Il patto scellerato. Ovvero perché la scuola ha smesso di insegnare e pochi se ne lamentano.

banco di scuola

Il Laicista ha postato sul suo sito un articolo di Luca Ricolfi, apparso qualche tempo fa sulla Stampa: La scuola ha smesso di insegnare. Si tratta di un accorato, depresso catalogo dello sfacelo cognitivo con cui ogni santo giorno, come insegnante, devo fare i conti, e sono conti amari. I ragazzi, dice giustamente Ricolfi e confermano i commentatori de Il Laicista, non sanno più un beneamato accidenti. Pur uscendo dalle nostre scuole con tanto di diploma in centesimi, spesso tracollano non appena gli si domanda qualche concetto basilare, tipo il capoluogo di regione del Lazio, o l’area del rettangolo: studiano per anni inglese per essere capaci a stento di balbettare nella lingua d’Albione uno stentato ritornello di Britney Spears, di cui, peraltro, non capiscono comunque il senso, non riescono ad immagazzinare per più di venti minuti un qualsiasi concetto, e quelle poche volte che ci riescono il concetto medesimo risulta appreso in maniera così vaga e pressappochista da risultare alla fin fine inservibile; hanno una idea fumosa dei concetti di causa-effetto, tanto è vero che partoriscono, quando tentano un ragionamento razionale, sillogismi sbilenchi e deduzioni zoppe; per questo motivo, quando dai loro un qualsiasi tipo di ricerca da fare, non sono in grado di verificare nemmeno vagamente le informazioni che trovano, o meglio raccattano un po’ qui e un po’ là, senza metodo alcuno, prendono per buona qualsiasi bufala leggano e, se tenti di correggerli, nemmeno afferrano per qual motivo tu li riprenda. Le interrogazioni e i compiti sembrano una puntata di Chi vuol esser milionario: non si argomenta, non si dibatte, le domande vanno poste come un test e le risposte devono essere formulate a scelta multipla, con tanto di la accendiamo? Finale.

Voi mi direte: “Cazzo, l’insegnante sei tu! Sei tu che devi dare loro gli strumenti.” E avete ragione. Ci provo. Ma chi alza alti lai sulla sconfortante situazione dell’apprendimento, e imputa alla scuola di non far più il suo mestiere, dimentica un piccolo particolare: che anche la scuola è un prodotto della società, forse, anzi, ne è il principale prodotto, in quanto viene programmata per “costruire” gli individui che a quella società servono. E qui, allora, andrebbe aperta una bella e seria riflessione globale, in cui, credetemi, ce n’è per tutti.

Gli insegnanti, tanto per cominciare, hanno smesso di insegnare, perché sono impegnati, molto spesso, a fare altro. Non nel senso che hanno un doppio lavoro (anche, alcuni, ma di questo semmai ne parliamo in altro momento). No, è proprio la scuola che ormai chiede loro di assolvere una miriade di compiti paralleli che con l’insegnamento della materia per cui sono andati in cattedra non c’entrano un beneamato. Devono fare, per prima cosa, i baby sitter, perché molte famiglie pensano che la scuola questo sia: un posto dove parcheggiare il pupo mentre i genitori vanno a lavorare o vivono a loro vita. In classe ti arrivano torme di ragazzini che hanno la piena coscienza di essere mandati in un parcheggio: i genitori non si aspettano che lì imparino qualcosa, solo che siano trattenuti nelle aule per un certo numero di ore; il più possibile, per altro. Pensando la scuola come un parcheggio, i ragazzini ci arrivano senza la minima coscienza che durante le ore di lezione si debba tenere un comportamento acconcio: quindi gran parte del tempo di lezione viene perso, in realtà, per imporre le regole minime della convivenza, cioè farli restare fermi al banco mentre spieghi, non girellare a caso per la classe, non alzarsi quando salta l’uzzolo per andare a parlare con i compagni, non chiacchierare a voce alta come si farebbe nella piazza del mercato. Il tutto, beninteso, senza avere, nella maggior parte dei casi, l’appoggio della famiglia o dei superiori. Se cerchi di imporre la disciplina (non quella dei Marines, eh, semplicemente quella necessaria a parlare per cinque minuti senza avere attorno la baraonda), i genitori insorgono dicendo che sei una reazionaria, i presidi intervengono dicendo che così causi ai ragazzini dei traumi insuperabili. Molto spesso i genitori non vogliono che tu riesca ad imporre delle regole al figlio, perché sentono questo fatto come un silenzioso appunto a loro stessi, che non ci sono riusciti mai, o perché temono inconsciamente che il figlio, una volta imparato che un minimo d’ordine si può ottenere, pretenda di applicarlo anche in casa, a scapito loro. All’insegnante si chiede di essere non uno che insegna, ma un confidente, un amico, un assistente sociale, uno psicologo, qualche volta un terapista familiare. Ci sono genitori che passano le ore di ricevimento a raccontarti i particolari della loro separazione in atto, sperando che tu prenda le parti contro il coniuge, altri che sfogano sulla scuola tutti i conflitti irrisolti della loro vita di coppia o lavorativa. La scuola è chiamata, non si sa bene perché, a supplire le carenze dello stato sociale: al ragazzino che ha alle spalle una famiglia problematica non si offre una soluzione per questo, si regala un sei anche se è ignorante come una zucca, perché bocciarlo sarebbe aggravare ancor di più i suoi problemi; il sei regalato non risolve i guai a casa, e lui, per giunta, continua a non sapere un’ostrega di quello che potrebbe servirgli, ma tutti si sentono la coscienza a posto, e tu che t’incazzi sei la sola a far la figura dell’arpia.

Per molte famiglie la funzione della scuola non è dare un’istruzione, ma fornire il famigerato “pezzo di carta”, il diploma certificatorio che è sentito come un diritto: sono stato tot anni sui banchi e me lo merito in virtù del tempo speso. Ricchi e poveri, tanto, sono trasversalmente convinti – spesso a buon titolo – che l’istruzione non sia uno strumento di promozione sociale, e nemmeno serva più a trovare un lavoro: per quello ci vogliono le conoscenze, le reti familiari, le raccomandazioni del potente di turno. La scuola serve solo a fornire quell’attestato che è richiesto per essere assunti, ma vale quanto un timbro sul passaporto di ritorno dalle ferie: senza non puoi entrare, ma non è che voglia dire granché. Per costoro l’insegnante che pretenda di insegnare è un ostacolo e un nemico: lede un diritto che pensano acquisito a priori. Stessa cosa dicasi per i voti: il buon voto è dovuto quando la famiglia abbia deciso che il ragazzino se lo merita, o perché intelligente o perché hanno investito su di lui pagando per una formazione parallela (“Ma come? Ha solo sette in inglese? Se sono tre anni che fa le vacanze in Inghilterra!”); se non viene concesso dall’insegnante, si fa ricorso al Preside, o al Tar. Un brutto voto – e ormai per brutto voto si intende un otto! – non è una valutazione, ma una discriminazione. Quando tenti di replicare che è solo un metodo per segnalare che il ragazzino le cose non le sa, ti viene risposto di non preoccuparti: a insegnargliele, se serve, ci penseranno i genitori stessi, magari durante le vacanze, o con ripetizioni private: tu, insegnante, non rompere il cazzo e ammolla il dieci, che alla vera istruzione, quella utile, del pargolo, tanto, ci pensano loro, non tu.

