Lo shopping ed il potere

A Spinola lo Chiffon non è una boutique, è un punto di arrivo. Gli altri sono negozi di abbigliamento, più o meno costosi: lo Chiffon invece è una specie di club esclusivo, l’equivalente di una loggia massonica coperta per signore. Le clienti entrano, siedono sui canapè, chiacchierano del più e del meno mentre le commesse tirano fuori loro gli ultimi arrivi, se hanno voglia provano nei camerini vestiti e scarpe – oppure, cosa molto più chic, se li fanno mandare a domicilio per indossarli con comodo e trattenerli o no a seconda del caso – e poi escono graziosamente ingombre di buste e pacchettini che fanno velocemente scomparire nel bagagliaio della loro Audimercedesbmw.

Essere clienti dello Chiffon, per le donne di Spinola, significa essere, punto e basta: in pratica il riconoscimento di uno status sociale. Non tanto possedere un vestito comparso in vetrina, ma anche solo poter sfoggiare per strada una borsetta di carta lucida con la C che fa da logo, immediatamente alza le quotazioni mondane: in pratica un sacchetto di nailon dello Chiffon, a Spinola, dà cento volte più prestigio che una Luìvuitton, persino se non del tutto tarocca.

Lo Chiffon occupa tutto il piano inferiore della sola villa veneta quasi cinquecentesca che Anselmo Pedron, invece di buttar giù e sostituire con un condominiotto come suo solito, nell’unico impeto di sensibilità artistica che gli si conosce ha restaurato, immortalando l’evento con tanto di lapide marmorea che recita: “Essendo sindaco Carlo Taragnin…Anselmo Pedron restaurò e riportò al primigenio splendore”, formulazione che ha sempre fatto sbellicare un po’ tutti, non solo per l’“essendo sindaco” – che fa immaginare il buon Taragnin con un serto di alloro in testa alla stregua di un antico imperatore romano (o, meglio ancora, di un John Belushi al toga party)- ma soprattutto perché chi lo conosce sa bene che Anselmo Pedron ancor oggi si arrovella per capire che cazzo voglia mai dire “primigenio”.

Nonostante, come tutti i negozi, lo Chiffon sia dotato di vetrine e di una porta, le donne di Spinola sanno bene che non ci si deve far ingannare da questa botta di apparente democrazia: per varcare quella soglia, non basta avere l’uzzolo o i soldi per comprare un vestito, bisogna in qualche modo aver ricevuto in precedenza un invito, un segno, un moto, per lo meno un velato accenno al fatto che là dentro si è gradite. Lo Chiffon infatti è un universo chiuso, un circolo in cui si entra per cooptazione: ogni nuova cliente può far capolino, in pratica, solo se accompagnata da una già introdotta. Se qualcuna senza agganci si azzarda ad affacciarsi al di là del limite invalicabile dell’entrata, Maria Carla Biasio, la signora e padrona di quel piccolo mondo, la fulmina dall’altro del trespolo su cui siede, sibilandole un “Desidera?” siberiano, tale da gelare qualsiasi eventuale desiderio, appunto. La cerchia di adepte dello Chiffon è in effetti così ristretta che, in confronto, le Nove Muse sembrano un club troppo di manica larga nell’ammissione delle socie. Il parco clienti è formato, in pratica, dalla signora Crespano senior, dalla (ex) signora Crespano junior e da cinque o sei loro amiche e conoscenti, fra cui la madre di Giulia. Alle clienti storiche è però data facoltà, di tanto in tanto, di accompagnare in visita un’ospite, che, sia ben chiaro, non diventa così cliente a tutti gli effetti, ma, purché la sua mentore garantisca per lei e la assicuri in grado di tenere un comportamento acconcio, ha diritto di girovagare, accompagnata e sotto l’occhio vigile della Maria Carla, fra gli armadi e i manichini, e può persino avere l’onore di comprare alla fine del giro un qualcosa, possibilmente fra gli oggetti in saldo che le clienti ufficiali non comprerebbero comunque più.

“Io là dentro non ci entro!” dico a Giulia, che sta trascinandomici verso.

