Il web e l’informazione di qualità: se un articolo è gratuito, non vale niente?

Se un oggetto è gratuito, non vale niente, diceva mio padre.” E ancora “In rete – gratis – ci si informa. Sul giornale – a pagamento – si conosce e si approfondisce.”

Queste due affermazioni, fatte ieri da Carlo de Benedetti, editore del gruppo Repubblica, meritano sicuramente una attenta esegesi. Non perché siano clamorosamente nuove (in buona sostanza, sono la stessa roba già dichiarata, qualche tempo addietro, da Gianni Riotta), ma perché la loro analisi potrebbe aiutare a capire alcuni cortocircuiti di pensiero che forse impediscono un più corretto sviluppo di rapporti e collaborazioni fra rete e stampa tradizionale.

La stampa on line non esiste ancora: Per ora la stampa tradizionale, così come anche la tv tradizionale, non pare aver saputo trovare il modo di integrare e nemmeno di “sfruttare” le potenzialità del web. I siti dei giornali italiani (e anche stranieri, in linea di massima) non sono “informazione on line”: sono semplicemente le versioni on line del cartaceo. Del web sfruttano la velocità di aggiornamento (il giornale è leggibile tramite i-Phone, Blackberry, tiene costantemente informati i lettori con twitter o gli sms, immette filmati con dichiarazioni e video pescati da Youtube), ma manca una specificità legata al mezzo. I giornali hanno trasportato sul web la loro struttura tradizionale, ed abbastanza elefantiaca, dove lo “stacco” però tra chi fa il giornale e chi lo legge è drammatico. Per rendersene conto basta vedere la patetica sezione dei “commenti” a fondo dell’articolo: non c’è mai un singolo autore, neppure fosse l’ultimo redattore precario, che si premuri di rispondere alle sollecitazioni degli utenti. L’articolo del quotidiano messo sul web è là, ed ha la mobilità di una tavola della legge: non si discute. Eppure ci vorrebbe niente, da parte dell’autore, per cambiare questo tipo di rapporto: una volta messo il pezzo on line, dopo un’oretta, passo, leggo i commenti, rispondo. Qualsiasi blogger lo fa d’abitudine, ponendosi in un rapporto diretto con il suo lettore. Il giornalista della carta stampata no, manco gli viene in mente. Persino quando poi, magari, è anche blogger.

Il principio di questa scarsa interazione fra il giornale ed i suoi lettori è qualcosa di più che una semplice incapacità di rapportarsi ad essi da parte dei giornalisti che hanno scritto il pezzo, i quali, come abbiamo visto, nei loro blog personali o su Friendfeed talvolta invece rispondono direttamente, dando luogo anche a pittoreschi flame con i commentatori. È invece un portato diretto del suo sentirsi “professionista” solo nel momento in cui scrive sul giornale. Sul giornale lo pagano, e, in virtù di questo, il suo articolo è ammantato di ieraticità, indiscutibile dal basso: al massimo risponderà, con un altro articolo, il giorno seguente, alle critiche di altri giornalisti o di altre testate.