Del resto, anche i ragazzini, perché dovrebbero impegnarsi più di tanto? La società e la stessa famiglia dimostrano di apprezzare lavori raffazzonati e carenti purché “facciano scena”. A dar da fare compiti a casa, ti rendi conto che i genitori per primi avvallano le ricerche fatte con il copia-incolla da internet, e preferiscono che tu assegni magari valanghe di esercizi ripetitivi, che possono controllare la sera loro stessi, con il cervello semispento, piuttosto che un solo compito che necessiti però di raziocinio ed impegno e rischia di rovinare il programmato weekend. I programmi di studio sono oggetto di contestazioni e contrattazioni da parte dei genitori, i quali pretendono che tu tagli tutto ciò che secondo loro “non serve”: quindi via la storia antica, e solo storia del Novecento, oppure niente geografia astronomica, ma solo mappe stradali; in italiano niente poesia a memoria, o temi, ma test a risposta multipla e lettura di qualcosa che abbia a che fare con l’attualità, quale essa sia; non rendendosi conto che in realtà il compito primario della scuola non è insegnare le nozioni (la data di nascita di Hitler), ma un metodo e i rapporti di causa-effetto, ragion per cui studiare Dante o l’articolo di Panebianco sul Corriere è la stessa cosa, non fosse che forse Dante scrive meglio e, a saperlo leggere, è un pelino più attuale.

La scuola, in Italia, è stata per anni frutto di un patto scellerato, stipulato silenziosamente fra i contraenti: da un lato le famiglie, ricche o povere, che accettano la scuola pubblica come un male necessario purché non rompa troppo e consenta loro di mantenere il controllo totale sui figli e sulla loro educazione, senza mai mettere sostanzialmente in dubbio o creare una alternativa ai valori ed alle pratiche familistiche, dall’altro docenti e presidi, che preferiscono spesso una bonomia panciafichista al duro lavoro che prevederebbe una impostazione più seria, la quale richiederebbe selezioni più dure per i docenti, riconoscimento economico delle ore lavorative reali (non solo le 18 pagate di lezione, ma tutto il resto!), l’abbandono dell’idea che l’insegnamento sia una sorta di part time o un ripiego quando non si trova di meglio da fare, e anche e soprattutto lo sforzo di tirar fuori le palle e rispondere a brutto muso alle insane pretese di questo o quello, sia questo o quello un politico, un parroco, un genitore.

Finché non si fa qualcosa per scardinare questo tipo di mentalità, riformare efficientemente la scuola è cosa dura: certo, si può fare qualche ritocchino di facciata, mettere i voti, proclamare l’anno della severità un tanto la chilo, vantandosi di aver aumentato le percentuali di bocciature senza andar a toccare i meccanismi che la bocciatura la causano realmente. Non ci si lamenti, però, poi, a posteriori, se le giovani generazioni non sanno nulla e hanno una infarinatura nozionistica di facciata. Non è che non sanno nulla, sanno ciò che noi abbiamo trasmesso loro: la logica dell’arrabattarsi, del far figura fine a se stessa, dello sfangarla come si può impegnandosi il minimo e sfruttando tutti i paracaduti a disposizione: l’ipocrisia, la furbizia, le amicizie, il potere della famiglia. Questa lezione, bisogna riconoscerglielo, l’hanno imparata benissimo.

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49 pensieri su “Il patto scellerato. Ovvero perché la scuola ha smesso di insegnare e pochi se ne lamentano.

  1. In parte questo discorso lo abbiamo già affrontato guardandoci negli e sai bene quanto condivida il tuo pensiero: la scuola-parcheggio, gli insegnanti-babysitter, la conoscenza da reality… :-( [OT: La madre di un compagno di classe di mio figlio grande si è lamentata che il libro delle vacanze di inglese della prima elementare ha un cd con la pronuncia TROPPO inglese (?!?!?!) e questo ti crea problemi di comprensione se guardi le serie tv americane in lingua originale!!!]
    La scuola ha bisogno di una sistemata ma questo dovrebbe coinvolgere tutte le parti in causa: legislatori, insegnanti, ausiliari, genitori e ragazzi e a tutti i livelli ed età perché i problemi di convivenza sociale e rispetto si tramandano da un grado di scuola ad un altro partendo dal nido (parcheggio per antonomasia) e via via salendo.
    E’ un argomento serio ma è affrontato (dall’alto in basso) con sufficienza e la cosa mi preoccupa in relazione ai miei figli…

    Un caro abbraccio, Lisa

  2. “Ricchi e poveri, tanto, sono trasversalmente convinti – spesso a buon titolo – che l’istruzione non sia uno strumento di promozione sociale, e nemmeno serva più a trovare un lavoro: per quello ci vogliono le conoscenze, le reti familiari, le raccomandazioni del potente di turno.”
    sono convinto che questo sia il punto nodale: è la società italiana che fa schifo. Come potrebbe non far schifo la scuola?

  3. Condivido parola per parola tutto quanto scritto e continuamente visto giorno dopo giorno nella mia attività di docenza. Sul tragico declino delle figure di autorevolezza ,genitoriali e insegnanti, penso sia il caso di stendere un velo pietoso. Mi sento però di spezzare una lancia a favore dei, non molti per la verità, genitori che cercano di insegnare ai loro figli che il sacrificio e lo sforzo sono necessari se si vuole raggiungere qualcosa in ambito professionale o più semplicemente umano. Personalmente come padre mi rendo conto che qualche volta tali prediche non servono poi a molto, quando poi uno si impegna fino allo sfinimento, sacrifica molto dei suoi anni migliori per accaparrarsi un titolo di studio qualificante e poi va fuori e il mondo del lavoro riconosce solo “ruffiani” e “figli di”. Con un Italietta, così vai poi a dire a tuo figlio che lavorare sodo ripaga, che se ti impegni vedrai che i tuoi meriti saranno riconosciuti e bla bla bla. Molto si può dire dei ragazzi di oggi ma non che siano stupidi e che si bevano tutto. Il messaggio tragico che resta di quest’estate è che se vuoi ottenere qualcosa, meglio fai a straiarti di schiena con il politico giusto sopportare i suoi sfoghi venti minuti e poi magari puoi ambire addirittura ad un seggio da 30 mila euro mensili al parlamento europeo. Che senso ha quindi impegnarsi a studiare anni quando poi sono questi i metri di giudizio sia a destra che nella progressista sinistra. A tutto questo non vedo una vera via di uscita, i giovani ignoranti che fanno i ruffiani con i vecchi di adesso, sono i vecchi che un domani impediranno alle persone veramente competenti di salire ai vertici del potere o anche banalmente nelle posizioni che contano per dare una direzione alle generazioni future. In tal senso vedo come una benedizione il fatto che il numero di clandestini stia aumentando vertiginosamente e che i vecchi italiani stiano sparendo forse questo permetterà al gene dell’italica furbizia de non di sparire almeno di essere fortemente ridimensionato

