Ritratti dal vero

Non gli serve una donna, gli serve una accompagnatrice.
Quando Teo telefona alla sera tardi, a casa mia, con quella vocina lievemente depressa da Topo Gigio che ha appena preso una randellata, lo so cosa cerca: compagnia femminile. Non nel senso di una da portarsi a letto; ciò di cui ha bisogno, in quei casi, è qualcuna da poter portare in giro.
Il mondo di Teo è un tourbillon di inaugurazioni, serate di gala, prime di teatro: Teo, come i vampiri, vive dopo il tramonto, però, invece di nutrirsi di sangue, campa di salatini da buffet. Conosce tutti, e tutti quelli che conosce, fatalmente, sono coinvolti in qualche evento o iniziativa: fanno mestieri, ahimè, che impongono una serrata vita sociale. I pittori espongono, gli attori recitano, i musicisti suonano, gli scrittori, più che scrivere, presentano i loro libri senza posa; tutti però invitano, ed il povero Teo finisce sballottato come una pallina del flipper qui e là. A lui farsi sballottare piace un mondo: due sere di fila a casa e gli prende la cecagna da depressione incipiente, si mette in testa che nessuno lo ami più, si sente ad un passo dal baratro dell’oblio. Ma nei periodi in cui il mondo lo reclama ogni notte come protagonista, dopo un po’ l’essere scompagnato gli pesa: presentarsi single in società ha i suoi lati positivi, ma anche degli innegabili pericoli: l’essere arpionato da qualsiasi babbiona altrettanto single, per esempio, nonché da qualsiasi babbione in cerca di anima gemella; quindi presentarsi alla festa con al fianco una fanciulla finisce per diventare la salvaguardia migliore. Ma la fanciulla, dato che gli eventi e le inaugurazioni che frequenta sono tutte cose molto intellettuali, oltre che chic, deve avere anche caratteristiche ben precise: essere abbastanza piacente da fargli fare bella figura, abbastanza colta per non fargliene fare una pessima se apre bocca, e soprattutto abbastanza discreta e comprensiva da non rubargli la scena mai; avere insomma tutte quelle caratteristiche che, nel bel tempo andato, avevano le mogli, ma possedere in più il pregio di non aspirare, e non avere alcuna vocazione, a diventarlo sul serio, moglie. Per questo motivo, quando Teo è stanco di essere solo ma non gli va di essere appaiato in maniera compromettente, telefona a me.
“Inaugurano la nuova galleria di Cemal –spiega– non posso mancare!”
Figurarsi se me la posso perdere io, no?
“Vabbe’ ci vediamo lì alle 18.00, domani.” dico, e Teo sospira sollevato, perché anche questa volta non resterà solo.
Franko Cemal, passaporto svizzero, nascita americana, origini probabilmente turcobalcaniche, patrimonio felicemente apolide disseminato in paradisi off shore e radici saldamente piantate in Laguna, oltre che un pittoresco incrocio di dna confluiti da mezzo mondo, a Venezia è una corazzata, o per meglio dire, una intera flotta da guerra: le sue gallerie d’arte non so neppure più di preciso quante siano, ma, dove ti giri, spuntano come funghi, manco fossero chiazze d’umido: ne ha disseminate in tutta la città, tanto che ormai, quando si vede un negozio in ristrutturazione, le ipotesi da fare sono due: o aprono una nuova sede di Mac Donald o una nuova galleria di Cemal.
Alle 18 in punto, inguainata in un tubino nero di quelli che non si sbaglia mai, scarpette tacco dodici e pashmina comprata al mercatino che però sembra quasi vera, sono di fronte al suo nuovo open space, un buchetto dai muri di mattoni a vista però virati sull’oro grazie a scenografici spruzzi di vernice. Dalle vetrine spuntano due statuette di Botero; una terza è stata messa come segnacolo fuori dalla porta, come a dire noi siamo colti, ricchi e siamo qua.
All’entrata della calletta, incrocio una valchiria mora arrampicata su trampoli da brivido, che ha indosso un tailler nero e un umore ancor più nero della stoffa. Sta parlando, anzi quasi urlando, al cellulare, ferma all’angolo della Chiesa di S.Moisè, con quello che presumo sia il suo cavaliere, ma si deve essere perso per Venezia, perché lei gli grida: “Cristo! Ma possibile che non capisci mai dove devi venire? Eppure è tanto semplice! Prendi la strada più larga, giù dal ponte, duecento metri dopo Chanel giri a destra, e sei arrivato!”
Giuro che è la prima volta che, a Venezia, avendo a disposizione chiese e ponti e campi pieni di opere d’arte, sento usare la boutique di Chanel come punto di riferimento topografico.
Non appena mi vede arrivare, Teo si sbraccia per dirmi di venire avanti: ha già monopolizzato un crocchietto di persone, che pendono dalle sue labbra, tenendo in mano un bicchiere dai colori iridati, che deve essere un cocktail di ultima generazione, perché sembra una fluorescente bava di alieno.
Il piccolo campo è già zeppo di gente da grandi occasioni, che però può essere divisa a colpo d’occhio in sottocategorie: ci sono i ricchi, gli stravaganti e gli artisti. I ricchi sono quelli invitati perché hanno i soldi per comprare. Difatti sono dei monumenti ambulanti alla grande firma: vestito firmato, scarpa firmata, occhiale firmato e portafoglio firmato contenente corposo blocchetto di assegni ancora da firmare. Basta guardare come si muovono per capire che fanno branco a sé: ciondolano infatti davanti ai quadri ed alle opere d’arte, con l’aria sospettosa di chi sa che tutto ha un prezzo, e saranno loro quelli che dovranno alla fine pagarlo.
