Memo e la pressa

pressa

A Ivan Della Mea

(16 ottobre 1940-14 giugno 2009)

Memo Tiozzo è una montagna d’uomo che, al confronto, il Grappa sembra un colle Euganeo, e di quelli riusciti nemmeno troppo bene. Ha tutto enorme: le spalle, il torace, le braccia, ma quello che ti sconvolge sono le mani, due vanghe che non finiscono mai. Sono forti come presse, e pericolose, perché tanto pesanti che perfino quando ti vuol fare una carezza rischia di lasciarti un livido di ricordo. Non sono roba sua, del resto, le carezze ed i buffetti: in quarant’anni di fabbrica ha dovuto solo smanacciare le macchine e stare alla catena di montaggio, stringere bulloni, girare tenaglie, tutta roba per cui il tocco delicato e le lunghe dita da signorina non servivano, anzi, rischiavano di farti far male.

Cazzo, se ha lavorato, Memo, in quella fabbrica: turni su turni su turni, alzarsi la notte e andare a letto sfatti al mattino, per produrre mattoni tutti uguali, brutti, che, a vederli finiti, non davano neanche la soddisfazione di dire: “L’ho fatto io!”. Per uno stipendio, poi, che a stento arrivavi a fine mese, fra l’affitto, le spese, i bambini che crescevano, gli imprevisti della vita, dura anche quando c’era la Lira, perché adesso che c’è l’Euro stanno lì a lamentarsi per quello, ma non ricordano quanto si penava a far quadrare i conti anche quando non c’era ancora.

Sputare sangue allo stabilimento, ad ammazzarsi di fatica; e sputar veleno contro i padroni, perché anche lì, con quel suo carattere, quel suo fisico e il vocione che rimbomba anche se ti dice solo ciao, immagina se scandisce uno slogan in corteo, figurarsi se di lotte sindacali se n’è fatto mancare una. Non è un dottor sottile, Memo, ché se gli spieghi i cavilli dell’economia e gli scenari internazionali della politica ti guarda come a dire: “Embè?”. Ma certe cose semplici semplici, basilari, le ha capite benissimo, lui: a stare alle presse per ore e ore con un caldo maledetto, portando a casa dei soldi che ti permettono appena appena di sopravvivere fino al mese successivo quelle cose lì le capisci subito, e sulla tua pelle. Per esempio sa che “libertà” vuol dire che non ti possono sbattere nel reparto più schifoso e licenziarti alla prima occasione utile solo perché alla mattina compri un certo giornale, o ti sei fatto la tessera del sindacato, o rompi i coglioni perché gli estintori van controllati e devono funzionare; sa che le donne non vanno assunte con la lettera di dimissioni già firmata in bianco, perché se resti incinta devi lasciare il posto, e se non ci resti, comunque la lettera serve nel caso protesti per il caporeparto che allunga le mani. Le sue battaglie se le è fatte tutte, pur lavorando come un cane, perché Memo è così: grosso come una montagna e ugualmente inamovibile quando decide qualcosa: se è giusto è giusto, se è sbagliato è sbagliato, e in mona quanto si deve penare.

Fra la fabbrica e gli alti e bassi della vita si è tirato su tre figli, due femmine ed un maschio. Tutti laureati, e nessuno andato in fabbrica: si è rotto la schiena lui perché non se la dovessero più rompere loro, ma avessero la loro bella scrivania comoda e potessero andare in ufficio tutte le mattine con una giacca e una camicia, non una maglietta destinata ad intridersi di sudore e caligine appena entrati in reparto.

Sono felici? Qualche volta se lo chiede, quando vengono a trovarlo la domenica per mangiare tutti assieme, negli ultimi tempi più spesso di prima, perché una volta la domenica andavano via con i mariti-fidanzati-morosi di turno, ed ora invece stanno più a casa, al massimo portano anche mariti-fidanzati-morosi di turno a mangiare lì da lui, e quando arrivano li vede sempre più scontrosi, irritati, infastiditi.