  4. I ragazzi non s’impegnano e non imparano, perché sanno istintivamente di trovarsi di fronte a qualcosa di poco serio. La scuola non è seria: inutile girarci attorno. Non è seria: perché non ha metodi di insegnamento efficaci; perché i professori sanno anche loro di trovarsi di fronte a qualcosa di poco serio; perché nessuno si sente motivato a fare quello che sta facendo.
    Il triste spettacolo di diplomati che leggono a stento, come una volta i bambini delle elementari, è talmente evidente da non ammettere repliche.

  5. “Ricchi e poveri, tanto, sono trasversalmente convinti – spesso a buon titolo – che l’istruzione non sia uno strumento di promozione sociale, e nemmeno serva più a trovare un lavoro: per quello ci vogliono le conoscenze, le reti familiari, le raccomandazioni del potente di turno.”
    Anche io penso che questo sia lo snodo cruciale. Io ci sono arrivato da pochissimo, ed è stato un vero choc, a capire che tutta la mia vita di impegno e dedizione nello studio e nel lavoro non è servita ad ottenere nulla, se non successi di cui il furbone di turno è stato lesto ad appropriarsi. E che quella italiana è una società, e una cultura, di stampo mafioso, al sud come al nord. Sarei dovuto andare via quando avevo vent’anni.
    La scuola, grazie agli insegnanti bravi come Galatea (e ce ne sono tanti…) è uno dei pochi luoghi di resistenza, una resistenza sempre più difficile, sia per i continui attacchi del potere mafioso, sia perché è la società stessa a volere qualcosa di diverso.
    Un giorno, forse, tutti noi che crediamo in un modo di vivere e di intendere i rapporti personali diverso, ci uniremo, e inizieremo ad alzare la voce, a reclamare ciò che ci spetta, ossia un paese migliore in cui vivere e far crescere i nostri figli. Intanto, soffriamo guardando gli abissi in cui sta precipitando questo benedetto assurdo belpaese.

  6. Stiamo banalmente tornando alla legge del più forte (se mai è stata abbandonata). Nell’antichità romana l’istruzione era appannaggio degli schiavi e dei provinciali. Nel medio evo i re erano analfabeti o quasi.
    Quelli che sono riusciti a fare tanti soldi con metodi opinabili e censurabili (ma efficaci) non hanno bisogno d’istruzione. I titoli di studio si comprano. Nessuno avrà mai realmente bisogno, nella vita, di conoscere tante astruse regole scolastiche. Il colpo di grazia è stato l’abbandono della meritocrazia, avvenuto circa quarant’anni fa. Il “sei politico” ed il “tutti promossi” hanno tolto al povero ogni possibilità di emergere grazie al maggiore impegno. Il diploma ormai si dà a tutti. L’università è soltanto una questione di soldi. Chi non ha almeno centomila Euro da spendere lasci perdere, perché sta sprecando tempo.

  7. Negli States e in America Latina, questo tipo di situazione della scuola pubblica ha portato, forse in maniera non casuale, al grande business della scuola privata che, soprattutto in America Latina, guarda caso, è per larga parte in mano alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana.

  8. Dalle scuole cattoliche escono ottimi diplomati e laureati. Ben venga il “business”, se funziona.

  9. Grande post, uno dei tuoi migliori. Oggi vado a cena da parenti, e parlerò con una biscugina neodiplomata di maturità classica. Le chiederò lumi su “questo schifo”. Se mi dice qualcosa di interessante ve lo faccio sapere.

  10. @–>Area
    Chissà perchè, avevo amici (ricchi) che nel liceo statale neppure conseguivano la sufficienza, mentre nelle scuole dei preti (Antonelli di Cortina, Filippin di Paderno, Padri Cavanis di Possagno) erano dei “geni” da otto e nove. Peccato che nella maturità 78/79 il padre priore dell’Antonelli di Cortina ricevette un avviso di garanzia per aver comunicato preventivamente ai “suoi ragazzi” i temi della maturità.
    Perciò, su quell’ “ottimi”, ho tutt’ora parecchie riserve. L’importante è crederci: in fondo, nella nostra società conta molto di più l’apparenza della sostanza. Berlusconi docet.
    Il c.d. “business” è una frode a danno dei meno abbienti e funziona così: nelle scuole private, basta pagare e si ottiene il titolo altisonante, a discapito di quello ottenuto nella scuola pubblica, squalificata, frequentata dai poveri. Siccome frequentare la scuola privata costa un sacco di soldi, essa diviene accessibile solo a chi può permetterselo. Perciò, devi già essere già ricco per entrarci, con la garanzia che farai un lavoro da ricco quando ne uscirai. Mentre il povero rimarrà tra i suoi pari. Una bella società, a uso e consumo della Santa Sede, dove i poveri saranno sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi; tanto poi c’è l’Aldilà. Se non sbaglio, si dice “Caritas in veritate”.

  11. La chiesa cattolica non è esente da colpe, ma non è stata mai classista. So che le chiese cattoliche in Inghilterra ed in Irlanda sono frequentate da molti figli di emigrati, che non potrebbero permettersi altro. L’intento classista (molto ben nascosto) lo vedo di più nei promotori di idee apparentemente egualitarie, che hanno fatto di tutto per sfasciare la scuola pubblica.

  12. Dalle scuole statali escono ottimi diplomati e laureati, ma pare che tutti se ne dimentichino. Forse perché se si paga si ha l’impressione che le cose valgano di più.