Gli artisti invece sono due, e si riconoscono a botta sicura: uno è un pittore di successo, che ho già incrociato un paio di volte a casa del Maestro, e difatti sta conversando con Teo. Essendo affermato, il Pittore può assumere un’anda genericamente bonaria, anche se leggermente schifata: ha venduto abbastanza per poter trattare i compratori con vago disprezzo, visto che ora ha probabilmente tanti soldi quanti ne hanno loro; la Giovane Promessa dell’arte, invece, di soldi non ne ha ancora abbastanza, e il quadro ospitato nella galleria è anzi il suo primo vero successo commerciale. Non può dunque schifare platealmente i compratori, perché gli serve appunto che comprino, ma al tempo stesso è ancora abbastanza giovane per doverli chiaramente disprezzare, o si gioca la fama di alternativo; e siccome non capisce bene come dosare l’altezzosità e la condiscendenza nella percentuale giusta per garantirsi la fama, finisce col fissare mutangolo il bicchiere alla bava d’alieno e tracannarla giù in fretta.
Gli stravaganti, di cui fa parte Teo, hanno invece nello spettacolo funzione prettamente coreografica: animano la scena. Parlano, pontificano, coinvolgono i ricchi in cose che sembrano conversazioni colte, per dar loro la sensazione di essere non volgari compratori, ma mecenati cinquecenteschi. Teo sta mandando in visibilio una infilata di maranteghe, cui spiega con voce suadente che sì, il Giovane Artista è scontroso, ma è giusto che così sia, o non sarebbe artista, mentre a me, che gli ho visto ingollare la quarta razione di bava d’alieno, viene il sospetto il ragazzo, che più che scontroso, sia ormai del tutto ubriaco.
Nel mentre, Cemal vagola, in apparenza a caso. È un omone che pare un armadio, con capelli a ciuffi di media lunghezza, occhi di un nero levantino simile al carbone ardente, che non perdono una sola mossa di quanto accade, ed una lunga sciarpa bianco avorio negligentemente appoggiata sul collo a mo’ di stola pencolante. Si muove, ride, scherza, ogni tanto flauta un “Oh, mio caro!” all’orecchio di questo o di quello, poi con fare indifferente trascina i compratori davanti al quadro che ha stabilito di riuscire a vender loro, ma come se la cosa avvenisse senza premeditazione alcuna: “Ecco, magari… sì… questo sì, potrebbe essere adatto a te.” concede, magnanimo, dopo aver meditato per qualche attimo, fissando il dipinto quasi perplesso, come se il suo lavoro consistesse solo nel fare gli interessi del quadro, e trovar per l’opera la sistemazione più confacente, non ricavare dalla vendita del denaro.
Fra lui e Teo la conoscenza è di vecchia data: considera Teo inutile, ma, in virtù dei suoi nobili natali e delle buone entrature, gli piace esibirlo qua e là: “Il mio amico carissimo!” dice infatti abbracciandolo con calore troppo enfatico per essere anche solo minimamente sincero. Teo ricambia l’abbraccio, con simpatia reale, poi mi presenta; Cemal si profonde in un baciamano altrettanto enfatico, anche se l’occhiata che mi ammolla non ha nulla di distaccato, e l’alzata di sopracciglio significa un “a te una ripassatina la darei anche subito, con tutto che ho l’inaugurazione da gestire.
“Galleria stupenda!” dice Teo.
“Oh, sì, caruccia… ma ci sono ancora tante cose da sistemare… per esempio, manca il cavo per la mia televisione… l’ho detto all’architetto! Almeno, quando non viene nessuno, posso vedere qualcosa in tv, no?”
“Ah… sì, certo…” replica Teo, ma scoprire che il raffinato mercante d’arte di cui ha stima soffre perché, nei tempi morti, non può seguire le puntate pomeridiane della De Filippi lo spiazza un po’.
Intanto una delle ricche si avvicina: “Franko –dice imperiosamente– avevi promesso di farmi vedere qualcosa di Warhol, ricordi?”
“Be’, c’è quello, là sulla parete…” indica Cemal.
La ricca lo valuta per qualche secondo: “Uhm, no, cercavo qualcosa di un po’ più grande.”
“Allora aspetta, ti faccio accompagnare in magazzino a vederne altri.” e fa un cenno ad uno dei ragazzi dello staff.
“Ecco, sì, magari ne vedo qualcuno più simile a quello che voglio.” replica la ricca, e a me viene da ridere perché mi sembra un discorso più adatto ad una boutique dove si cerca la misura di un determinato golfino.
Teo viene assorbito da un altro circoletto. Io cincischio un po’ con un aperitivo in mano, finché non vedo la ricca che ha fatto tirar fuori al ragazzo dello staff un mucchietto di quadri, per poi decidere che nessuno è della taglia che le serve.
Il ragazzo, non appena lei si volta, si lascia sfuggire una sbuffata. Poi mi guarda, sorridendo, e mi dice: “Vuole vederli anche lei?”
“Solo vederli, non me li potrò mai permettere.” dico ricambiando il sorriso.
Lui ride: “Tanto, deto fra de nialtri, i xé anca bruti.”
E poi, sopra al mio sofà, non sarebbero della grandezza giusta, via.

