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la torta

Anche andare al ristorante, a Spinola, ha una precisa connotazione ideologica. Sedersi ad un tavolo ed ordinare del cibo è infatti in paese una precisa scelta di campo, affidata alla mente, non solo al palato: esistono i locali di Sinistra, di Centro e di Destra, ben noti e definiti. I confini sono precisi ed inequivocabili, più solidi della cortina di ferro, e si perpetuano di generazione in generazione, impermeabili ad ogni nuovo scenario.

Quello di Clara, ad esempio, è da sempre il bar istituzionale per eccellenza, in cui ogni partito ed ogni corrente, nonché ogni leader più o meno in ascesa deve avere il suo posto fisso: è infatti una sorta di porto franco e terra di nessuno. Ideale per abboccamenti, contatti ufficiali e scambi in campo neutro, al suo bancone si sono firmate, da tempi immemorabili, tutte le possibili varianti di compromessi storici e ogni tipologia di patti col Diavolo, perché a Spinola Sinistra, Destra e Centro possono essere discordi in qualsiasi cosa, ma sul fatto che i dolci di Clara siano insuperabili concordano con rigore bipartisan.

Quando però dalle pastarelle si passa al cibo vero e proprio, la Sinistra stravince. I locali frequentabili dai Destrorsi si limitano al Vecio Canton, osteria in disarmo bazzicata da qualche vecchio rustico centenario che ancora ricorda la politica agraria del Duce, ma, complice la smemoratezza senile, non rammenta nemmeno più se il Duce medesimo sia ancora vivo o morto. Più che per i manicaretti offerti agli avventori, il Vecio Canton è famigerato per i suoi contrastati rapporti con l’ufficio igiene. La costante fuga degli ufficiali sanitari dal locale non ha impensierito per molti anni i clienti, i quali però hanno cominciato a sospettare che il livello di guardia si fosse superato quando anche gli scarafaggi si sono costituiti in comitato di protesta e le pantegane hanno fatto sapere che avrebbero accettato di rimanere lì dentro solo a patto che venisse fornita loro la copertura sanitaria.

I “Comunisti”, invece, possono godere di un’ampia scelta di locali, differenziati non solo per offerta di cibo, ma, soprattutto, per impostazione ideologica.

La Sinistra più estrema e chic, cioè l’avanguardia intellettuale, ha il suo luogo d’elezione al Majakowskij, taverna ethnochic dalle venature esistenzialiste, cioè con muri pittati di nero e decorati da foto color seppia ritraenti grandi intellettuali in pose meditabonde. Ai tavoli, imbanditi con tovagliette nere anch’esse e in carta riciclata, vengono servite pizze rigorosamente biologiche, dai nomi evocativi: c’è la Sartre, un intruglio di sapori capaci in effetti di scatenare la nausea, la De Chirico - scaglie di parmigiano perse in mezzo a sugo di pomodoro di consistenza metafisica – e la omonima Majakowskij, un tafferuglio di ingredienti molto futurista. Le cameriere, occhi bistrati e lupetto nero come emaciate Giuliette Gréco, si muovono tra i tavoli silenziose e altere, perché ciò si conviene a vestali della cultura momentaneamente in prestito alla ristorazione, mentre il sottofondo è garantito da musica jazz di autore anonimo, e, appena la si sente, si capisce perché il benedetto autore pretenda tanto rigoroso riserbo sulle sue generalità. Il cuore del Majakowskij, tuttavia, è la saletta riservata, cui si accede solo attraverso scala nascosta e porticina: uno stanzino nello scantinato, con tre divanetti lisi e alcune copie di riviste letterarie abbandonate qui e là, con meditata distrazione: là si svolgono i conciliaboli più segreti della Sinistra spinolese, gestiti come riunioni carbonare da Pierfrancesco Damas e Giangi Basti. Con le riunioni carbonare, oltre alla segretezza, spartiscono anche l’affluenza: quando si arriva a quattro partecipanti, si è fatto il sold out.

Il Centro Sinistra meno chic, neopiddino per tessera, area o vocazione si ritrova invece al Mafalda, ristopizzeria che deve il suo nome non alla principessa Savoia, ma alla monella di Quino. Qui le pareti sono color pastello, verdine, rosettine, azzurrine incerte come l’orientamento dei discorsi che si sentono fra i tavoli; nel menù le pizze tradizionali sono affiancate da quelle più scapricciatelle, ma con misura: c’è qualche apertura agli ingredienti nuovi, però non troppo, e sempre con la mentalità di chi, a furia di voler stare sul sicuro, finisce col mangiare alla fine cose trite e ritrite, magari un po’ scipite che è meglio. La povera Mafalda, protagonista indiscussa di tutti i poster affissi sui muri, guarda questo suo popolo con un’espressione perplessa, come se stesse per sbottare da un momento all’altro in una battuta delle sue, ma si trattenesse perché tanto, ormai, non ne vale neanche più la pena.