  13. La frustrazione è pane quotidiano per chi insegna. Questa è la nostra sfortuna: spiegare alla gente che a Leopardi piaceva una certa collina solitaria. Il fascismo della semplificazione, della sicumera e del manicheismo ha trasformato le scuole in successioni di aule sorde e grigie, bivacchi per i manipoli dell’ignoranza crassa. Dell’educazione alla libertà non sanno che farsene, sono già bell’e plasmati. Oggi Tommaso d’Aquino, autore della Summa Theologica, sarebbe irriso se non riuscisse a spiegare in due o tre parole il suo testo. “Ma su dai, ci faccia un riassuntino! Non faccia il sostenuto! Ci dica il succo della sua ricerca in una battuta!” Fai di tutto perchè almeno per un istante, per un lampo casuale, guardino altrove. Ma non è detto che loro te ne saranno grati. La regola aurea non si applica all’insegnante: non basta o non serve evitare di fare a loro ciò che non avresti voluto che facessero a te da studente. Perché credere che loro siano simili a te? Loro sono altrove, non li afferrerai mai. Elementari e medie non attuano più alcuna selezione. L’esame di maturità usurpa il nome che ha, come i soldati chiamati operatori di pace: ovvia è la promozione ed in nome della gara verso il basso aumenta il numero dei diplomati con il massimo dei voti. I presidi invitano a sollevare le percentuali dei promossi e dei superamenti di quelle farse che sono gli esami sui debiti formativi, perchè nessuno di loro è disposto a bocciare la propria scuola, il cui unico ufficio è quello di attirare iscrizioni, non di formare una cittadinanza consapevole. La democrazia non è fondata sulla facoltà di giudizio? Non è una lucida e razionale facoltà di giudizio che i cittadini dovrebbero esercitare al momento delle elezioni? Un giovane in età di voto: probabilmente legge un libro all’anno o neppure quello. Lasciamo stare la scrittura, dopo il diploma non ha più preso la penna in mano, clandestine sono perfino le lettere cartacee e le email, giacchè ora esiste solo il comunicare spedito degli sms. Quando gli capita di andare al cinema preferisce quei film così pieni di azione e di tensione da poter essere dimenticati dopo mezz’ora. Quando ascolta la musica non gli interessa sapere cosa intende dire l’autore, benché la domanda si porrebbe nel caso raro che siano sopravvissuti ancora testi e contenuti; basta che ci sia il ritornello e la sua capacità di imprimersi velocemente nella memoria. Eccitati e obesi di immagini, non sanno neppure che quel genocidio che ne ha consumato le menti ha prodotto anche un’incapacità di conoscere la propria sensibilità, un analfabetismo emotivo inetto di fronte alla violenza con la quale sempre più si esprimeranno.
    Come potranno, derubati di parole e intelligenza, elaborare i propri conflitti? Incapaci di vigilanza linguistica nei confronti di quel clandestino che è il proprio universo interiore, sapranno solo reagire attraverso irrefrenabili gesti aggressivi. Mi è capitato spesso di provare a costringere due adolescenti litigiosi a parlarsi, l’uno di fronte all’altro. Chiedo loro perchè si sono picchiati con ferocia e rabbia. Danno la colpa all’altro o rispondono con stereotipi legati ad una logica non dissimile da quella di un gruppo di oranghi o macachi. Silenzio. Incapaci di esprimersi, se non nella loro perversa lingua di atti irriflessi. Tutta colpa loro? Ma neanche per sogno ovviamente, colpa di quei tanti che non si accorgono della situazione…

  14. Ma non diciamo scemenze! Nelle scuole private private italiane le rette si pagano e profumatamente e di figli di immigrati non ce ne sono, anche se provengono da paesi cattolici. Inoltre provatici a saltare una retta: il bambino si ritrova fuori in men che non si dica!
    Ti dirò di più: se arriva la richiesta di iscrizione da parte di qualche alunno che potrebbe causare problemi, come ad esempio un handicappato, lo si “dirotta” verso la scuola pubblica, dicendo ai genitori che lì sono più attrezzati (ricordi un bel reportage delle Jene, se non sbaglio, in cui una madre cercava di iscrivere il figlio down in diverse scuole private cattoliche, ed i direttori, con modi suadenti, la convincevano che era meglio di no?). Quanto allo sfascio della scuola pubblica, hanno contribuito tutti, in ugual misura, non per un intento classista, ma per semplice imbecillità. Ora, invece, l’intento marcatamente classista c’è, eccome: i ricchi nelle scuole private, i poveri nelle pubbliche e con un sistema che li relega ancor più ai margini. tanto potranno sempre diventare contadini grazie alle buone idee di papà Bossi, pare.

  15. @–>Area
    Eh, no, caro amico. Sei tu ad offrirmi il fianco, indicando l’Irlanda quale esempio per le scuole cattoliche. Mi dispiace, comprendo che è come sparare sulla Croce Rossa, ma non posso proprio esimermi dalla battutaccia …. probabilmente lì i preti si facevano pagare in natura :-(

  16. Sarà che sono più sminchiato e pessimista del solito, sarà che leggere di questo sangiaccato ottomano vivendo in un paese civile (Germania) mi fa sentire come un bulgaro che si informa sui fatti entrocortina da una trasferta, sarà che mi sono rotto il cazzo della cosiddetta società italiana, ma lasciatemi dire una cosa sola.
    Questo paese è abitato da masse del tutto idiote, e sottolineo idiote, che obbediscono a impulsi assai elementari. Ho visto di recente un blog in cui un creativo mostrava degli screenshots del ministro Brambilla che rivelerebbero la sua sensualità ostentata. L’ intento era critico, ovviamente.
    C’ erano 106 commenti. Ebbene, quasi tutti erano di entusiasti uccelloni arrapati che hanno dichiarato in sintesi: voto la Brambilla perché è figa.
    I pochissimi che facevano notare la necessità di altre doti in un ministro sono stati bersagliati in sintesi con l’epiteto di froci comunisti repressi.
    Ebbene, non scomodiamo il fascismo, nonostante tutto ancora troppo raffinato, troppo intellettuale, troppo concettoso, per queste masse. Troppo avanti, pur essendo vecchio.
    Questa Italietta del 2009 è ben al di sotto del panorama intellettivo medio che si registrava nel 1921 in Italia.
    Questo è l’IDIOTISMO.
    Puro e semplice.
    Non scomodiamo una dottrina politica per quanto irrazionale o violenta prossa sembrare. È troppo al di sopra. Troppo al di là.
    L’ idiotismo è l’Italia di oggi.
    Io non ripongo più speranze se non in una catastrofe esterna ed estrema.