Loro sanno parlare di quelle robe lì, l’economia mondiale e la globalizzazione, e la crisi dei mercati e i riverberi delle politiche di Obama sul mercato nazionale ed estero: le hanno studiate bene, loro, quelle cose, e sanno capirne tutti i risvolti e le implicazioni, mentre lui, ecco, alle implicazioni mica ci arriva, anzi, a voler essere proprio sincero sincero, manco saprebbe bene dire cosa siano le “implicazioni”, come parola, cioè. Però, implicazione dopo implicazione, li sente fare dei discorsi che non gli piacciono mica: dicono che sì, insomma, in fondo anche i lavoratori la dovrebbero smettere di rompere il cazzo con tutti questi pretesi diritti, che son pastoie allo sviluppo; che invece di esser contenti e ringraziare Iddio di avere ancora uno stipendio e un posto di lavoro stanno a far fisime e non hanno un minimo di flessibilità sui concetti di contratti a termine, orari, stipendi; che insomma ci sono troppi negri e troppi marocchini in giro, e anche in città bisognerebbe dare qualche bel drizzone a tutta ‘sta gente qui, e magari anche a qualcuno dei nostri, perché insomma, sì, dai, qui non si vive, e a furia di rispettare tutto e tutti, noi che siam qui rischiamo di perdere quel poco che abbiamo, oltre alla nostra identità culturale e non è mica giusto così, eh.

Memo li ascolta, li ascolta li ascolta li ascolta, e un po’ si fa riguardo a interromperli, perché sono i suoi figli, si è fatto il culo per farli studiare e adesso, diamine, ne sanno certamente più di lui; ma quando li sente parlare così e pensa ai suoi anni in fabbrica, e alle sue battaglie, e a quella roba in cui credeva e crede, cioè che si è tutti uguali e quindi bisogna battersi perché tutti vengano rispettati allo stesso modo, le sue mani, grandi come badili, gli prudono, ma gli prudono di tanto. Perché quelli sono i suoi figli, e lui ha lavorato una vita come una bestia, alla pressa e in fabbrica, per sentirli parlare, adesso, manco fossero i figli dei padroni.

Forse era meglio se li lasciava venir su un pochino alla pressa, neh.

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19 pensieri su “Memo e la pressa

  1. Pingback: Digito Ergo Sum » Blog Archive » Ascensore sociale e figli dei padroni

  2. Se fossero venuti su un pochino alla pressa di sti tempi sarebbero stati probabilmente più razzisti ed inclini all’accettar riduzioni di diritti. E cmq i figli dei memo che conosco hanno tutt’altri valori. Purtroppo di memo non ve n’erano poi così tanti nemmeno in passato, anche se all’apparenza erano la maggioranza degli operai.

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  3. bella, sì, come storia singola. se posso permettermi una segnalazione, l’ultima serie di post sullo stesso argomento di questo blog (www.wolfstep.cc), però, è mooolto più rappresentativa del reale.

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  4. Pingback: Pensieri (isolati) di Fabbrone » Blog Archive » Memo e la pressa

  5. già letti e già apprezzati. quei post, perlomeno stando a quel che posso vedere io dalle mie parti, rispecchiano meglio la situazione. tra l’altro ne avevamo già parlato ai tempi
    il “problema” – si fa per dire, i problemi sono altri – è che molti pensano la maggioranza degli operai si possa riconoscere nel protagonista di questo post

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  6. La maggioranza degli operai non è mai stata “Memo”, altrimenti questo paese avrebbe avuto altra gente al comando in politica da quel dì (e non parlo di altri partiti politici, intendo dire proprio persone diverse, con ben altro senso dello stato, del rispetto e anche della moralità!). Non si può cadere però nell’eccesso opposto e dire che i “Memo” sono una invenzione letteraria o una minoranza trascurabile, perché non è vero nemmeno quello. Alcuni non fanno nemmeno gli operai: sono impiegati, bancari, insegnanti. Si sono spaccati la schiena per far sì che i figli avessero maggiori opportunità di quelle che hanno avuto loro, hanno cercato di incucare ai pargoli i valori del rispetto, della laicità, della libertà e della democrazia. E mo si ritrovano alle prese con una generazione di conservatori, di borghesi piccoli piccoli, anzi, minuscoli: spaventati, egoisti, razzisti e arrogantelli. Se li guardano e hanno l’impressione di aver sbagliato veramente tutto, soprattutto di aver sbagliato a non strozzarli nella culla, quei figlioli là.

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  7. Avevo paura, iniziando a leggere, che finisse che Memo era diventato leghista. In fondo, preferisco che sia finita così, è brutto perdere le proprie bandiere

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