Un lavoro inadatto ad una donna 2: L’avvocato De Pace ci spiega perché le donne non devono offendersi se vengono criticate in quanto donne.

Siccome quando c’è da dire qualcosa di maschilista, la furbizia vuole che lo si faccia dire ad una donna – così come quando c’è da far dire qualcosa di viscidamente clericale, è buona norma far scrivere l’articolo a qualcuno che si proclami ateo – la controffensiva del Giornale sul caso della sentenza che ha condannato un sindacalista e un giornalista per diffamazione, perché avevano affermato che una gentile signora in quanto donna era inadatta a ricoprire la carica di direttore carcerario, è stata affidata ad un avvocato donna, ovvero Annamaria Bernardini de Pace. La quale spiega diffusamente per due cartelle quanto assurda sia una sentenza del genere, e quanto assurdo sia, soprattutto, che qualcuno abbia denunciato i due per diffamazione, giacché sentirsi offese, personalmente e come genere, da questo tipo di affermazioni sarebbe per lo meno indice di una davvero troppo esasperata suscettibilità.

Siccome sono feminuccia anche io, lasciamo perdere il conflitto di genere: alla signora Bernardini de Pace gradirei rispondere analizzando le argomentazioni proposte nel suo articolo. Niente alti lai vittimisti, dunque, né femminismo d’antan: diciamo che analizzerò l’articolo come se né io né la de Pace né la gentile signora direttrice del carcere fossimo donne: a botte di rigorosa logica “maschile”, insomma.

L’incipit del pezzo è di per sé meraviglioso: “Se, dopo avere offerto il mio aiuto a un uomo affaticato nello scaricare sacchi di calce da un camion, egli mi dicesse: «No grazie, perché lei è donna» non mi offenderei né mi sentirei diffamata […]. Se avessi bisogno di una guardia del corpo, vorrei un uomo. Non mi basterebbe una donna, per quanto nerboruta e perfino un po’ androgina.”

Già dalle premesse, cominciamo a zoppicare: un conto è se io, gentile avvocato che sta correndo in tribunale su sandali Prada tacco a spillo, mi imbatto in un nerboruto camionista che sta scaricando il suo tir, e, per una forma di gentilezza che onestamente non ha gran fondamento, mi offro di dargli una mano: il nerboruto camionista, vista la mia costituzione fisica e soprattutto i sandali e la borsetta, probabilmente riderà di gusto, e il suo “No, grazie perché lei è una donna” sarà un modo spiccio, anche se un pochino infelice, per farmi capire che non è cosa. Un conto è invece se un datore di lavoro, sia esso il padrone di una agenzia di trasporti o un tizio che ha bisogno di assoldare dei bodyguard, per principio e senza altra motivazione scarta a priori l’idea di poter assumere una donna per un certo ruolo, come l’avvocato Bernardini de Pace pare invece dia per scontato ed assodato si possa fare. Si tratterebbe infatti, nel caso, di una discriminazione bella e buona, esplicitamente vietata dalla Costituzione e dalla Legge, per cui si rischiano guai penali, di cui spero che l’avvocato Bernardini de Pace informi i suoi clienti. Nel caso poi l’avvocato Bernardini de Pace non lo sappia o non se ne sia accorta, ci sono in Italia donne che fanno regolarmente, per mestiere, le camioniste (come dipendenti o con un mezzo proprio), altre che lavorano al carico scarico merci in magazzini (se vuole, gliene presento un paio, amiche mie), e altre che fanno allegramente le bodyguard, anche a livello internazionale (ricordo anni fa Robert De Niro, che arrivò alla Mostra del Cinema scortato esclusivamente da guardie del corpo donne). Per un lavoro simile, per altro, in cui la forza fisica, in realtà, conta meno che non la capacità di reazione, l’agilità, la velocità nell’analizzare le situazioni e la prontezza nel coordinamento, non si capisce perché gli uomini dovrebbero assicurare maggior affidabilità. L’avvocato Bernardini de Pace, per altro, si deve essere dimenticata delle donne delle scorte, poliziotte, che sorvegliavano magistrati a rischio di attacchi mafiosi. Una di loro, Emanula Loi, morì nell’attentato di Via D’Amelio: forse l’avvocato de Pace pensa che, fossero stati tutti maschi, Paolo Borsellino non sarebbe saltato per aria?