  17. se non fosse che l’argomento è di importanza fondamentale per l’intera società italiana, connesso in maniera inestricabile con i suoi problemi di sviluppo economico, di perdita quasi totale delle industrie di medio-grandi dimensioni capaci di innovare ed imporre la propria strategia industriale, succube delle rendite di posizione e di quelle monopolistiche, per cui ci si lamenta dei pochi laureati che abbiamo, ma poi si scopre che quei pochi non trovano posti di lavoro se non nei call center, se non fosse per questa tragedia che sta travolgendo le nuove generazioni, ci sarebbe anche da ridere per il fatto che le scuole private, quasi tutte cattoliche, stanno soffrendo di una acuta crisi di iscrizioni, dato che il loro prodotto più pregiato, il diploma facile a pagamento, trova ormai una irresistibile concorrenza nelle scuole pubbliche in cui, per tutto quello che ha illustrato Galatea, ormai si regala il diploma senza alcuno sforzo intellettuale previsto, e pure praticamente gratis.
    Per cui ormai le scuole private stanno mobilitando tutte le divisioni corazzate vaticane per ottenere il totale sovvenzionamento da parte dello stato, una specie di scuola statale per quanto riguarda i costi, ma privata per le scelte e per i ricavi.
    In attesa di far diventare obbligatorio per legge la frequenza delle stesse, in nome di qualche obbligo religioso che deriva dalla nostra eredità cristiana…. :(

  18. in tanti sono intervenuti ma in nessuno degli interventi ho visto un lumicino di speranza…

  19. Aggiungo che nella mia città le profumatissime (in termini economici) scuole private (a partire dalle materne) si vantano, durante il giro illustrativo riservato ai genitori, di non essere frequentate da bambini non italiani :(

  20. Sto rientrando in questo momento e scopro di aver suscitato un bel vespaio. Non c’è problema. Ho da poco tempo scoperto la vocazione del provocatore da blog.
    Inizio a cercare di rispondere.
    Non sono un insegnante e non lavoro nel mondo della scuola, ma ho la “sventura” di avere qualche figlio studente. Conosco pertanto la “follia” del mondo scolastico dall’esterno.
    Nessuno potrebbe immaginare un ristorante che non cucina o una banca che non movimenta denaro. Nel caso della scuola si sono impegnati in tanti per creare un meccanismo, vocato all’insegnamento… Che non insegna un bel niente.
    Quando qualcosa non funziona si cercano alternative, che possono essere giuste o sbagliate; di sicuro inquietanti per chi si è adagiato, per troppo tempo, in un meccanismo inefficiente ma molto comodo.

  21. Completamente d’accordo con questo post, Galatea.
    Ho lavorato per anni nel settore privato, facendo tutt’altro lavoro, e solo da un paio d’anni sono “tornata” a scuola, questa volta dall’altra parte della cattedra: per insegnare.
    Dice che sono rimasta stupefatta da quello che ho trovato rispetto a quello che avevo lasciato, è poco. E parlo di studenti, di insegnanti, di presidi, di addetti alle segreterie, di bidelli.
    Del resto, cosa mi aspettavo? Il mondo è ben cambiato in venti anni, se è cambiato per tutto il resto, perché non doveva cambiare il mondo della scuola?
    Il problema è solo che è cambiato terribilmente in peggio. E’ come se avesse preso i lati peggiori della nostra società e li avesse fatti suoi.
    Un commentatore dice: ho visto tanti interventi, ma non ho visto un lumicino di speranza.
    Secondo me la speranza di cambiare la scuola oggi in Italia, non esiste realisticamente.
    Non con una riforma, non con due, né con dieci riforme, non con un cambiamento politico, né con l’avvento di un’altra parte politica. Perché realisticamente bisognerebbe cambiare la società, e questa cosa la vedo possibile solo con i tempi di un’era storica. Forse.

  22. Cara Maestra,
    non o pottuto fare i gombiti di squola percè mio papà non stavva bene. Non sta bene dà molto, diciamo che la sua vita e statta una lunga fila di male nella testta. Io gli volio tanto benne, ance se non mi aiutta mai a studiare la mattematica, ma lui a me mi dice che farò strada e io sonno felice.

    Renzo Bossi, detto “la trota”

  23. Il fatto, caro Area, è che quello che scoccia a noi insegnanti è che poi a causa di cose che non funzionano indipendentemente dalla nostra volontà ci si va di mezzo tutti. Quello che resta difficile far capire a tanti è che mediamente la scuola pubblica italiana, nonostante tutto quello che le hanno fatto, funziona, e anche bene. In altri paesi, come i mitici Stati Uniti, davvero la scuola pubblica è ormai un ghetto dove si entra con le pistole e si esce gangster, e chi la frequenta non ha nessuna possibilità non dico di migliorare la sua condizione sociale, ma nemmeno di non peggiorarla. In Italia no. Le scuole pubbliche sono in grado di garantire comunque un livello medio abbastanza buono ( i ragazzi bravi usciti dai nostri licei, ma anche delle nostre medie, i coetanei di Stati Uniti se li pappano a colazione, sembrano Einstein!). Persino i tanto vituperati insegnanti sono mediamente preparati e aggiornati, anche se poi capita che ci siano quelli assolutamente ignoranti, ed inadatti, e non si riesca, per via di una normativa cervellotica, a toglierli dai piedi o metterli almeno in condizione di non far danni.
    Quello che però bisogna ricordare è che neppure la privata è questo eden. Lasciando stare quelle che sono dei veri e propri diplomifici (tipo cinque anni in uno), anche in quelle più “quotate” la maggioranza degli insegnanti è formata da ragazzi alle prime armi e non ha superato alcun concorso abilitante (vorrà dire poco, ma noi lo abbiamo passato, ad esempio..), non ha formazione didattica specifica. Se si va a vedere come viene svolto il programma ci si accorge che nella maggioranza dei casi l’apprendimento è mnemonico – io ricordo un mio cugino che in storia veniva interrogato sul numero di cavalli caduti in battaglia! – e l’apparente velocità e competenza con cui vengono svolti i programmi non è dovuta tanto alla “bravura” dei docenti, ma al fatto che nelle classi di scuola privata non si iscrivono tutti quei ragazzini problematici (extracomunitari, ma anche italiani con problemi di apprendimento etc.) che invece vengono inseriti nelle classi della scuola pubblica.LLasciamo poi stare il fatto che, quando il ragazzo è un vero disastro e la famiglia è ricca, basta un colloquio con il preside o il padre priore in cui si stacca un generoso assegno (per la manutenzione della piscina, la nuova dotazione del laboratorio di scienze etc.) e subito le “marachelle” vengono condonate o ridimensionate assai. Inoltre le famiglie che hanno figli nelle scuola privata partono già con un approccio più collaborativo: siccome pagano il servizio, pretendono dai figli maggiore serietà nell’avvalersene. Ricordo una madre che fu chiamata da noi perché il figlioletto non combinava nulla a scuola; si scagliò contro noi professori, andò dal Preside, accusandoci di non capirlo, e lo trasferì alla privata come se ci faccesse un dispetto. Dopo pochi mesi, si accorse che anche alla privata non faceva un caspita. Prese il figlio a scapaccioni senza tanti mezzi termini (lo so perché me lo raccontò un suo amico) gridandogli: “Con quello che pago, adesso tu studi!”. Ecco, lo avesse prima, quando glielo avevamo detto noi, si sarebbe risparmiata la retta.