L’egemonia culinaria della Sinistra da anni impensierisce il sempre sindaco Carlo Taragnin, il quale su ciò che possono fare o non fare i “Comunisti” ha idee ben precise: passi che si occupino di cultura, e tengano aperta, quindi, l’unica libreria del paese, ché tanto nelle librerie, è noto, non ci va nessuno. Ma i ristoranti sono cosa seria, e, soprattutto, possono essere formidabili casse di risonanza elettorale. Quindi ha deciso di scatenare una vera e propria campagna offensiva. Il primo punto è stato lo stravolgimento della circolazione: non potendo impedire al Mafalda e al Majakowskij di rimanere aperti, ha ben pensato di renderli inaccessibili, facendo fiorire attorno una giungla di sensi unici e di strade con parcheggio vietato. Per i pochi anfratti in cui la sosta è ancora legale, ha mobilitato in forze i Vigili, fornendoli di righello preciso al millimetro: se una macchina sfora di un solo centimetro la riga bianca, multa, multa multa, senza pietà; se qualcuno attende fuori per mezzo secondo, col motore acceso, la pizza per asporto, multa anche a lui, ché inquina senza motivo; se spenge il motore, multa, per intralcio al traffico.

La fase due dell’operazione è stata delegata a persona di fiducia, cioè alla sorella del Taragnin medesimo, la Carmen. Al secolo Maria Carmela Addolorata, la Carmen Taragnin è stata anagraficamente per poco Carmela, e Addolorata mai per nulla. Al contrario del fratello nanerottolo, è un donnone quadrato come una madia, dagli occhi verdi perennemente bistrati di kajak, lunghi capelli corvini, un décolleté che pare una piazza d’armi, e come quella sempre generosamente allo scoperto. Mai sposatasi, la Carmen ha avuto cento mestieri ma una sola vocazione, quella di favorire in ogni maniera l’ascesa del fratello, e in questo non s’è risparmiata, soprattutto dato che l’ausilio a lei richiesto coincideva con l’inclinazione che le era propria: gli amici del fratello se li portava a letto per consolidare l’amicizia, i nemici per placarne l’odio, gli incerti perché non si sa mai. Giunta però a varcare la soglia delle cinquanta primavere, la Carmen ha fatto presente al fratello che pretende requie e sicurezza economica, e un ristorante è quello che ci vuole. Taragnin ha deciso di muoversi con determinazione: convocati in Municipio i gestori del Vecio Canton, ha spietato che neppure la sua influenza era più in grado di garantire l’apertura del locale, a meno di non dichiararlo esplicitamente una fabbrica di armi biologiche, ma che, per salvaguardare la tradizione e il credo ideologico degli avventori, la Carmen era disposta a rilevare il tutto, purché il prezzo fosse stracciato. I fratelli Nonzolo, proprietari dell’attività, han capito subito l’antifona, e replicato come si conviene in un Salmo responsoriale: “Sì, sì, va ben, dove ghe xè da firmar?”

Così la Carmen è sbarcata nel locale, con al seguito l’esangue geometra Righetto, dipendente comunale e, a tempo perso, ristrutturatore fiduciario del Sindaco, nonché compagno-paravento della Carmen stessa. Il prudente geometra avrebbe voluto limitarsi a pulire un po’ il locale – sarebbe stata già una fatica d’Ercole! – eventualmente buttar giù un tramezzo e ritinteggiare, ma la Carmen non ha voluto sentir ragioni, e, data la stura al suo estro di design, ha iniziato a sventrare, abbattere, ricostruire. Dopo tre mesi di lavori incessanti, durante i quali i Vigili della vicina caserma avevano ordine di tapparsi le orecchie per lo sfondamento di ogni limite di rumore, ed invitare caldamente i vicini a fare altrettanto onde non avere rogne, il locale s’è rivelato in tutta la sua magnificenza. Che comincia fin dal nome: perché se i sinistri si incaponiscono a battezzare le pizzerie come covi letterari, la Carmen ha invece chiarito subito gli intenti, chiamando il suo restaurant Il Frutto Proibito.