  1. L’idea che il giornalista è tale solo in quanto assunto da una testata, genera quindi un modo di comportarsi anche sul web da parte del “giornalista” che è alieno dalla caratteristica principale del web stesso, che non è solo velocità di comunicazione, ma anche interattività nella produzione della comunicazione stessa.In teoria tale comportamento dovrebbe essere alieno anche dal meccanismo che regola la “buona” carta stampata vecchio stile. De Benedetti , infatti, descrive così la stampa prodotta dal suo gruppo: Un giornale, ma direi più in generale un grande gruppo editoriale non è un partito, ma una comunità vivente, in cui ognuno influenza l’altro, nel quadro di un’identità. E un sistema di idee che organizzano, gerarchizzano, ordinano le notizie della giornata. E’ così che concepisco l’informazione”. È curioso notare come la prima parte della definizione, in realtà, è assolutamente omologa a quella che si potrebbe dare di una web-comunity: il problema semmai sorge quando si analizza la seconda parte, cioè il passo in cui si parla di idee che organizzano, gerarchizzano, ordinano le notizie della giornata. Già, ma su che base? Nel web, che è un mare magno in cui si trova di tutto, la gerarchia viene data dalla credibilità acquisita sul campo dal singolo blogger nella cerchia più o meno vasta dei suoi lettori, e nella sua capacità singola di farsi notare postando notizie o approfondimenti originali. Nasce, insomma, da confronto quotidiano, anzi minuto per minuto. Non è ben chiaro fino in fondo, invece, da cosa sia garantita sulla carta stampata: la comunità ipotizzata da De Benedetti risulta una comunità molto più chiusa, come abbiamo visto, agli influssi esterni. Non solo perché le notizie vengono gerarchizzate sulla base di un quadro di identità del giornale (fenomeno che certo è presente anche nel mondo dei blog: il blogger gerarchizza e sceglie le notizie sulla base di quanto gli interessa e gli piace: ma lui, appunto, è solo una barchetta nel mare del web, un giornale è una corazzata..) ma perché i membri della comunità che possono esprimere pareri sono però limitati a quanti sono giornalisti “pagati per produrre”.
  2. Se un oggetto è gratuito, non vale niente.” L’affermazione, nella sua apoditticità, è un bell’assunto di capitalismo borghese di stampo ottocentesco: ogni cosa ha un costo e il valore della cosa è determinata dal costo della stessa, che a sua volta è determinato dal mercato. Peccato che per le forme d’arte ed in parte per le forme di comunicazione l’identità fra corrispettivo economico e valore della cosa in sé non sia così automatico. In realtà, nel campo della produzione culturale, il fatto che lo scrittore/intellettuale (bene o male questo è il giornalista) venga retribuito per il suo lavoro è in realtà un concetto molto recente. Grandi opere della letteratura mondiale non hanno fruttato un soldo ai loro autori, che le hanno composte e in qualche modo “regalate” gratuitamente al pubblico. Un Tucidide, padre virtuale di tutti i giornalisti del mondo, non risulta che abbia ricavato una dracma dai suoi scritti, nonostante li avesse pensati con il preciso intento, dichiarato fin dalla prefazione, che essi fossero ktema es aei, una sorta di acquisto destinato a rimanere nel tempo. Dunque, stando nel campo della produzione intellettuale, il ragionamento del De Benedetti padre, e del De Benedetti figlio che lo cita, in realtà non costituisce un metro di valutazione, oppure bisognerebbe inferire che la Commedia di Dante (il quale mai intascò un fiorino bucato dai suoi scritti) vale meno di un fondo di Eugenio Scalfari, che s’è sempre fatto generosamente retribuire per ogni virgola. Possono esistere dunque, e bisogna ammetterlo, dei prodotti editoriali di valore benché gratuiti, in quanto questi sono prodotti messi in rete da autori che non pretendono di ricavare da essi guadagni materiali, ma solo di divulgare la propria opinione su un argomento specifico o un avvenimento: non saranno Dante, ma possono essere meglio di un fondo Riotta.
  3. Perché anche l’assunto della seconda affermazione di De Benedetti, in realtà, appare un po’ spericolato. “In rete – gratis – ci si informa. Sul giornale – a pagamento – si conosce e si approfondisce.” dice. Questa è una posizione, semmai, che può essere valida nella diatriba fra televisione e carta stampata, non fra carta stampata e web. La carta stampata è riuscita a resistere, seppur modificandosi, al successo della tv perché, essendo scritta, è per sua natura portata ad essere uno spazio di approfondimento. Nel tiggì serale le notizie vengono date, ma i tempi sono troppo stretti per poter consentire una analisi, che richiede non solo un analista, ma anche un pubblico in grado di assimilare e meditare prima di poter ribattere alle eventuali affermazioni fatte e letture dei dati proposte. Per quanto riguarda l’approfondimento della notizia, semmai, il web permette l’accesso ad una serie di risorse che non sono possibili per l’articolo del giornale stampato: si pensi alla possibilità di linkare direttamente fonti, tabelle, dati, altri siti; di rimandare il lettore con un solo clic ad un altro autore di cui si stanno sposando o contestando le tesi. Sulla Tv , sugli aggregatori o sui social tipo Twitter l’utente viene a conoscenza delle notizie nude e crude, e l’approfondimento avviene ormai, nei paesi più evoluti, proprio attraverso il web: ma è un approfondimento che si svolge non tanto sui siti dei giornali, ma su una galassia di blog e siti “gratuiti”.
  4. Il sito o il blog “gratuito” è necessariamente inferiore, come qualità di approfondimento, a quello del giornale? Be’, non è detto. Mentre sulla carta stampata il giornalista cui viene affidata la scrittura del pezzo può anche non essere un esperto specifico della materia di cui tratta, nei blog, anzi, la specializzazione diventa, per il blogger che voglia coltivare e tenere stretto il suo pubblico, una necessità. I blog tendono a selezionare gli argomenti e offrire ai loro lettori pareri su cose che conoscono, di cui sono esperti, siano esse la politica mediorientale o il punto croce. Il fatto stesso che il blogger possa scegliere la materia da trattare, perché in buona sostanza è l’editore di se stesso, mentre il giornalista non possa sempre farlo, spinge il blogger che voglia costruirsi una credibilità sul web a evitare gli argomenti su cui non è ferrato. Anche perché sa che, essendo i commenti aperti e la sua credibilità in rete legata alla sua capacità di non farsi cogliere in fallo da commentatori più esperti di lui, cerca di evitare brutte figure. Il che non evita, naturalmente, che in rete si trovi molto ciarpame: ma non più e non di diverso tipo da articoli pressapochisti e illeggibili che trovano spazio nei siti dei giornali old style.
  5. Gli assunti proposti da De Benedetti per la sua analisi del rapporto fra web e carta stampata, insomma, appaiono traballanti nella sostanza. Diversa è semmai la loro valutazione dal punto di vista imprenditoriale (De Benedetti parla dal punto di vista di imprenditore). Qui è ovvio che la quantità di risorse economiche necessaria per tenere in piedi il sito di un giornale strutturato come appendice di un giornale tradizionale è notevole, ed oggi può essere sostenuta solo con alle spalle un editore vecchia maniera. È anche vero che, allo stato attuale, i blogger “gratuiti” non potrebbero garantire una capacità di diffusione della notizia pari a quella dei giornali: il fallimento dei giornali modello “tradizionale” in questo momento sarebbe sicuramente un pericolo per la democrazia. Resta però il fatto che arrocarsi da parte degli editori tradizionali sul modo “tradizionale”, appunto, di fare informazione, e continuare a considerare il web come una appendice non è sintomo di lungimiranza. Il futuro richiederà un ripensamento generalizzato delle modalità di fare informazione, nonché sulla selezione di chi la fa. Pretendere che il web si appiattisca e segua le regole della carta stampata perché queste sarebbero le uniche a garantire al lettore una “qualità” è in qualche modo pretendere che una macchina si comporti come una bicicletta, e conitnuare pervicacemente a sostenere che gli unici in grado di sapere come si corre veramente per strada sono i ciclisti.