  24. Autentica:
    “Ieri non sono venuto a scuola perché ho dovuto desbuazzare le vacche”.
    1970, quando ancora si andava a letto dopo Carosello.

  25. “Ho chiesto a mio nonno se mi raccontava una favola. Lui mi ha risposto: <>”.
    Anche questa è autentica e tratta da un tema delle elementari del 1960. Nell’Italia degli anni 60, ancora così “ruspante”, i bambini delle elementari erano in grado di scrivere temi.
    Non sono un tifoso del privato; specialmente del privato italiano, così altamente specializzato nella mungitura di soldi pubblici.
    Ritengo, però, che il pubblico non possa continuare ad essere il “refugium peccatorum” di incapaci e sfaticati (che diventano, però, capacissimi e stakanovisti quando si tratta di accampare diritti).
    Abbiamo avuto troppi anni di prepensionamenti, eterne gravidanze, eterni permessi sindacali, “legge 118” concessa a tutti, professionisti della presenza sporadica ai minimi di legge ecc. ecc..
    Potrei citare, con nomi e cognomi, un lungo e sconcertante elenco di “casi limite” di mia conoscenza personale.
    Nella scuola tutto questo è stato più disastroso che in altri settori pubblici: troppi bidelli per meriti politici, troppe professoresse mogli di…, troppi politici di professione in cerca di uno stipendio base sicuro, ecc.

  26. “Ho chiesto a mio nonno se mi raccontava una favola. Lui mi ha risposto: Ma come cazzo te ne tiene ?”.
    Anche questa è autentica e tratta da un tema delle elementari del 1960. Nell’Italia degli anni 60, ancora così “ruspante”, i bambini delle elementari erano in grado di scrivere temi.
    Non sono un tifoso del privato; specialmente del privato italiano, così altamente specializzato nella mungitura di soldi pubblici.
    Ritengo, però, che il pubblico non possa continuare ad essere il “refugium peccatorum” di incapaci e sfaticati (che diventano, però, capacissimi e stakanovisti quando si tratta di accampare diritti).
    Abbiamo avuto troppi anni di prepensionamenti, eterne gravidanze, eterni permessi sindacali, “legge 118″ concessa a tutti, professionisti della presenza sporadica ai minimi di legge ecc. ecc..
    Potrei citare, con nomi e cognomi, un lungo e sconcertante elenco di “casi limite” di mia conoscenza personale.
    Nella scuola tutto questo è stato più disastroso che in altri settori pubblici: troppi bidelli per meriti politici, troppe professoresse mogli di…, troppi politici di professione in cerca di uno stipendio base sicuro, ecc.

  27. A me fa molto ridere perchè stai parlando dell’Utopia del ’68 divenuta realtà: un mondo tutto uguale in cui l’ignorante e il colto valgono lo stesso, in cui non c’è nessuna discriminazione tra chi ha voglia di imparare e chi non ce l’ha. Il 6 politico (o il 7, l’8, il 9 o il 10, che differenza fa?) che diviene istituzionale, perchè sennò il pargolo si traumatizza. La condotta che è una castrazione alla fantasia del virgulto.

    “We shall overcome…”

    Cordialità

    Attila

  28. Perché la scuola ha smesso di insegnare? A quanto pare la colpa è della “società”. Domanda, dunque: perché la colpa è della società? Perché la scuola è influenzata dalla società, e perché lo è negativamente?-(quel che voglio dire è che mi sembra che tu non colga il punto, ovvero la motivazione sottesa) (inoltre c’è anche un po’ di confusione: ininspiegabilmente in un tuo commento sembri rimangiarti un bel po’ di roba e dire “beh no in america è peggio qui in fondo escono bravi diplomati” [qui ci sarebbe da notare che, giacché la quasi totalità degli studenti frequenti scuole pubbliche, è NORMALE che escano anche persone brave, ogni tanto, e che raramente ci siano persone bravissime. Il punto è: quante persone brave sarebbero uscite dalla scuola privata? Alcuni casi “ai margini” {e cioè non bravi ma non così cattivi} nelle scuole pubbliche si sarebbero comportati meglio nelle scuole private? Queste domande vengono completamente ignorate])

    Individuare in questo mostro nebbioso di “Società Italiana Allo Sfascio” la causa del male delle scuole è decisamente uhm poco serio (non per forza sbagliato, sia chiaro), perché porta a così tante altre domande che fanno diventare tutto inconcludente e incomprensibile e fumoso se non viene data risposta (anche a me forse manca il concetto di causa-effetto, ma società di merda->scuola di merda non riesco a collegarlo, almeno così, senza ulteriori precisazioni, uhm, mi sembra una freccia labile).

    Qual è la soluzione? Il privato, il privato, il privato: l’unico modo per creare delle scuole altamente competitive che abbiano la massima intenzione a portare i suoi alunni verso il lavoro in modo da aumentare la sua reputazione (clientela), facendo studiare materie UTILI e non arbitrariamente segnalate come tali da ministri dell’istruzione varii. Le scuole private finanziate con soldi pubblici sono altresì una baggianata: se una scuola riceve soldi “gratis” (ovvero senza attirare clienti) non ha interesse a migliorare. (questo disincentivo vale per tutto il settore pubblico, com’è ovvio)
    In questo modo si getterà da dove è venuta quest’idea malsana del “pezzo di carta”, studiando non perché si deve studiare perché l’ha detto qualche filantropo/politico dell’ultima ora (per un senso di cultura personale e spesso ridicolo) ma perché si è interessati davvero a ciò che si fa-> la discussione sul valore legale del pezzo di carta è così scontata che non sto neanche ad approfondirla qui. Si dia il caso che il problema dello “studiare per il pezzo di carta” è connesso al problema del valore legale del suddetto pezzo di carta. Eliminando l’uno si elimina l’altro, garantito.->questo problema non viene proprio affrontato nel post, incredibilmente.

    [questo dovrebbe portarci ad alcune riflessioni supplementari: è più incentivato a studiare un ragazzo che va a scuola gratuitamente, il cui impegno o meno nelle materie è indifferente per tutti e per lui per primo*, o un ragazzo i cui genitori (o lui stesso) pagano per l’istruzione da ricevere?]
    *gli studenti sanno che la preparazione nella scuola pubblica è così mal considerata da qualsiasi datore di lavoro che avere 100 o 60 al diploma è indifferente per il di cui sopra datore di lavoro. Da qui segue la preparazione supplementare (e INCREDIBILE, se ci pensate, eh, eh) di master, corsi nelle aziende stesse, test, colloqui ecc. (pensateci, questo è davvero incredibile, ma questo nessuno lo pensa).