Al solito, è un racconto di fantasia che non fa riferimento a persone o avvenimenti reali. Esistono solo i quadri di Warhol, in pratica.

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10 pensieri su “Ritratti dal vero

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  2. Ahhhhh! non mi dire che noia aprire una galleria d’arte. E poi la “vernice” è sempre un po’ da cafoni. Mi ricordo l’ultima volta che ci sono stata ho visto un Warhol che era decisamente troppo piccolo per il mio boudoir. Non se ne può più 😉

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  3. “Cemal” con me ha un conto in sospeso, da quando – infilatomi di straforo a una specie di vernissage – ho avuto l’impudenza di chiedere se un loro Morandi era autentico, beccandomi così tanti improperi che una raffica di Kalashnikov sarebbe stata più innocua.

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  4. bella storia. ma anche se i personaggi sono di fantasia, la situazione la riconosco tutta. e due risate me le sono fatte, pensando alle persone reali che potrei mettere al posto dei personaggi…

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  5. Aaah, che piacere respirare quest’aria di bei tempi andati, qui da noi ormai ti mandano inviti promettendo sconti fino al 50% e poi si raccomandano anche di partecipare per evitare la chiusura od il ridimensionamento della loro attività

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  6. Avrei un buco libero, proprio sopra l’angolino destro del divano ecrù, inoltre sul muro s’è scrostato lievemente il marmorino, una macchia che quasi non si vede, ma l’occhio mi cade sempre sopra. Diciamo un 50 per 70. Diciamo un informale. Diciamo sul rosso. Diciamo solo leggermente materico, niente di troppo vistoso e che ricordi troppo la street art. Hai visto qualcosa che possa fare al caso mio?
    Bacioni
    Mario

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  7. Ricalca i soliti cliché, autentici ma ridotti a reperti di sopravvivenza specializzata, come il teo, le signore ricche e i magliari in sciarpa bianca; anche il ritmo d’indagine è quello di una brava liceale. e questo è ancora più strano per chi non crede che basti vivere e scrivere secondo le istruzioni.

    a.

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