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33 pensieri su “Il web e l’informazione di qualità: se un articolo è gratuito, non vale niente?

  1. Mi permetto di fare un commento su una tua osservazione iniziale sulla unidirezionalità dell’articolo del quotidiano online rispetto al post del blogger: è vero, i giornalisti non rispondono MAI ai commenti, però la massa di commenti ad un articolo della repubblica.it o corriere.it è tale (centinaia) da renderlo impossibile, e spesso neanche desiderabile, visto che il 95% (99%?) dei commenti è robaccia. Non mi sembra ragionevole confrontare le due cose perché la vera differenza è il numero di lettori, non il diverso approccio “culturale” da parte dell’autore (dilettante in un caso, “professionista” autopercepito nell’altro). Qualcosa di simile all’interattività dei blog, nei media di massa, mi pare che avvenga solo con la radio (penso alla talk radio americana e, in Italia, a Forbice su radio1 o la Zanzara di Cruciani su radio24, e analoghi). Ma anche lì, dove comunque c’è una redazione che filtra gli interventi ed un conduttore che gestisce (spesso, necessariamente, con l’accetta) in tempo reale gli interventi più insensati, non è facile estrarre qualcosa di interessante dal rumore di fondo. Non credo che in Italia ci sia alcun blog che raggiunge questa massa critica (forse Grillo, che infatti sostanzialmente non risponde ai commenti): Andrew Sullivan, per dire un blogger americano di prima grandezza, non ha i commenti (e posso immaginare il perché).

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  2. Pingback: Croce Rosse e pianisti - manteblog

  3. Mi pare incredibile la leggerezza dell’affernmazione secondo cui ciò che è gratuito non vale niente. E non occore scomodare Dante: proprio l’editoria quotidiana su carta vede, in tutto il mondo, l’esplosione dei giornali gratuiti, che diffondono un numero di copie superiore a quello della stampa a pagamento. E’ chiaro che c’è qualcuno che paga, e cioè gli inserzionisti: ma non è lo stesso per i quotidiani? i grandi quotidiani non vivono certo delle copie vendute, ma anche e soprattutto di pubblicità e sussidi statali. Allora, completando l’incompleto ragionamento di De Benedetti, potremmo dire che i quotidiani gratuiti non valgono niente, ma gli altri (compresi quelli di De Benedetti), nella misura in cui non coprono i costi con il prezzo di vendita, valgono poco.