    Ovviamente questo atteggiamento deve essere esteso non solo alle medie barra superiori, ma all’università soprattutto, la più vicina al campo lavorativo.

    Ovviamente è sottointeso che l’obbligo di frequentare la scuola fino al tot di anni è una delle merdate più grandi mai pensate dall’essere umano (anche se quest’idea è così poco diffusa, ma non capisco perché)

  29. La scuola pubblica si salverà soltanto se si riuscirà a farla funzionare bene. Questo significa lavorare sodo per sfruttare le risorse che il pubblico ha, e nessun privato riuscirà ad avere mai. I professori, invece di prendersela con un’imprecisata “società” o con gli alunni “idioti”, dovrebbero iniziare a lavorare sodo per guadagnare il loro stipendio.
    Inutile prendersela con il politico di turno, famoso per le espressioni “sopra le righe”, perché sta facendo soltanto bene il suo lavoro: sente le intime convinzioni del popolo e le esprime a gran voce. Se poi si pretende di ribaltare la volontà popolare con battute, battutine e battutacce… Povera democrazia!

  30. Guardate che certe convinzioni, spesso, sono intrise di pregiudizi generati da una stampa sensazionalista e desiderosa di creare notizia a tutti i costi.
    Io mi trovo spesso nella condizione di assumere e valuto molto i titoli di preparazione che mi vengono presentati. Nell’ambito del mio territorio, conosco le scuole “serie” – quelle che preparano – e so distinguerle da altre che, invece, regalano le promozioni a cani e porci.
    Dialogo con gli/le aspiranti all’impiego e do moltissima importanza al voto conseguito, perché un cento è sempre un cento e un centodieci e lode pure; quanto meno, rappresentano una presunzione attendibile che un qualche impegno nel corso della carriera scolastica è stato profuso. Impegno che, di solito, verrà confermato anche sul lavoro. Per ora, sono rimasto deluso pochissime volte.

  31. Caro vaal,
    il privato, il privato il privato? Certo, poi però dimmi tu quale sarà l’imprenditore privato che aprirà scuole nei quartieri a rischio, quale quello che accetterà nelle sue classi ragazzini magari problematici (anche se intelligenti). E poi, chi paga? Le rette non se le possono permettere tutti, e i posti nelle scuole buone, anche se vi fossero sovvenzioni, sarebbero comunque limitati. Se la scuola buona poi sta in centro e il ragazzino in una borgata ai confini con il nulla, che deve fare, alzarsi alle tre di notte e arrivare a scuola già stanchissimo per cercare di ottenere una istruzione?
    Non capisci perché si debba trascorrere per legge un tot di anni a scuola? Già, perché tu vieni fuori da una famiglia che a scuola ti ci avrebbe mandato lo stesso fino al diploma. Invece, non ci fosse l’obbligo fino ai 14/16 anni, quanti ragazzini finirebbero a lavorare a 10, 11 anni, come accadeva nell’800 e come accade ancora in Italia, in aree particolamente a rischio?
    Sai, Vaal, prova a leggere “Lettera ad una professoressa” di Don Milani. L’hanno scritta i ragazzini della sua scuola, spiegando perché la scuola di allora, apparentemente meritocratica, in realtà era un sistema chiuso in cui loro non avevano alcuna possibilità di inserisi. Guarda, prima che mi capitasse per le mani, anche io avevo dei punti di vista più vicini ai tuoi. Leggila, ripeto. Poi magari ne riparliamo.

  32. Eh no, caro Area! io dentro la scuola pubblica ci lavoro, cerc di farla funzionare bene, mi spacco la schiena tutti i giorni e lo stipendio me lo guadagno quanto qualsiasi altro lavoratore. Non è prendersela con una imprecisata società dire che questa società propone come vincenti dei modelli che fanno a pugni con quanto noi cerchiamo di passare a scuola: è un dato di fatto e ti sfido a smentirlo: non si può per venti ore al giorno magnificare i furbi, i leccapiedi, le veline e gli ignoranti privi di competenze e poi pretendere che in cinque ore al mattino noi creiamo dei cittadini modello!
    Quanto alla chiusa del tuo commento, non c’entra un caspita: io non me la sono presa con nessun politico, e non me ne frega un accidenti di ribaltare la volontà popolare con battutine o battutacce. Ma i politici dovrebbero imparare a non parlare a vanvera, dato che si candidano a guidare un paese, non a fare i giullari. Non mi pare che ce ne sia uno che si renda minimamente conto dello sfacelo in cui questo paese e la scuola versano: Anzi, ci sguazzano, aiutati da chi, come te, ripete i loro mantra senza chiedersi se hanno un minimo di logica, o corrispondono alla realtà. Povera democrazia, hai ragione. Ma per motivi ben diversi da quelli che credi tu.

  33. Esemplare, semplicemente esemplare.
    Sono sempre più contenta 1) di non avere avuto figli; 2) di non averne soprattutto di adolescenti bimbominkia; 3) di non insegnare ed avere a che fare con la scuola. Con il mio carattere non avrei resistito un giorno.

  34. Non nego che alcuni professori cerchino di fare il loro mestiere. Tanti altri, purtroppo, non la pensano così. La scuola è stata per troppe persone, e per troppo tempo, la dispensatrice di stipendi facili, da aggiungere ai proventi di altre attività. Potrei citare, sempre con nomi e cognomi, i molteplici casi di professori commercialisti, o ingegneri o architetti, con studi avviati, che non rinunciano allo stipendio fisso. Non so quale impegno possano profondere nella scuola. Abbiamo anche casi di professori cantautori di successo e titolari di cattedre (non so quanto frequentate). Abbiamo infine il caso più frequente: i professori soltanto professori che non fanno neanche i professori. Una scuola del genere diventa l’esaltazione personificata della furbizia: può fare benissimo a meno dei tanti modelli negativi esterni.

