gianfilippo

  1. Bello anche se non proprio un resoconto. E’ stato però molto simile al mio ultimo 25 aprile (due anni fa). Non potevo sopportare che a presenziare la festa della liberazione, fascia tricolore al collo, fosse quel Taragnin che non ci credeva e che tra l’altro cercava di togliermi anche la mia libertà personale. Me ne sono andato vistosamente ripromettendomi di non tornarci più finché i tempi non fossero cambiati, e i tempi, come sai, sono cambiati. 😉

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  2. Te l’ho già detto più volte! Trova un filo conduttore che ti permetta d’unire il tutto in una bella trama, di quelle intriganti (di corna vissute, di epistolari scomparsi, di delitti irrisolti, di ville coi fantasmi, ecc., ecc.) eppoi scrivi ‘sto benedetto libro. Sarebbe un autentico peccato il non farlo. Scrivilo soprattutto per te (e per noi); il successo, se deve venire, prima o poi verrà, senza neppure andarlo cercare. Credimi.

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  3. P.S.
    non vedo perché tu non possa ambire a un Campiello. Le qualità ci sono tutte e non lo dico per piaggeria. Di certo sei mille gradini più in alto di certe cose che si vedono in giro e che vengono rifilate alla gente quasi fossero il verbo! Devi solo avere più coraggio.

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  4. …oppure metti insieme un bel libro di racconti. Ti trovo dotatissima per la narrativa breve, forse più portata che al romanzo, visto il gran numero di aneddoti e multiformi ispirazioni.

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  5. Qui a Verona, da un paio di anni le celebrazioni del 25 Aprile sono state sloggiate dalla piazzetta in centro dove da sempre si erano tenute. Ora si fanno in un parcheggio ben nascosto e fuori mano. Così ha voluto Flavio Tosi, uno dei sindaci più amati d’Italia.

    Le parole non possono esprimere lo schifo, il ribrezzo che provo per questo giovinastro ex curva sud divenuto politicante.

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  6. Ahimè, Guidus anche io sono cittadina di Verona, la città funestata da Tosi, ex un-sacco-di-cose…
    Infatti il 25 aprile mi sono ritirata sui monti con altri sovversivi.

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  7. @–>mick78 (e a tutti coloro che la pensano come me)
    Per editare un libro in un migliaio di copie servono all’incirca 4/5 mila Euro. Se Galatea lo scrive, tutti noi possiamo provare a … diventare editori. Fortuna audaces iuvat! 😉

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  8. Io invece ho la fortuna di avere una giunta di sinistra e da quando c’è il nuovo sindaco ci sono veramente dei bellissimi 25 aprile.
    La piazza del comune con la banda, i ragazzini delle scuole medie con le loro ricerche, il professore storico del paese che racconta che cosa è successo in quei terribili tempi, il presidente dell’anpi che ricorda la costituzione. Parole chiare sul fatto che nessuna pietà umana verso i morti può sovvertire il fatto che chi combatteva dalla parte giusta erano i partigiani. Sono proprio felice del mio paesino veneto il 25 aprile 🙂

    Unica nota triste sono i leghisti due piazze più indietro che consegnano rose (verdi l’anno scorso) per festeggiare san Marco. Che orrore!

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  9. @lector: Grazie per la proposta. Adesso magari mi informo sui metodi di pubblicazione, ho visto che ci sono delle cose on line. Magari raccolgo i racconti e gli do una rimessa a posto. 🙂

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  10. @mick78:

    anche io sui monti, a calpestare l’ultima neve (fradicia).

    Delle volte mi chiedo: ma se il 60% e passa dei veronesi lo hanno votato, questo fascista che non ha nemmeno fatto finta di ripulirsi, che cosa vedono in lui che a me sfugge? Come tutte le cose, passerà anche il Tosi. Spero proprio di rivedere presto le celebrazioni del 25 Aprile in piazzetta Pescheria, e i nostalgici delle Pasque Veronesi far la loro pagliacciata fuori dal centro.

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