Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Frine

Non le hanno dedicato nemmeno una voce su Wikipedia come Dio comanda, appena un vago accenno. Ingratitudine spicciola, lasciatemelo dire. Perché Frine, la seducente Frine, meriterebbe ben di più che quattro righe di biografia su internet: oggi come oggi, anzi, soprattutto oggi, le si dovrebbe fare un monumento, rendere la sua vita oggetto di studio per legioni di fanciulle, anzi tirarne un depliant da dare in gentile ma obbligatorio omaggio per tutte le torme di sciamannate che sono andate su e giù per i voli di stato, in Sardegna e a Villa Certosa: tiè, leggi qua e fatti un’idea del mestiere e dell’etica che il tuo status comporta, perché se la professione è la più antica del mondo, proprio per questo chi la esercita, Sant’Iddio, dev’essere almeno consapevole della tradizione.

Frine non era una puttana, no. Era una escort. Di gran lusso. Delle sue origini si sa poco, e questo, in antichità vuol dire che certo non erano da andarne fieri. Per Aspasia si può ipotizzare alle spalle una famiglia ricca, o per lo meno ben ammanicata, forse persino imparentata alla lontana con quella dell’uomo che alfine la sposerà, Pericle, e questo spiega come sia stato possibile, per una donna così chiacchierata, convolare a nozze con un rampollo della meglio gioventù e della meglio Atene.

Frine no. Lei era una ragazzina che di nome vero faceva forse Glicera, sempre che anche questo non fosse un nick, dato che vuol dire “la dolce”. Se era un soprannome, sarebbe l’indizio che già il mestiere era suo quando, giovinetta giovinetta, mise piede ad Atene. Era profuga. Scappava da Tespie, piccola cittadina di provincia delle Beozia, distrutta in una delle sempiterne faide fra città della Grecia: i Tebani, Beoti, avevano messo a ferro e fuoco le case dei Tespiesi, Beoti anch’essi.

Una pensa di poterlo facilmente immaginare cosa voglia dire per una ragazzina, e sola, arrivare ad Atene scappando dalla campagna e da una guerra: entrare in punta di piedi in una città che era l’equivalente di una New York di oggi, con quattro stracci raccattati su alla bell’e meglio mentre tutto bruciava, e trovarsi di fronte gli Ateniesi, poi, che erano dei begli esempi di gente con la puzza sotto il naso a prescindere, e i Beoti li consideravano, appunto, beoti, quindi via a trattarli a pesci in faccia, allè.

Eppure Frine non me la vedo così, spaurita e titubante. Me la figuro invece snella come uno scugnizzo sveglio, scattante come un piccolo gatto nero dagli occhi scintillanti, che, nasino all’insù ed espressione cazzuta, se la guarda, quella Atene così grande e così snob e sorridendo pensa: “Adesso a noi due, città: vediamo chi la spunta!”

Bella non era bella: Frine vuol dire “rospetto”. Ma doveva avere un caratterino, la ragazza, ecco, un caratterino di quelli che come li incroci non puoi fare a meno di dire “Ah, be’!”. Di quelle che un uomo lo rivoltano come un calzino e, se non basta, lo rivoltano ancora; e se lui protesta, o fa anche solo l’anda di protestare, zac zac zac, gli tagliano i panni di dosso grazie ad una lingua tagliente come una spada.

Per andare a letto con lei c’era la coda. Pittori, artisti, filosofi, politici. I turni, come al supermercato. Perché Frine si faceva pagare, e profumatamente: in denaro contante, mica in ciondoli di bigiotteria. Ma non voleva avere amanti fissi, e neanche protettori. Donna d’affari, si amministrava da sola, e applicava anche, a seconda del cliente, tariffe differenziate: se le andavi a genio, potevi anche riuscire a scroccare una notte quasi gratis: il bello di essere imprenditrici di se stesse è soprattutto questo, che cosa fare lo decidi tu. Se qualcuno si lagnava per queste tariffe applicate a capriccio, era sempre Frine a rispondere. Un giorno, Demostene si incazzò di brutto, perché lui pagava, ah se pagava quelle ore di letto, e un altro, un bel giovanetto pittore e spiantato, invece no. E Frine, con un sorriso sarcastico, gli disse, senza una esitazione: “Ma ti sei visto quanto sei brutto e vecchio? E allora, paga!”

