La Regina del Supermarket

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Corre, non a fari spenti, ma nella notte sì. Certe tirate lunghe lunghe, col macchinone nero, che parte dal cortile della sua villa e si perde nel niente, mentre la moglie fa finta di non sentire e la madre, la madre sente, e spia, ma le tocca star zitta per non far peggio, ed è la prima volta nella sua vita.

Dove scappi in macchina, Alfonso Crespano, sera dopo sera, se lo domandano molti, a Spinola. Nei paesi è così, quando qualcuno è Qualcuno: sei autorizzato a far tutto, ma tutti sono autorizzati a farsi i fatti tuoi.

A svelare il mistero ci pensa Giulietta, naturalmente: “Si è messo con la Betty Crovato, lo sai?”

La guardo. Il nome non mi dice niente.

Ma sìììì! La Betty! Dai, non è possibile che non sai chi è! La cassiera! Quella del supermercato!”

Niente. Nessun flash.

Il Tricheco!”

Finalmente, dalle nebbia della memoria, emerge un’immagine: una fila di carrelli, un bancone e lei, la monumentale ragazzona poco più che trentenne, assisa come un Buddha sul suo trespolo, a digitare gli importi di scatolette e succhi di frutta.

Non è che la conosca, a dire il vero. Ma il paese è piccolo, il supermercato uno, e poi lei non notarla è impossibile, e non è solo questione di stazza. La Betty, oltre ai chili, ha qualcosa in più che non sfugge. Certo, i chili sono tanti, e ballonzolano di continuo, persino sotto il camice vasto quanto un tendone da circo, che il capo del personale le ha regalato dopo averlo cercato apposta in un negozio taglie forti. Betty lo porta però con l’allegra nonchalance con cui Claudia Shiffer portava gli abiti di Versace, e gli zoccoli verdastri che ha ai piedi sembrano scicchissimi sandaletti con tacco assassino di una Carrie Bradshow. In testa, a trattenere un cespuglio di ricci ribelli, l’immancabile bandana, con un mollettone che evita la frana a capelli anche loro grossi e spessi, colorati di un rosso improbabile, di sua invenzione; sotto due occhi bistrati modello Cleopatra, ma un po’ più carichi di nero, e labbra piene; quando si aprono, mandano fuori un vocione che lo senti anche attraverso mille scansie, perché passa più muri di una benedizione del parroco.

Di lei so poco, tranne che ha un figlio piccolo e non è mai stata sposata. Ho un ricordo vago, di un incrocio sulla pista di una discoteca, io con una compagnia d’amici, lei con un’altra, io seduta sul divanetto perché a ballare sono un manico di scopa, lei in mezzo alla pista, a dimenarsi come un’invasata con contagiosa allegria e ironia, tanto che quando le gridavano: “Sul cubo! Sul cubo!” lei rispondeva: “Cossa xé, come cubo mi no ve basto?

Ma s’è completamente rincoglionito? – sta dicendo Giulia – Dio Santo, in fatto di donne, i suoi gusti continuano a peggiorare! Molla te per mettersi con quella mummia rinsecchita di Patrizia, che pare la Gelmini un po’ più brutta, e poi si va raccattare quella?”

Nell’universo di Giulia, lo standard è Beyoncé, già J-Lo ha troppo culo, e mezz’etto in più sul giro vita fa scattare la paternale del ti trascuri-non è possibile-non ci si lascia andare così. Solidale in questo con la signora Crespano senior, la due si ritrovano nello stesso Beauty center ogni settimana, a far le saune e i massaggi, e non so che altre terapie stregonesche, per combattere senza tregua quel dito di grasso che, inavvertitamente, qualche volta rimpannuccia loro le anche dopo le feste comandate, e non s’è mai capito come si permetta, il mascalzone, ohè.

Io proprio Alfonso non l’ho mai capito! E dicevi anche che era intelligente, te!” scuote la testa, come gliel’ho vista scuotere quando venne fuori che Carlo d’Inghilterra s’era messo con Camilla, piantando Diana, e Giulia lo prese come uno sgarbo personale, perché, se sei un principe sposato con Lady D, quando la tradisci ti devi mettere assieme come minimo con Kate Moss, non con una vecchia che ha la faccia di un cavallo.

E invece, chissà come mai, forse perché lo conosco bene, forse perché sono passati troppi anni per serbare verso di lui rancore o nutrire ancora gelosie di possesso, io non mi stupisco, e non mi indigno, anzi, quasi mi sento sollevata e felice. Me lo vedo, Alfonso, abituato a cenare sera dopo sera con quelle due donne che pesano ogni cosa mettono in bocca, per valutare se è abbastanza scondito e leggero, e non si lasciano scappare un sorriso perché fa venire le zampe di gallina al contorno occhi; vivono sedute in pizzo di sedia, non fanno mai nulla che sia inelegante, o sguaiato, o sopra le righe, e persino quando respirano prima si chiedono se respirare così sia più o meno chic. Trovarsi di fronte la Regina del Supermercato, che quando ti vede incerta davanti al banco dei formaggi, ti grida dall’altro capo del locale: “La toga la burrata, no la mozzarella, che la mozzarella light no la sa da niente, e ‘staltra xé bona da lecarse i déi, anca se la ingrassa, la se fidi!” deve avergli aperto un mondo di prospettive nuove, di sconfinate libertà. Non mi spiazza che scappi ogni sera dal suo bel castello, per andare a trovare la sua principessa sovrappeso in un monolocale, dove non lo accoglie una silfide dalle trecce bionde e il broncio da insalata, ma una bella donna abbondante dai capelli spiritati, il sorriso contagioso, che gli mette in tavola un piatto di pasta e poi se lo coccola, come coccola il suo paffuto bambino.

L’amore può essere strano, e anche cieco, ma proprio del tutto senza motivo, mai.

Colonna sonora qui. Bruce Springsteeen, The Queen of Supermarket.

Al solito, è una storia di fantasia. Nel Nordest vero, gli imprenditori, quando tradiscono le mogli, al massimo si mettono con una badante moldava, però con misure da top model. È tassativo, neh.

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12 pensieri su “La Regina del Supermarket

  1. Sarà anche una storia di fantasia, ma è molto bella ed è anche verosimile. Quanto mi ricorda una certa situazione di vita vissuta! E come ci restano male, le cosiddette figone, quando si vedono preferire una donna che, secondo loro, mai e poi mai potrà destare l’interesse di un uomo!

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  2. @->Paolo: anche a me veniva in mente Rosalina…poi ho scelto Springsteen perché era l’ispiratore del titolo.

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  3. @->Guidus: sì, però anche noi magre non massacrateci…non siamo tutte così rompipalle. A mia discolpa, posso dire che io almeno so cucinare. 😉

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  4. Dunque…anzitutto mi ricordo “Lost in the supermarket” dei Clash.
    Indi,a me vengono in mente mete alternative del macchinone nero del tipo.
    Alcune son forse meno emotivamente onerose,dacchè con spese tutto sommato modeste si risolve il bisogno estetico e fisico.
    Difatti una relazione fissa, ancorchè clandestina o quasi, ti fa prendere uno schioppone di bile,prima o poi ,specie se l’aggiungi ad altre due relazioni fisse, di cui una sola – quella con la mugliera – realmente troncabile.
    E adesso basta,che in questo blog del puttaniere me lo son già preso almeno quattro volte:e i di qui frequentatori aspettan solo il pretesto,quei comunisti cattivi.
    ;-D
    Inchino e baciamano: sì,ho capito, vado dietro la lavagna e ci resto ad libitum.

    Ghino La Ganga

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