“Non dire stupidaggini, ti servono delle scarpe per il matrimonio di Carla! E ne ho visto uno paio che sono proprio della tua misura!”

Entro mugugnando, ben decisa a sfoggiare una faccia da Rosa Luxemburg che condanna la società capitalistico borghese. E che va a farsi benedire non appena vedo, sotto una bacheca di cristallo, il paio di sandali cui Giulia accennava, bellissimi, tacco dodici, 34 di misura, e di quella perfetta sfumatura glicine che giusto giusto s’intona al mio completo da cerimonia. È per questo che il capitalismo ti frega: produce scarpe meravigliose.

Sono lì con il naso spatasciato sul vetro – be’, no, spatasciato no: non oso neppure alitare troppo vicino alla bacheca, il mio fiato non è degno di appannare tanta magnificenza – quando Giulia mi mette una mano sul capo e, con una mossa degna di un sergente dei Marines che schiaccia la recluta nel fango per impedirle di cadere vittima del cecchino Vietcong in agguato, mi spinge verso terra, dietro la teca.

“Ma che cazz…” mi viene da esclamare, fermandomi appena in tempo perché mi ricordo dove sono, e solo aver pensato una cosa del genere potrebbe pregiudicare per sempre la mia possibilità di essere degna di pagare il prezzo di quelle scarpe.

“Zitta, giù, guarda chi è arrivata!”

In effetti, nell’entrata della boutiques si manifesta un leggero trambusto, che consiste in qualche colpo di tacchi e nel suono di un paio di sopracciglia di commesse che si alzano all’unisono. Sulla porta compare una grossa ombra involtolata in una cosa che pare un cappotto e con in testa una nuvola di capelli di un improponibile color amaranto: ha qualcosa di familiare, l’apparizione, ma non riesco a vederla bene, dato che Giulia continua a spingermi il capo giù.

“Ma chi è?”

“La Betty Crovato, la nuova donna di Alfonso! Ma sì, dai, la balena!”

In effetti, accompagnata da una cugina Crespano di secondo piano, ma con parentela abbastanza stretta da poter essere ammessa nella cerchia dello Chiffon, la Betty Crovato, un tempo monumentale commessa del locale supermercato e da qualche mese fidanzata in carica di Alfonso Crespano, è entrata in quel tempio della taglia 40, e si guarda attorno un po’ sbasita, con due occhioni che sono ora privi del suo consueto bistro nero, ma in compenso pieni di una cosa che sembra genuino terrore.

“Che ci fa qui?” domando.

“Uh, deve essere un’idea della Vecchia – sibila Giulia, che sugli intrallazzi di casa Crespano è molto più aggiornata di me – Da quando ha capito che Alfonso lo perdeva, se continuava a mettere i bastoni fra le ruote, ha deciso di scendere ad un compromesso: accetta che i due si vedano, ma vuole almeno che la balenottera diventi più presentabile, impari a truccarsi, a vestirsi, comportarsi come si deve nelle occasioni mondane…pare che non lavori più al supermercato, l’abbiano già convinta a mettere il figlioletto di primo letto all’asilo dalle suore, Alfonso le ha comprato un appartamentino nel quartiere nuovo, e ora la cugina Viola la scorta qui a rifarsi un guardaroba: mica può continuare ad andare in giro con addosso quei tendoni da circo comprati alle bancarelle cinesi, dài!”

Attorno alla Betty c’è già un nugolo di commesse: tutte assieme non riescono nemmeno a farle da schermo, tanto loro sono trasparenti ed esangui: a stento proiettano un’ombra, per quanto sono sottili, figurarsi coprire l’intera superficie della ex cassiera. La fanno sedere su un puff, dopo essersi assicurate con una veloce occhiata che sia rinforzato per la bisogna, e iniziano a volteggiare fra gli scaffali, alla ricerca di qualche capo adatto a lei. Flautano paroline, mezze frasi per sdrammatizzare, tentano di stamparsi in faccia sorrisi di circostanza: ma, ogni volta che prendono un vestito dalla gruccia, i loro occhi corrono alla monumentale stazza della Betty, e a fatica trattengono un moto di orrore. Ma che cazzo di taglia avrà, quel tricheco? Abituate come sono, nella loro visione morale da scheletri, a considerare “enorme” chiunque sfori la 42, di fronte all’abbondanza della forse-futura-nuova-signora Crespano non sanno darsi pace. Hanno un bel ripetere che devono tener duro, perché quella balena ormai fa parte della cerchia dei Crespano, e quindi bisogna parare giù; ma la loro visione etica della vita, basata sul credo che il magro è giusto e pertanto è premiato, alla fin fine, anche con il successo sociale e la ricchezza, si ribella e si contorce.