Andiamo avanti: Se una lesbica, desiderosa di maternità, dicesse alla compagna «qui serve un uomo», la compagna non potrebbe mai sentirsi ingiuriata per il solo fatto di essere donna e di sentirsi ricordare le diversità biologiche, continua l’avvocato. No, mi scusi, direi che qui l’affermazione è leggermente imprecisa. Quello che serve alle due signore, in realtà, non è un uomo, ma solo il suo sperma, e poi possono arrangiarsi benissimo da sole: non abbisognano affatto, quindi, un uomo, ma un donatore maschio, un concetto che è diverso da quello di “essere uomo”, se non vogliamo ridurre i maschi umani a dei puri agenti riproduttori. E resta sempre il problema che non mi risulta che essere in grado di produrre sperma sia, per contratto, una delle conditiones sine qua non per dirigere un carcere…

L’avvocato Bernardini de Pace però alla sentenza non sa rassegnarsi:

Il fatto in questione riporta a un articolo di giornale dal titolo: «Carcere: per dirigerlo serve un uomo». Un sindacalista[…] chiariva che la struttura penitenziaria, fino a quel momento diretta da una donna, richiedeva a suo parere «una gestione maschile». [..]I supremi giudici [..] hanno condannato gli imputati attribuendo oggettiva portata diffamatoria alla frase [..], poiché si tratta di un «riferimento gratuito, sganciato dai fatti, che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo… sganciata da ogni dato gestionale e riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico della appartenenza all’uno o all’altro sesso».Dunque, se ho ben capito il senso della sentenza, qualora si fosse detto, per ipotesi, che la direttrice era incapace, pigra, alcolizzata o inesperta e si fossero portati fatti a riprova delle gravi affermazioni, gli imputati non sarebbero stati condannati, perché gli apprezzamenti del sindacalista non sarebbero stati «gratuiti» .

Eppure, per un legale, non dovrebbe essere così difficile: se io dico che X non è adatto ad un certo posto di lavoro perché è pigro, alcolizzato o inesperto e riesco a provare che queste cose sono vere, non lo sto diffamando, ho semplicemente preso o invitato chi deve a prendere una decisione saggia, evitando di mettere in un posto di responsabilità qualcuno che non è certo adatto. Se invece l’unica motivazione che riesco a trovare per criticare una donna è che quel posto là a mio avviso va affidato e gestito da una “mano maschile” è come se dicessi che in quel posto lì non ci posso mettere, per esempio, chessò, neppure un direttore italiano, che rischia di essere tutto pizza e fichi con i detenuti, ma sarebbe meglio un tedesco, perché, si sa, per natura un “crucco” sa imporre meglio la disciplina.

Non è neppure ben chiaro che diavolo sia e come si estrinsechi, in un carcere, la cosiddetta e vagheggiata “mano maschile”, che sarebbe più apprezzabile ed anzi necessaria. L’avvocato Bernardini de Pace è un po’ fumoso, in merito:

Be’, per quanto il ruolo di direttore di carcere sia aperto a entrambi i sessi e per quanto molte donne se la cavino egregiamente in questa funzione, forse è legittimamente pensabile – e dicibile – che qualche carcere e qualche direttrice non siano facilmente compatibili. Una determinata realtà carceraria di per sé, infatti, può avere l’esigenza di essere organizzata da un uomo più che da una donna. Non perché entrambi i sessi non abbiano medesimi doveri e opportunità, nonché competenze, giusta l’eguaglianza giuridica e sociale, ma perché non si può spensieratamente affermare, in termini categorici, che uomo e donna siano uguali anche biologicamente e psichicamente.