  35. Se è per quello abbiamo anche ministri professori universitari diversamente alti che hanno una cattedra in una università pubblica e la frequentano con tale assiduità che il loro rettore, ad un certo punto, manda una lettera per sapere se hanno mai fatto una capatina in facoltà…
    Il fatto è che nella scuola si trova di tutto, come però anche in altri ambienti. Mi ricordo che nella mia scuola media (privata) il livello dei docenti, in realtà, era pauroso quanto ad incompetenza didattica (anche se mascherata con severità d’altri tempi che faceva credere ai genitori che fossero bravissimi), e ,anche lì, quello di tecnica aveva un suo studio professionale, quella di musica lavorava in orchestra, quella che insegnava inglese era in realtà laureata in tedesco e lavorava come guida turistica. Il prof di un mio amico era un ricercatore regolarmente assunto in università, ma arrotodava in nero in una scuola di preti; io stessa, mentre facevo il dottrato di ricerca, fui contattata da una scuola privata; in un’altra una mia compagna di corso, non ancora laureata ma ex alunna della stessa scuola, insegnava allegramente italiano, alla faccia di tanti professori con più anni di esperienza e maggior preparazione professionale, che però non erano raccomandati. Come vedi, caro Area, le generalizzazioni sono molto pericolose, perché ad andare a vedere nello specifico ci si rende conto che spesso il privato è un far west peggio del pubblico. Io sono la prima a dire che i docenti dovrebbero essere selezionati meglio, formati con più attenzione, e più motivati. Ma tieni anche presente che quando lo stipendio è bassissimo, la necessità di integrarlo con altre attività lavorative parallele è più forte.

    PS: Nella mia esperienza personale di alunna (elementari e liceo classico pubblici) e di docente (otto anni alle medie pubbliche) posso però dire che ho visto sempre la MAGGIORANZA dei colleghi lavorare con coscienza: pur nella diversità di competenze (ci sono quelli più preparati, quelli un po’ meno, quelli che hanno il dono di saper spiegare meglio etc.) però ho incontrato sempre insegnanti che lavoravano duro. Ovviamente ce ne erano anche alcuni incompetenti e nullafacenti, ma non più di quelli che si trovano in ogni ambiente, privato compreso (anche negli uffici privati c’è il collega che non capisce nulla, quello che tira a campare, quello che non si capisce come abbia fatto ad essere assunto e quello che non si capisce perché non venga licenziato etc… e non ditemi di no, che nel privato ho lavorato anche io, e non come insegnante!). Sarò stata fortunata, non dubito, ma, come credo anche questo blog dimostri, ho avuto una formazione scolastica più che adeguata. IL problema secondo me è che non è la scuola pubblica ad essere un macello, è tutto il sistema scolastico che fa acqua, perché la società non investe seriamente in esso e non lo supporta. Questo era il senso del mio post.

  36. Ho già detto di non essere un tifoso del privato. Ribadisco meglio il concetto: “In alcuni settori, come la sanità e l’istruzione, i privati possono essere molto pericolosi”. Il privato italiano, poi, è privato per modo di dire, perché senza i frutti prelibati del sottobosco politico (pubblico) non potrebbe sopravvivere.
    Questo non significa, però, che il pubblico vada bene così com’è.
    In realtà tutta l’Italia (pubblica e privata) dovrebbe riuscire a fare un salto di qualità enorme. Tante “furbate”, che hanno permesso di sopravvivere tirando a campare, non funzionano più. Dovremmo riuscire finalmente ad abbandonare i vizi culturali che ci portano a ritenerci eterni “servi furbi”, eternamente intenti a fregare “il padrone” (che alla fine paga sempre).

  37. Nessuno ha mai detto che il pubblico vada bene così com’è. IL problema è che qui lo si vuole smantellare senza dare nulla di alternativo e di migliore in cambio. Vedi post di oggi.

  38. Pingback: La scuola pubblica e la meritocrazia: riflessione sul perché, in Italia, ad applicare il liberismo in senso stretto si rischia di creare di nuovo le caste chiuse « Il nuovo mondo di Galatea

  39. Al di là di quanto detto in questo e nell’altro post, vorrei riportare il discorso sull’efficienza dell’insegnamento. Rischiamo di finire a discutere del sesso degli angeli se ci infiliamo nella disputa fra “statalisti” e “liberisti selvaggi” (non sarà la riproposizione del “Russia contro America” di qualche anno fa ?).

  40. Ho una figlia liceale. Concordo: la scuola è allo sfascio. Il vero motivo però, Galatea, secondo me non l’hai detto ed è questo: ai piani alti fa comodo così. Ai potenti servono idioti che non riescono ad usare i nessi di causa ed effetto, e più in generale che non sanno usare il cervello: è gente che non critica, che si adegua e che prende per oro colato tutto quel che dice la tv.

  41. Condivido, da collega, quanto scritto.
    Solo che il senso di impotenza che deriva da una situazione di generalizzato disinteresse, rinforzato da decenni di denigrazione del corpo docente (ahimè, a volte è tutto vero, ma solo a volte), mi ha portato a sostenere un’unica posizione: lavora meglio che puoi, focalizzati sull’obiettivo -realistico- che puoi raggiungere, dimenticati la sinergia con famiglie, colleghi e quant’altro, e se alla fine anche uno solo dei tuoi studenti avrà appreso qualcosa, potrai ritenerti soddisfatto.
    Peccato per gli altri 29 che hai in classe, ma da solo non puoi fare tutto.
    O no?

  42. è molto interessante questo post; ma io credo che il motivo per cui la scuola ha dei grossi problemi sia in fondo uno solo: non garantisce un futuro migliore; ricordo benissimo i tempi in cui ci si spaccava la schiena per far studiare un figlio, e anche un semplice diploma da geometra o ragioniere garantiva al giovane di fare una vita meno grama di quella del suo babbo; se ad esempio un diploma garantisse un lavoro decente, è chiaro che un giovane sarebbe spronato a studiare, a conseguire il titolo, e anche i suoi familiari invogliati ad esortarlo; se, invece, come accade ora, dopo la scuola superiore c’è la disoccupazione, come fa un ragazzo ad aver voglia di studiare? ovviamente questo problema non si risolve dall’interno della scuola, è un problema politico: bisogna garantire, costi quel che costi, un lavoro decente a chi ha studiato, altrimenti la scuola appare soltanto un buon impiego per chi ci lavora, e gli insegnanti, considerati inutili, appaiono un fardello per il contribuente; sono molto pessimista, nel senso che non prevedo alcuna soluzione all’orizzonte

  43. @d56
    Troppi diplomati semianalfabeti. Troppi laureati “a forza”, destinati a vivere alle spalle dei genitori fino alla soglia dei 50 anni (ed anche oltre). Garantire un lavoro decente a chi ha studiato è diventato impossibile, perché hanno studiato tutti.

  44. Il problema fondamentale della scuola secondaria italiana è la necessità di introdurre l’INVALSI per gli studenti, oltre che buttare dalla finestra almeno il 50 % del programma di studi dei licei ( Od lameno del liceo classico : ricordo che della filosofia della mente non ne abbiamo parlato 10 secondi, ma in compenso siamo stai un mese e mezzo su Hegel, e solo 1 settimana su Nietsche, o che abbiamo dedicato 3 anni a Dante e 5 secondi a Musil e nessuno a Walser : che vergogna sti insegnanti baby boomers e spesso anche (ex)comunisti !)

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