La Betty sta lì, con aria triste e spaesata. La guardo. Ad occhio, per come la ricordo io che l’avevo conosciuta nel periodo pre-Alfonso, mi sa che, poveretta, deve essere anche parecchio dimagrita, e mi posso immaginare con quali sforzi. Nonostante sia tuttora giunonica oltre ogni immaginazione, si individua in lei una cosa che pare un punto vita, e il viso s’è fatto più affilato, anche se forse lì gioca molto anche il trucco sobrio studiato dal consulente visagista, e il taglio sfilato e piatto imposto a forza dal nuovo parrucchiere. Così, con i capelli tiziano sciolti sulle spalle, gli occhi nocciola non più anneriti dal bistro, e il seno generoso che va su e giù a seguire il ritmo affanoso del respiro ogni volta che, sospirando, dice no ad un capo che le viene posto davanti, aggiungendo un timido e rassegnato: “Là non c’entro…” pare una di quelle belle madonne del Rinascimento, tonde e malinconiche: di quelle che, mentre tengono in mano il loro paffuto Gesù, già si prefigurano i dolori futuri, l’agonia e la morte in croce, ma sanno anche non si può far nulla per evitarli, e vanno quindi con coraggio incontro all’ineluttabile destino.

Le commesse, con una punta di malcelato sadismo o di pura e semplice stronzaggine, sembra lo facciano apposta a metterle di fronte modelli sempre più eterei e striminziti, adatti a contenere donne che si riassumono in grammi, o in etti, nel migliore dei casi. Glieli sventolano davanti come a voler rimarcare che quelli sono sogni non alla sua portata, anzi, che il sogno che lei sta vivendo in quel momento, essere la compagna del ricco e bello Alfonso Crespano, è proprio in sé al di fuori della sua portata, un atto di hybris che viola tutte le regole del cosmo, perché i milionari come Alfonso Crespano sposano donne con la figura da top model, non commesse sovrappreso che debordano rotoloni di ciccia. Ma la Betty ha la faccia di una che queste cose le sa già, se le è ripetute da sola miliardi di volte, e quasi quasi, fosse per lei, da quel dì avrebbe già lasciato perdere tutto per tornare dietro al bancone del suo supermercato, paffuta e felice, a occuparsi di scartocci di mozzarelle, insaccati da affettare e teglie di pasticcio da mettere in mostra.

Ma quando ha quasi trovato lo scatto d’orgoglio per alzarsi ed andar via, ecco che la porta si apre, e compare sulla soglia Alfonso. Le commesse frullano via, con un clangore di ossa, mentre la Maria Carla in persona gli viene incontro, con quella innata forma di reverenza che le padrone di boutiques riservano ai clienti possessori di una ben fornita carta di credito.

“Allora?” chiede il giovin Crespano, e il tono spiccio è quello di uno che è abituato a pagare ed ordinare dalla nascita, per cui non ha tempo da perdere in salamelecchi e scuse.

La Maria Carla assume una espressione affranta, e, per sottolineare l’imbarazzo, contorce le mani: “Ah sì certo…. be’, purtroppo… ecco, non abbiamo trovato molto perché non abbiamo in magazzino tutte le taglie per la… signora…” e tirare fuori quell’epiteto, signora, per definire la Betty pare costarle più fatica che rimanere ferma sulla poltrona del dentista mentre lui trapana in bocca senza anestesia.