Mi scusi, avvocato, ma se il direttore donna X non è adatto al carcere A per motivi “ambientali” non è una cosa legata al fatto che sia un donna: significa che non riesce, per esempio, a imporre la disciplina in quel contesto perché non ha la mano sufficientemente ferma, o non sa garantire una corretta organizzazione dell’istituto di pena. Tutte cose che capitano, per dire, anche a direttori uomini, i quali, se sono criticati, lo sono però perché reputati disorganizzati o incapaci, non inadatti in quanto uomini ad un ruolo. Che un uomo ed una donna non siano uguali biologicamente e psicologicamente è innegabilmente vero, ma, mi scusi ancora, qui che c’entra? Forse è automatico che se il direttore è una donna pretenderà di mettere i centrini nelle celle, le tende con il pizzo alla mensa e non saprà farsi rispettare dalle guardie carcerarie? O che si metterà a piangere se vedrà un detenuto che la fa bù? Un direttore ha un funzione dirigenziale; esattamente affine a quella di un Preside a scuola, ad esempio (non rida, avvocato Bernardini de Pace: si venga a fare un giretto in certe scuole di frontiera, e poi si renderà conto che alcune Presidi affrontano emergenze che spaventerebbero direttori di carcere maschi reputati avere due palle così!). Bisognerà dunque dire che anche il Preside è un lavoro inadatto alle donne, e già che ci siamo anche quello di insegnante (ci sono certe classi di teppisti, signora mia!). Ci sono uomini e donne che hanno il carattere adatto ai ruoli dirigenziali, e sono in grado di gestire anche istituzioni che si trovino in contesti sociali molto duri, ed altri, maschi e femmine, che se li metti in contesti molto tranquilli crollano come castelli di carte. Siccome però una donna che va a fare il direttore di carcere ha passato selezioni psicologiche e gerarchiche per arrivare lì, se ci è arrivata e non riesce a rendere come dovrebbe non è perché è una donna, ma perché non è adatta a quel tipo di lavoro e di contesto, e l’anatomia o la biologia o la psicologia femminile c’entrano una cippa.

Il dato biologico dell’appartenenza all’uno o all’altro sesso, è proprio ciò che fa muovere il mondo e condiziona i comportamenti umani e il pensiero individuale, senza necessariamente integrare fattispecie di reato quando se ne sottolinei la differenza.

Avvocato, scusi, ma ancora non ci siamo spiegati? Qui i due non si sono limitati a dire che la direttrice era una donna, ma che non andava nominata direttrice perché in quanto donna non era adatta a fare quel lavoro là. Lo avessero detto di un uomo di colore, di un ebreo, sarebbe stato un reato: per una donna no?

Se il camionista non vuole il mio aiuto fisico, perché sono donna, non mi offendo, ma anzi apprezzo il suo senso protettivo maschile. Se un imputato mi rifiuta quale difensore, preferisco sentirmi dire «perché donna», piuttosto che «incompetente».

Già, sia nel caso del camionista che dell’imputato sono cavoli loro, e loro libere scelte, di cui pagheranno loro tutte le conseguenze. Però, Avvocato Bernardini de Pace, mi scusi ancora: se a dirle che non la vuole come socia alla pari in uno studio legale fosse il suo socio anziano, e la motivazione portata per rifiutarle la cosa fosse che lei è una donna perciò inadatta, o se l’Ordine degli Avvocati le dicesse che, in quanto avvocato abilitato, può patrocinare in Tribunale, per carità, ma solo certi tipi di processi, perché gli altri no, sono troppo complessi o troppo duri per una donna, Lei s’incazzerebbe mica un pelino? Prenderebbe la cosa con un signorile, femminilissimo savoir faire e tornerebbe a compilare carte come galoppino dei colleghi maschi, cercando di recar loro il minimo disturbo, o si sentirebbe gravemente lesa nella sua dignità professionale e presenterebbe una bella denuncia penale e civile, per diffamazione e discriminazione? No, tanto per sapere, eh.

Sarebbe potuta essere considerata una frase infelice, forse maschilista, forse anche no, quella del sindacalista. Ma la frase in sé, dov’è che lede la reputazione? Dove si è consumata la lesione dell’identità personale e professionale della direttrice per il richiamo obiettivo e indiscutibile del dato biologico?

Ecco, avvocato Bernardini de Pace, gliel’ho spiegato persino io che non sono giurista, dove stava l’offesa sanguinosa contenuta in quella frase, che non era solo “infelice”. Se ancora le sfugge, nonostante di legge ne mastichi ampiamente più di me, pazienza. Sappia però che, dovessi mai aver bisogno di un avvocato, dopo aver letto come ha strutturato le argomentazioni a difesa in questo articolo, dubito molto che sceglierei lei.

No, tranquilla, mica perché è una donna, eh.

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13 pensieri su “Un lavoro inadatto ad una donna 2: L’avvocato De Pace ci spiega perché le donne non devono offendersi se vengono criticate in quanto donne.