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  4. @ Francesco P: Hai perfettamente ragione:la gestione del volume dei commenti risulta impossibile superato un certo limite fisiologico. Io stessa quando il post supera i 50 commenti faccio fatica a rispondere. E’ vero però che se si apre quel canale, è inutile tenerlo aperto se non serve a nulla. O si toglie la funzione “commento”, magari lasciando una mail di riferimento per chi vuole porre domande specifiche, oppure è patetico ed anche un po’ ipocrita lasciare aperti dei commenti che diventano uno sfogatoio per troll falliti, ammiratori acritici, cretini di ogni tipo.
    Secondo me è davvero una presa per i fondelli del lettore: se anche uno posta un commento intelligente non ottiene risposta, e l’interazione possibile è nulla. Allora toglieteli e basta.

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  5. @Erasmo: E’ che sinceramente mi pare una affermazione senza alcun senso, quella di De Benedetti. Semmai c’è da chiedersi quanto sia aperto un sistema che si basa solo sul “volontariato”, come gran parte della blogosfera. E’ ovvio che, essendo un Hobby, il blog rischia di essere una forma accessibile solo ad una èlite che ha una buona cultura ma anche tempo e un altro lavoro che le consenta di mantenersi con attività differenti dal blog. In effetti chi tiene un blog, dopo la valanga iniziale, è cambiato negli ultimi anni: il blog viene scritto sostanzialmente da persone acculturate e che ritengono di avere qualcosa da dire, mentre gli altri si sono già spostati a cazzeggiare su FB.

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  6. Sono sostanzialmente d’accordo con tutto il tuo “approfondimento” (hai sbagliato canale. Il web deve informare; lascia approfondire alla carta stampata).
    Scherzi a parte, ritengo che le dichiarazioni che hai citato a inizio post, pur comprensibili se viste da un’ottica imprenditoriale, mostrano quanto siamo lontani dal concepire l’innovazione del web come mezzo d’informazione. E dire che Repubblica.it è uno dei “giornali online” meglio tenuti (e più seguiti).

    D’altra parte, si potrebbe anche pensare che de Benedetti in realtà sappia benissimo che il livello di approfondimento su internet stia raggiungendo vette sempre più alte; che l’utente bramoso d’informazione si stia sempre più specializzando nel fare da sherpa a se stesso; infine che questo, a lungo andare, potrebbe trasformarsi in un bisogno sempre inferiore del quotidiano stampato, con conseguenti perdite economiche (dato che un lettore online non sembra sufficiente a coprire gli introiti pubblicitari di un lettore tradizionale).

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  7. “In rete – gratis – ci si informa. Sul giornale – a pagamento – si conosce e si approfondisce”

    Esattamente il contrario.
    Il servizio che si paga al giornale, o indirettamente al telegiornale, è quello di avere le informazioni teoricamente più importante senza dover fare troppa fatica per cercarle, dando stimoli grazie alla capacità professionale del giornalista di riassumere e rendere problematica una notizia.

    Se uno vuole approfondire e farsi un’idea il più imparziale possibile deve per forza di cose ricorrere a internet, dove lo scambio di opinioni in tempo reale costringe a confrontarsi sulle fonti e “screma” le stronzate che vengono smascherate ed esposte subito. L’esempio eclatante è stato quello della querelle tra Boeri e Sartori sul tema integrazione dell’Islam; ideologizzata e inevitabilmente lenta su carta stampata, con informazioni incomplete e scorrette; mentre in contemporanea l’argomento veniva sviscerato sui blog.

    Mi chiedo se Carlo DeBenedetti ha mai letto un thread su NoiseFromAmerika (domanda retorica). D’altra parte Repubblica.it, a parte pochi giornalisti-blogger, riporta gli articoli cartacei e aggiunge gallery e video di trashaggine inaudita, rendendo chiarissima la considerazione che in redazione hanno dello strumento.

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  8. @Cachorro: Il senso si capisce perfettamente :). In realtà la vicenda cui tu fai riferimento è stata ben peggiore: Sartori, quando ha scritto l’articolo sui musulmani e l’India, è stato preso in castagna da alcuni blogger (Mille Orienti, per esempio) ma si è ben guardato dal rispondere alle loro critiche, anche se erano fatte con competenza e da esperti del ramo, quasi che le uniche voci degne di risposta fossero quelle che provenivano dalla carta stampata e tutto il resto non contasse nulla…

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  9. @Giorgio: il problema non è che è “ottocentesco” e basta. Il guaio è che pare uno che vuole rimanere all’Ottocento e pretende di far restare lì anche tutto il resto del mondo, o per lo meno dell’Italia.

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  10. Punto 4: Non necessariamente inferiore. In quanto editore di se’ stesso, tuttavia, il blogger può permettersi di riportare “non-notizie” (commentando notizie già pubblicate), di non porsi il problema della proprietà o della comunicatività del proprio linguaggio, di pubblicare banali articoli di due righe così come tomi pesantissimi da leggere.
    Pochi blogger veramente capaci hanno fatto il “salto”.