L’apertura ha mobilitato tutta Spinola: mentre gli avventori del Vecio Canton vagolavano basiti fra tavoli in acciaio lucente e un red carpet da Billionaire in sedicesimo, chiedendosi dove cazzo fossero finiti i loro cicheti bisunti, sui divanetti dell’area lounge molto feng shui, c’era assittata la Giunta al gran completo, comprensiva persino del Vicesindaco Erberto Guidi e gentile consorte, entrambi impegnati nel difficile compito di ingozzarsi di frittura a sbafo e contemporaneamente mantenere una faccia sufficientemente schifata, a dimostrare di esser coppia di mondo usa a ben altre inaugurazioni che non queste, da buzzurri. Il Trio, giunto alla spicciolata, portava in palmo di mano il nuovo protetto, ovvero Massimiliano Rossetto; la famiglia Crespano, non potendo mandare Albino, ancora convalescente, né Alfonso, in vacanza con la nuova compagna, aveva delegato la rappresentanza a Patrizia, la quale dedicava qualche distratta occhiata all’avvocato Martinuzzi, ma soprattutto rispondeva agli occhieggi del bel dottor Rossetto, come al solito in vena di conquiste veloci, mentre, nelle retrovie ma con la smania di protagonismo di chi ha appena cambiato campo e vuole sottolinearlo a tutti, Rutilio e la Susanna sorbivano tutti acchittati il loro primo Mojito destrorso. Fra una chaise longue e l’altra, zompettava il sempre sindaco Taragnin, mai così felice e soddisfatto, perché la sorella aveva finalmente sbaragliato la ristorazione sinistrorsa, e confermato che, quando si tratta di magnar, la Destra non è seconda a nessuno.

È stato solo al momento della torta, una meringa a più piani che Carmen ha tagliato con mano tremebonda di sposa e offerto con gran sorrisi ai presenti, che il Sempre Sindaco ha capito di aver commesso un fatale errore: da dietro l’impalcatura di panna s’è materializzata la Clara, con negli occhi uno sguardo equivalente ad una dichiarazione di guerra. Per chi voti la Clara, infatti, è un mistero, ma, se è noto che è amica di tutti, è altresì risaputo che nessuno la vuole come nemica. Per tal ragione a Spinola i ristoranti, tutti, possono sfamare allegramente avventori di ogni credo politico e servire loro primo, secondo, contorno e pizza assortita; ma i dolci, ovunque, sono quelli di Clara, o non sono proprio.

No la xé una dele mie.” ha osservato, con tono più gelido del semifreddo nel piatto che le veniva porto.

No, nialtri le fazemo far fòra, ché le xé mejo!” è stata la piccata risposta della Carmen, servita con scuotimento di chioma corvina.

Vedaremo chi che se le magna.

E, data questa oscura profezia, la Clara ha girato i tacchi, avviandosi verso l’uscita, con il piglio di chi lancia un “O con me o contro di me”.

Mezza Giunta e tre quarti degli avventori si sono guardati perplessi, con le forchette a mezz’aria nell’atto di affondarle nel dolce contestato. Perché la Carmen può essere Carmen quanto vuole, ma la Clara non è solo una pasticceria, è un pozzo di voti, il pozzo di voti per antonomasia, e lasciarlo andare alla deriva politica per una diatriba fra donne è un suicidio. Il sempre Sindaco Taragnin, a questo punto, ha capito che lì si giocava la sua leadership, e, ostentatamente, ha preso una forchettata di meringa, portandola alla bocca con piccata sicumera, mentre folgorava i suoi con un’occhiata che sottintendeva: “A vojo proprio védare!

Ma le forchette sono rimaste immote, mentre Erberto Guidi, con gesto elegante da viveur di razza, flautava un: “Eh, s’è fatto tardi, che dite?”, e appoggiava il piattino senza parar giù un solo boccone di torta, eclissandosi veloce. La moglie, Susanna, Rutilio, tre quarti degli Assessori seguivano a ruota, in un fuggi fuggi appena memore delle regole della buona educazione. Ma è stato quando il Sempre Sindaco ha visto prendere la porta anche il Trio al gran completo, senza degnare Carmen neppure di un frettoloso saluto, che Taragnin ha valutato appieno la portata della disfatta: e mentre la Carmen guardava sconsolata nel locale rimanere solo i soliti quattro vecchi ex clienti del Vecio Canton che reclamavano i consueti cichetti grondanti olio e sprezzavano gli apetizer light rimasti sul bancone, parché chi sa cossa che xé quei robi, il povero Taragnin vedeva crollare in un botto l’idea di sconfiggere l’egemonia culinaria della Sinistra, e sentiva pericolosi scricchiolii per quanto riguardava la sua, di egemonia.

E il boccone di torta che continuava ostinatamente a masticare gli è parso impossibile, stavolta, da mandar giù.

 

È una storia di pura fantasia e non si fa cenno ad avvenimenti, personaggi o torte reali.

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