  1. La DePace è un’esperta essenzialmente di diritto di famiglia, che peraltro si è pure presa tre mesi di sospensione dall’albo nel 2009 per “parcelle eccessivamente onerose” (a suon di migliaia e talvolta decine di migliaia di euro per compensi stragiudiziali); detto ciò, forse la sig.ra Annamaria dovrebbe rileggersi quello che una sua omonima (non certamente lei) scriveva meno di un mese fa sul medesimo giornale (g minuscola).
    😉
    Queste distinzioni di genere non fanno altro che fomentare la competitività tra maschi e femmine; sollecitando una endemica litigiosità, produttiva di danni esistenziali agli uni e alle altre, nella famiglia, nei rapporti di lavoro e nelle relazioni sociali. Il merito non può essere nel sesso. E neppure col, grazie al, tenuto conto del. Sesso appunto. La nostra Costituzione difende il principio della pari dignità sociale di tutti i cittadini, senza distinzione di sesso. Le leggi si sono allineate anche grazie alla fatica di donne e uomini che hanno combattuto contro questa atavica discriminazione e oggi, progressivamente, abbiamo tutti raggiunto la pari dignità giuridica. Con questa, il rispetto. E dunque la necessità di non giudicare ancora le donne in quanto tali, bensì, e soprattutto, per la loro storia e il loro merito.
    Quindi come persone capaci o incapaci. Da non confrontare con gli uomini, in termini positivi o negativi, ma da valutare in rapporto all’esperienza, ai fatti personali, alla competenza e alle potenzialità che ciascuna ha espresso o può esprimere nel futuro, nell’ambito di riferimento sociale.

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  2. Tra l’altro, se la De Pace si fosse informata un po’ prima di sproloquiare, avrebbe scoperto che esistono già da anni direttori di carcere donna del cui operato nessuno si è mai lamentato.
    Che sia pagata un tanto a battuta per esprimere questi suoi pareri di bassa lega?

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  3. L’avvocato De Pace ha toppato alla grande. Mai ruolo fu più adatto a una donna che quello di direttrice d’una casa di pena. Perché, se pena dev’essere, pena sia; e le donne son giusto capaci di sadismi così raffinati che gli uomini manco se li sognano.

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  4. bellissimo post! e poi, diciamola tutta, perché, secondo alcuni, una donna, in quanto donna, non potrebbe dirigere un carcere? bhè, è ovvio: come fa una donna a cavarsela in un ambiente di maschi delinquenti e arrapati? come al solito, i maschilismi sono molto offensivi e degradanti anche per gli uomini!

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  5. l’avv. Bernardini entra nel merito della sentenza, anche se non proprio in punta di diritto, ma senza peraltro illustrarne le motivazioni (e non solo le conclusioni).
    peraltro,se l’avv. Bernardini tenesse conto degli artt. 3, 37 e 51 Cost., non avrebbe scritto l’articolo. punto.

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  6. “se io… mi imbatto in un nerboruto camionista che sta scaricando il suo tir, e… mi offro di dargli una mano: il nerboruto camionista… probabilmente riderà di gusto, e il suo “No, grazie perché lei è una donna” sarà un modo spiccio, anche se un pohcino infelice, per farmi capire che non è cosa”.

    Secondo me, a questo punto (scusi, ci ho ripensato),
    ridono di gusto anche i Suoi cicisbei. A Lei non lo diranno, né Le direbbero il perché, ma rideranno, mi creda… tranne quelli proprio fessi.

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  7. La De Pace è una di quelle persone che allontanano non dal diritto,non dagli avvocati,ma dalle donne. Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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  8. Ben detto.
    In effetti fa specie che un addetto ai lavori travisi le motivazioni della sentenza – che sono piuttosto chiare e non sorprendenti – per fomentare la confusione dei lettori rimettendo a loro il giudizio finale con una serie di domande retoriche (“la frase in sè, dov’è che lede …?” ecc).
    Avrebbe potuto spiegare che il reato è ravvisabile nella sminuizione della attività professionale non ancorata a fatti concreti.
    Oppure che la Cassazione non ha condannato nessuno, ma semplicemente respinto, in puro punto di diritto, l’impugnazione del sindacalista evidentemente già condannato in primo grado e in appello nonostante, suppongo, una strenua difesa del proprio legale.
    Ciao, Ruzino

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  9. @Ghino: E non siamo mica tutte così, ecchecazzo! 😦
    Sennò, per lo stesso ragionamento, visto che Berlusconi, Bondi, Bossi etc… sono un uomini, dovrei chiudere per sempre e tenermi lontana da tutti gli uomini????? Eh, no, eh….

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  10. @Ruzino: Ah, ecco, grazie per il dettaglio tecnico, che io, non essendo avvocato, non conoscevo. 🙂

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