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  11. I giornali (parlo per certo di Repubblica ma vale anche per gli altri) usano il numero di commenti per quantificare l’interesse per l’argomento trattato dall’articolo.
    Di cosa ci sia scritto sopra poco gli cale.

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  12. @1ps: Non ho detto che tutti i blogger siano meglio dei giornalisti (anche perché spesso sono entrambe le cose); dico solamente che è veramente idiota dividere le due categorie di netto e sostenere che solo chi ricava un introito dalla scrittura debba considerarsi un “professionista” e pertanto automaticamente migliore di chi non lo è.
    Quanto alle “non-notizie”: se pubblica una notizia già nota ma commentandola (in maniera originale, si presume) non fa nulla di diverso dall’opinionista del giornale.

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  13. non è vero che è gratuito: il mac che sto usando è il mio, la connessione flat che sto usando la pago, come ovviamente la corrente elettrica che fa andare il tutto

    in pratica una parte degli attrezzi con cui si “stampa” una roba sul web, ce li metto io

    per la verità poi, dalle mie parti, fanno un settimanale gratuito che è meglio per tanti aspetti dei giornali locali

    non esistono cose “gratuite”, esistono cose che le ha pagate qualcun altro, per capirsi: a me capitano persone che si fanno un libro a loro spese, e qualche volta sono anche libri decenti, e il libro lo regalano agli amici e conoscenti

    il libro è gratuito per chi lo riceve, ma l’ha pagato qualcuno, ovviamente

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  14. Diciamo che, se i giornalisti italiani sono mediamente poco rigorosi nel controllo delle fonti e poco inclini a separare i fatti dalle opinioni, i blogger non hanno alcun freno che non sia un (facoltativo, molto facoltativo) autocontrollo.

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  15. Ma guarda… e io che pensavo che da quando il buon De Benedetti ha trasferito la residenza in Svizzera rilasciasse dichiarazioni solo su cioccolato e marmotte che lo impacchettano!

    Cordialità

    Attila

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  16. Pingback: Croci Rosse e pianisti | Aggrega Blog

  17. Buonasera

    secondo me i commenti che vengono lasciati su un articolo non sono rivolti soltanto a l’ autore ma anche e forse sopratutto a gli altri lettori dell’ articolo. Ed è prorpio questo il “bello” di Internet. In quanto ti permette di avviare un dialogo con altri che la pensano come te e non. Lasciamo stare la storia dei Troll, il punto è che in realtà a volte i commenti sono più interessanti dell’ articolo stesso, perchè hai la possibilità di sentire altre voci, o di percepire qual’ è l’idea che i lettori si sono fatti, dopo essersi letto l’ articolo. Poi magari capita che qualcuno che ne sà di più smentisce l’ autore, ed ecco che avviene la magia di internet, in un attimo il Dott.Prof giornalista stapagato viene svergognato …
    P.S vi ricordate il discorso di Capodanno di Napolitano ..? VI ricordate che venne pubblicato su Internet ma senza la possibilità di lasciare commenti ? Beh certo che mi sarebbe piaciuto tanto leggere quei commenti ..

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  18. Avrei anch’io qualche perplessità sui blogger “migliori” dei giornalisti, la maggioranza dei blogger non fa altro che commentare legittimamente gli avvenimenti del giorno. Dubito che possano dare un contributo interessante, al massimo ci si scambia qualche parere o ci si irrigidisce nelle proprie posizioni. Poi, per il resto chi fa blog puà occuparsi, di cucina, di cucito, di sport etc.. non necessariamente di informazione.

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  19. Da giornalista, mi hai fatto riflettere. Quello che mi sembra emerga dalle parole di De Benedetti è che non ha ancora capito (come la maggior parte dei signori appartenenti alla classe dirigente della nostra società) cosa sia internet. Credo che nel giro di pochi anni assisteremo a un altro giro di vite tecnologico e l’informazione online subirà un’altra evoluzione.