Ma Alfonso neanche coglie la sfumatura: ciò che gli preme non è Betty, in fondo, ma che i suoi desideri vengano esauditi in fretta e senza indugi: è fatto così Alfonso, i problemi lo stressano, soprattutto quando li ha causati lui.

“Be’, allora ordinatele… Betty, fa’ vedere loro i vestiti che vuoi, e quando arrivano portateceli a casa.”

Il volto di Betty si accende di un rosso persino più intenso dei suoi capelli; poi, imbarazzatissima, come una scolaretta chiamata alla lavagna dall’ispettore scolastico, indica con il ditino a salsicciotto, senza nemmeno guardarli, un paio di abiti a caso fra quelli che le commesse di affrettano di nuovo a sventolarle davanti, ma con molta più buona creanza, ora che il compagno e pagatore è presente. La Maria Carla prende nota, la cugina Viola le soffia nell’orecchio l’indirizzo cui recapitare i pacchi, Alfonso gira i tacchi quasi sbuffando, prende la mano della frastornatissima Betty e la trascina via, come si trascina via una valigia in aeroporto.

Giulia, consentendomi di riemergere da dietro la teca, ridacchia: “Oddio, che scena! Meglio delle comiche, no? Hai visto cquali si è presa? Te la immagini la Betty come le staranno addosso, quei vestiti? Grossa com’è, appena se li mette farà l’effetto di un uovo di Pasqua! Sì, decisamente dopo di te i gusti di Alfonso in fatto di donne sono andati di male in peggio… allora, le prendi le scarpe?”

“No.” dico.

Ho indosso un magone che m’ha fatto passare ogni voglia di fare shopping.

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11 pensieri su “Lo shopping ed il potere

  1. molto bello, soprattutto la prima parte.
    le ultime descrizioni sono troppo prolisse e alcuni dialoghi andrebbero asciugati. insomma, 20 righe in meno. lo so, tagliare è un po’ come farlo sulla propria carne, ma è necessario.

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  2. Certo che i paesotti veneti sembrano fatti tutti con la fotocopiatrice.
    Da noi c’è un detto che recita: “El contandin co ‘l monta ‘n piaza o che ‘l fa spuza o che ‘l fa raza!”
    (non so se l’ortografia è giusta, perciò le correzioni sono sempre gradite)

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  3. Mariangela, scritto SPLENDIDO. Una puntata di Sex and the City nella provincia veneta.
    Ma su questa, scusa, mi sono dovuta soffermare:
    “È per questo che il capitalismo ti frega: produce scarpe meravigliose.”
    ahahahah!
    Stammi bene 😉

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  4. ciao, concordo, post meraviglioso. Un solo appunto, non possono esistere scarpe del n 34 con il tacco 12, è una questione di teorema di pitagora. Infatti un piede che calza il 34 è lungo circa 20 cm, di cui almeno 4 o 5 devono poggiare in orizzontale (le falangi e base del metatarso…). A qs punto i 15 cm liberi rimanenti dovrebbero appoggiare a max 2 o 3 cm dal tacco, per mantenere l’angolo utile a poter garantire l’appoggio. Non c’è modo di fare una scarpa con cui sia possibile camminare, a meno di mettere uno zeppone inguardabile… che va il conflitto con la scarpa meravigliosa. 🙂
    Occorre rassegnarsi, il mondo è ingiusto e i tacchi veramente alti sono per le donne alte. 😉 comunque un paio di sandali col tacco alto in seta color glicine li avevo anch’io e li ho amati immensamente!

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  5. Davvero un gran bel post! E la sintesi “È per questo che il capitalismo ti frega: produce scarpe meravigliose.” è stu-pen-da! 😀

    Saluti consumisti
    lo Zaùrdo

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  6. Pezzo bellissimo, angoscia alle stelle. Io nelle boutique di quel rango non ci entro nemmeno se ci vedo il capino dei miei sogni, infatti. Penso che uscirei comunque senza nulla in mano per il fastidio causato dalle commesse.

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  7. Questo post è meraviglioso, la frase sul capitalismo e le scarpe è assoluto genio.
    Anche io in questi posti evito di entrare, proprio per l’atmosfera (non per i prezzi, eh, nononono ;-))

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