Dicono che Prassitele la volle come modella per le sue Veneri. Dicono che, portata in tribunale per immoralità, il suo avvocato, Iperide, scrisse sì una bella orazione di difesa, ma lei si guadagnò da sola l’assoluzione: si presentò davanti ai giudici e fece cadere lo scialle, scoprendo un seno. Tanto bastò a farla mandare assolta, ché la giuria era tutta maschile, e scommetto che alla sera, a casa di Frine, tre quarti dei giudici si presentarono per rivedere l’oggetto troppo frettolosamente occhieggiato. Doveva essere una stronza, ma una stronza da brivido, di quelle che non ne lasciano passare una, e, per giunta, hanno anche buona memoria a ricordarsele. Con gli uomini, nessuna pietà, mai, e per nessun motivo. Ne doveva aver subite tante di umiliazioni, quando non poteva difendersi, che, diventata ricchissima, le volle far pagare tutte. Del resto, era una donna d’affari, anche se di mali affari, e quindi i concetti di dare ed avere erano per lei sacri più degli dei. Anche con i suoi concittadini si regalò il lusso di una bella presa per il culo. Piangevano, i Tebani vinti per le loro belle mura abbattute, fin nell’atrio di casa sua, chiedendole un contributo anonimo, da figlia devota alla patria: i notabili della città spargevano calde, aristocratiche lacrime piene di dignità ed onore, con il sussiego che è proprio degli sconfitti imbecilli. Frine, dal suo palazzo ateniese, sgranò gli occhioni e disse: “Be’ che problema c’è? Le mura le ricostruisco io, tutte, a mie spese!” Costruire i bastioni di quel villaggio sperduto che si credeva una città, in fondo, le costava meno che ritinteggiare i muri di casa. Però aggiunse: “Ma sulle mura nuove ci scrivete: le pagò Frine!”

Ai Tebani venne uno stranguglione: loro, pieni di decoro, sarebbero stati costretti a passare tutti i giorni sotto ad una porta urbica con quel bel cartiglio, a ricordare che dovevano la nuova cinta non solo ad una donna, ma che la loro figlia più famosa all’estero era una puttana? Restarono senza mura, e Frine si tinteggiò casa ridendo del loro stupido orgoglio e della loro dignità da zotici perbenisti. Tanto quei contadini, al massimo, stavano rintanati nei loro campi a conversare con i maiali, e Frine, invece, a casa sua ospitava ogni sera il bel mondo, Prassitele, Demostene, ma persino Filippo e un giovane Alessandro, che si dice con lei amasse conversare.

Non dovevi però cercare di fregarla, Frine. Non perdonava. Faceva la prostituta, ma non per questo si dovevano permettere di trattarla da stupida puttana. Se ne accorse Prassitele, che era il suo amante forse più amato, perché doveva essere uno di quei begli intellettuali dolci, indecisi ed inconcludenti che alle donne di ingegno e di carattere fanno poi perdere la testa. Lei gli disse: “Regalami la tua statua più bella!”. E, in fondo, dopo averlo tenuto nel suo letto tanti anni senza presentargli mai un conto, non era neppure una richiesta esosa. Lui nicchiò, forse perché non voleva separarsi dal suo lavoro, forse perché davvero, da bravo intellettuale cacadubbi, non sapeva identificare la sua opera preferita. Lei risolse alla sua maniera: gli piombò in casa, annunciando trafelata che nello studio di lui era scoppiato un incendio. Lui corse, corse corse e senza riflettere andò a salvare una sola statua, subito, d’istinto. Quando venne fuori, Frine non disse niente, ma allungò la manina per intendere: “Posala là, che è mia”.

Secoli dopo la storia venne ripresa, pari pari, da Conan Doyle, per uno dei racconti di Sherlock Holmes, Uno scandalo in Boemia: quello che ha per protagonista un’altra bella donna di carattere, Irene Adler, l’unica femmina che fa perdere la testa persino ad Holmes. Si chiama Irene, ma è Frine rediviva, e pure se nella finzione in quel caso è Sherlock ad aver la meglio, si capisce che tanto la vincitrice è lei. Perché a Frine non si resiste, non c’è verso, e non c’è maniera. Dalla storia alla letteratura, alla fine la palma la prende lei, che non si atteggiò mai a vittima, non accettò il ruolo di puttana triste, o di mignotta sfruttata: non implorò favori, non fece sconti sui prezzi, o ricatti, o pietì buste regalate come carità, collanine ricordo. I suoi clienti erano potenti, ma lei, lei era una regina, e come tale pretese ed ottenne di venir sempre trattata. Sì, bisognerebbe farla leggere, la sua biografia, a tante aspiranti accompagnatrici che si vendono, ma come carne da macello. Dovrebbero imparare la sua lezione, le sue moderne epigone, e soprattutto il suo credo:la dignità non te la regala il mestiere, ma il carattere.

About these ads