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  20. Ci sono diverse cose della tua analisi che condivido poco. Provo a enumerarle sinteticamente, ben sapendo che non ci riuscirò.
    I siti dei giornali italiani… non sono “informazione on line”: sono semplicemente le versioni on line del cartaceo.
    Questo non e vero (non per tutti almeno).
    Le versioni online dei maggiori quotidiani italiani hanno una struttura ben diversa dalla versione su carta. Sfruttano e pubblicano alcuni dei “pezzi” del cartaceo e condiscono il tutto con sequele di notiziole di gossip, gallerie fotografiche, curiosità e amenità varie, video, ecc. ecc. Sono progetti “editoriali” nettamente differenti.
    non c’è mai un singolo autore, neppure fosse l’ultimo redattore precario, che si premuri di rispondere alle sollecitazioni degli utenti.
    Anche questo non è vero. Se prendi ad es. i blog de LaStampa, dove i blog sono in realtà il mezzo tecnico attraverso il quale si creano le “rubriche fisse” dei vari giornalisti, ti accorgi che le risposte ci sono eccome. Anche perché i commenti sono generalmente moderati, per ovvie ragioni, per cui vengono per forza letti prima di essere pubblicati. Dopodiché ad alcuni (a scelta del giornalista) non a tutti, si risponde eccome. E comunque l’obiettivo dei commenti non è quello di creare la conversazione uno vs. molti, ma molti vs. molti.
    idee che organizzano, gerarchizzano,ecc.
    Anche qui, la dinamica di una redazione, con direzione e caporedattori che filtrano ed organizzano le notizie, attribuendo collocazione e maggiori/minori spazi non è poi così diversa da quella della blogopalla.
    Dove il gruppo dei “più seguiti”, spesso con dinamiche di link e contro-link, stabiliscono di fatto cosa deve emergere e cosa no. E l’equazione “più seguiti”=”più autorevoli” è di per sé dichiaratamente falsa.
    dei prodotti editoriali di valore benché gratuiti, in quanto questi sono prodotti messi in rete da autori che non pretendono di ricavare da essi guadagni materiali, ma solo di divulgare la propria opinione su un argomento specifico o un avvenimento
    Qui bisogna mettersi d’accordo sul concetto di “prodotto editoriale”. Le opinioni sono una cosa, i fatti sono altro. E le opinioni del giornalista non sono notizie (non almeno in senso stretto). Non a caso la separazione dei fatti dalle opinioni è da sempre un principio cardine del giornalismo.
    I blog tendono a selezionare gli argomenti e offrire ai loro lettori pareri su cose che conoscono, di cui sono esperti…
    Uno dei più seguiti blog italiani è tenuto da un radiologo che discorre di tutt’altro. Per dire.
    La stragrande maggioranza dei blog italiani più seguiti sono tenuti da “tuttologi” che commentano e parlano di tutto un po’. Questo, ad es., non fa eccezione. I blog “verticali” sono rarità. Ed hanno audience di nicchia, ovviamente.
    “In rete – gratis – ci si informa. Sul giornale – a pagamento – si conosce e si approfondisce.”
    La frase andava letta, ovviamente, nel contesto del singolo giornale e per come sono strutturate le versioni online dei maggiori quotidiani. Non del giornale cartaceo vs il web.
    Mentre sulla carta stampata il giornalista cui viene affidata la scrittura del pezzo può anche non essere un esperto specifico della materia di cui tratta, nei blog, anzi, la specializzazione diventa, per il blogger che voglia coltivare e tenere stretto il suo pubblico, una necessità.
    Prendi i primi 10 blog più seguiti, secondo Blogbabel, e verifica se è vero.
    Resta però il fatto che arrocarsi da parte degli editori tradizionali sul modo “tradizionale”, appunto, di fare informazione, e continuare a considerare il web come una appendice non è sintomo di lungimiranza.
    Non è questo ciò di cui discute DeBenedetti, ma della sostenibilità economica, della qualità e se vogliamo della libertà e quindi dell’autorevolezza di un’editoria che si finanzi esclusivamente con la pubblicità.
    Il problema, come faceva notare tempo fa sul web, ad es., Anna Masera per LaStampa, è l’eta media del lettore del giornale cartaceo.
    Nel loro caso specifico pare che viaggi attorno ai 60-65 anni.
    Perdono lettori semplicemente perché non ne conquistano tra i più giovani, che si informano gratuitamente sulle versioni online. Il che, alla lunga, mette evidentemente a rischio sia la versione su carta che quella su web.
    Aggiungi a questo il fatto che i maggiori articoli dei vari quotidiani cartacei sono leggibili da chiunque semplicemente consultando ogni giorno, di prima mattina, le rassegne stampa dei siti del Governo, della Camera e del Senato e hai chiuso il cerchio.

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  21. un pò lunghetto, ma il buon frap mette a fuoco il punto centrale: se leggo gratis le cose, chi paga chi le scrive? è evidente che la pubblicità non basta

    io compro un quotidiano a settimana, si e no, e ovviamente è dovuto alla presenza del web

    in un certo senso anche un blog di buona qualità complessiva come questo scritto da galatea (dea del latte? boh), un blog buono come questo o quello di lameduck, fanno concorrenza nel senso che se leggi quello non leggi qualcosa d’altro (anche perchè la giornata è di 24 ore e uno deve anche lavorare); siccome chi scrive il blog ha una paga da un altro lavoro, in qualche modo scrivendo gratis, toglie lavoro a chi di scrittura ci vive, c’è poco da fare

    il punto è quello: chi paga chi scrive se troppi scrivono gratis?

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  22. Il nocciolo del problema naturalmente è il mezzo.
    Sino a che l’informazione correva solo su carta, radio o TV, la notizia era un elemento facilmente vendibile a molti, perché confezionabile e distribuibile da pochi, solamente a fronte di costi di struttura e di distribuzione onerosi.
    Il web e le varie piattaforme CMS hanno abbattuto parte di questi costi, ma soprattutto hanno reso risibili i costi di riproducibilità delle notizie, garantendo peraltro una tempestività di pubblicazione che né carta, ne radio e né TV possono offrire.
    Questo fa la differenza.
    Tutti gli editori dei quotidiani sanno perfettamente che, se anche domani mettessero le news sui loro portali a pagamento, sorgerebbero immediatamente tutta una serie di servizi satellite perfettamente in grado di pagare le news su N portali per riconfezionarle gratuitamente con tempestività dell’ordine di qualche decina di minuti al massimo. E vivendo poi di sola pubblicità, non dovendo sobbarcarsi ovviamente il resto dei costi di struttura tipici di un giornale “tradizionale” (anche escludendo i costi di stampa, di distribuzione, ecc. ecc.).
    L’approfondimento, su web, funziona anche male.
    Le articolesse e gli editoriali pluricolonna e riempipagina qui non funzionerebbero comunque.
    Ben pochi sarebbero disposti a pagare per questo, io credo, una volta dematerializzato il supporto della notizia.
    La stessa raccolta pubblicitaria subisce sul web una radicale trasformazione che mette in crisi le tradizionali dinamiche tipiche dei mainstream tradizionali: difficilmente puoi ora imporre “pacchetti” spot+carta, ad es.
    Una vera soluzione a questi problemi non l’ha offerta ancora nessuno, imho. Tutti dicono che bisogna cambiare il modello di business, ma nessuno dice con chiarezza quale sia un modello realmente sostenibile e alternativo a quello della sola raccolta pubblicitaria.
    Che non offre, di per sé, qualità ed indipendenza dell’informazione (per ovvi motivi).

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  23. @frap: Concordo con te che la soluzione non mi pare sia in vista. La sola racconta pubblicitaria non garantisce indipendenza (a parte il fatto che quella, però, non la garantisce nulla: pure il blogger che scrive solo ed esclusivamente per il suo piacere personale ha antipatie e simpatie, e può avere magari anche qualche accordo pubblicitario, quindi l’indipendenza di giudizio assoluta è più che altro una utopia).
    Sul resto rispondo un po’ di fretta er motivi di tempo, ma magari ne riparliamo in seguito:
    Sulle versioni on line dei giornali, mi pare che, anche se i contenuti sono diversi, la struttura però e il modo in cui sono concepiti è assolutamente affine a quello della versione cartacea: insomma, mi pare che, a parte l’arrichimento della sezione video e occasionali chat, nessuno abbia inventato un modo di fare giornalismo specifico per la versione on line del quotidiano.
    Sui blog dei giornalisti, è da notare come rispondano, appunto, quasi sempre, quando lo fanno, sul blog, non ai commenti in calce al pezzo sul sito del giornale.
    il radiologo (A proposito, chi è?) che tiene un blog e parla d’altro non è diverso quanto a competenza di molti giornalisti opinionisti che tengono rubriche sui giornali cartacei pur non essendo strettamente del settore (Qualcuno mi spiega a che titolo Mina tiene una rubrica in cui non si parla quasi mai di musica?)
    Insomma, io concordo con De Benedetti che il problema della sopravvivenza della stampa sia legato al diritto dei cittadini ad avere una informazione di qualità, che richiede certamente degli investimenti maggiori che non un blog come il mio, e su questo non ci piove. Ma mi pare che per ora l’unica cosa che sanno fare non sia prendere atto che internet ha la stessa forza distruttiva sula stampa tradizionale che ha avuto Gutemberg sugli scriptoria: così come sono ora i giornali non reggeranno. Limitarsi a dire che su internet l’informazione è sciatta mi pare riduttivo; dire che solo con una struttura come quella che si è avuto fino ad ora si può creare una informazione di qualità mi pare un po’ assurdo. Il problema è che bisognerà trovare nuove forme per l’informazione di qualità. E su questo invece De Benedetti tace, troppo preso a fare un generico lagno.

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  24. Il radiologo lo “scopri” facendo click sul secondo commento di trackback a questo post.
    Avendo iniziato a bloggare nel 2002, cioè tra i primi in Italia, ha acquisito una certa “fama” nella cosidetta blogopalla. In realtà, se osservi attentamente il suo blog per un po’ di tempo, ti accorgi che i contenuti originali sono una parte più che minoritaria e che sono comunque al 95% pezzi che scrive su PI o Nova24; che molti (e io sono tra questi) considerano essenzialmente dei gran pipponi, magari ben articolati sintatticamente, ma di mera ovvietà sul piano dei contenuti.
    Tutto il resto, cioè il restante 95% del blog è mera segnalazione, senza verifica, di ciò che ha pubblicato tizio, caio, sempronio e/o che appare su qualche mainstream.
    Con accompagnamento, e non sempre, di qualche commentino da solone e/o con titolo “ad effetto”. Nonostante ciò risulta seguitissimo nel microcosmo blogosferico (effetto BlogBabel, imho).

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  25. Su Internet l’informazione rischia oggettivamente di divenire sciatta nella misura in cui la tempestività di pubblicazione diviene valore aggiunto e parametro primo (o tra i primi) sul quale poter misurare il seguito e quindi parametrare poi il valore della raccolta pubblicitaria.
    Che poi si fa sempre in tempo a smentire, correggere in corsa, modificare al volo, ecc. ecc. no?
    Per la loro intrinseca struttura e modalità di diffusione, la tempestività pesa/pesava decisamente meno sugli altri media.
    Sulle nuove forme per l’informazione di qualità De Benedetti tace perché, come tutti gli altri, non ha la più pallida idea di come e cosa fare.
    Tu ne hai?
    Ma che Internet abbia messo definitivamente e per sempre in crisi la stampa tradizionale, lo ha capito benissimo, credi.
    La carta elettronica, tra non molto, darà il colpo di grazia finale.

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  26. io penso che l’informazione internet al momento non possa competere con i giornali, si trovano su piani differenti, l’informazione su internet è spesso frammentaria e poco approfondita, si è in difficoltà a leggere a schermo un articolo lungo quanto il tuo, ed anche una ricerca con un motore per uno specifico argomento non è così agevole: prova a richiedere, per fare un esempio, la recensione di un modello di autovettura, a mio avviso quello che si trova gratis non è soddisfacente e si perde tanto tempo, in ogni caso non ho comprato la risorsa a pagamento (3,50 euro sul sito di una rivista) ed ho ragionato da solo sull’autovettura che volevo comprare consultando mensili di automobili ed andando sul sito internet della casa automobilistica ed anche su qualche forum, dove però le informazioni erano parziali e giusto qualcosina di utile ho trovato (mi sono dedicato ad approfondire il problema del cx, scoprendo che in ogni caso bisogna tener presente anche della superficie frontale dell’auto, ma penso che pochi cerchino e si divertano a trovare informazioni così dettagliate e si comprino l’auto per lo status o per la linea).
    In ogni caso continuo a comprare giornali anche se i contenuti di tanti giornali sono scarsi e negli ultimi anni in tanti hanno cessato di fare informazione per fare politica, però ultimamente noto un certo miglioramento.
    C’è una concorrenza con giornali e telegiornali sulle notizie fresche, si sta meno ad andare a cercare su internet, ma non penso la cosa vada in contrasto con i giornali.
    Forse i giornali vendono meno perchè c’è anche una cultura media calante, redditi calanti e quindi si spende di meno per quelli considerati prodotti non indispensabili.
    In ogni caso si deve tenere conto del fatto che per avere una connessione internet si pagano 20-30 euro mensili, circa come comprare i giornali tutti i giorni, e quindi la si deve anche sfrutture.

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  27. @scorpione d’argento: però, a rigor di logica, quello che cercavi tu non era una “notizia”, era un parere competente e specializzato, e per questo eri disposto a pagarlo. Probabilmente il futuro dei siti a pagamento sarà questo, offrire notizie e pareri altamente specializzati, cioè quello che fino ad adesso, sul cartaceo, hanno fatto le riviste e i periodici di settore: ma i giornali “generalisti” coe sono concepiti ora, mi sa che andranno in crisi, presto o tardi.

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  28. Complimenti! E’ un piacere leggere questo blog. Pian piano voglio leggere i vecchi post. Mi sembra di aver trovato una boccata di ossigeno!
    Grazie.

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