L’ansia e la signora Crespano

pioggia1

Tàc, tactàc, tàc, tatatatatàc: sembrano colpi di mitra gli scrosci di pioggia che squassano i vetri, nel buio della notte. Raffiche, illuminate di tanto in tanto dal blu elettrico di un fulmine.

Mi giro e mi rigiro nel letto, senza riuscire a trovar pace. Sono le tre e mezza, mi informa premuroso l’orologio sul comodino, il cui discreto tictòc è completamente coperto dall’iradiddio che s’è scatenata fuori.

Drìiiiiin…il trillo del telefono mi strappa definitivamente al mio dormiveglia agitato. Riguardo l’ora. L’istinto mi spinge ad un immediato computo delle probabilità: mamma e papà sono a casa, di là, e non ho nessun altro parente così prossimo la cui improvvisa dipartita giustifichi una chiamata notturna: chi diavolo può essere?

Pronto?”sibilo alla cornetta, infuriata, temendo lo scherzo di qualche bontempone insonne.

Dall’altro capo un attimo di silenzio trattenuto.

Pronto, ma chi è?”

Sono…sono Gabriella Crespano.” dice una voce titubante, che però non riesce a nascondere una innata abitudine al comando.

E’ il mio turno di restare ammutolita. Controllo l’ora, pensando di non averla vista bene.

Signora Crespano? Ma…che cosa vuole?”

Ecco, io…sto cercando Alfonso. È lì da te?”

Mi siedo sul letto, srotolandomi di dosso lenzuola e trapunta e guardandomi intorno, per assicurarmi di essere davvero sveglia e con la cornetta in mano.

Alfonso? Alle tre di mattina? E perché diavolo dovrebbe essere qui da me?”

Nuova sventagliata di pioggia a mitraglia sui vetri dell’abbaino.

Sì, certo, scusami per il disturbo…ma è andato via da qui ore fa e non è a casa sua, Patrizia non ne sa niente, non risponde al cellulare, con questo tempo sono in ansia, non vorrei gli fosse capitato qualcosa, così ho pensato che magari tu sapevi dove potesse essere…”

Sono anni che non ci frequentiamo più, signora.” replico gelida.

Certo, certo, ti prego di scusarmi.”

Mi pento del tono brusco.

Ha provato a chiamare i Carabinieri? Se è successo un qualche incidente, loro lo sanno di sicuro…”

Naturalmente. – si riprende lei, recuperando il solito tono orgoglioso e freddo – Ho già allertato il Comandante. Perdonami se ti ho svegliato.”.

Un rapido clic segnala la chiusura della conversazione, mentre io fisso la cornetta che mi è rimasta in mano come un coso senza un perché.

Il lampo che squarcia il buio del temporale è un flash che mi permette, all’improvviso, di ricostruire uno scenario a me anche troppo familiare, in passato: un litigio furibondo fra madre e figlio, l’ennesimo; Alfonso che sbatte la porta, prende la macchina, va via, e arriva dopo pochi minuti da me, per sfogarsi. Non la sopporto più, mi rovina la vita, vuole controllare sempre tutto, non ce la faccio. Sembrano passati secoli, addirittura millenni. Lo rivedo seduto nell’angolo, la testa fra le mani, negli occhi la luce di una rabbia trascinata dall’infanzia e sempre tenuta nascosta, una inestricabile matassa di un amore-odio, un nodo gordiano che non aveva, non ha, non avrà mai il coraggio di tagliare.

Mi avvicino alla finestra, tirandomi addosso il lenzuolo, come una coperta di Linus. Fuori il temporale infuria, l’acqua scroscia a secchiate, inonda tutto. Nel buio del diluvio si indovinano a stento, lontane, le lucine di poche case o dei fanali, sepolte e naufragate sotto il muro di pioggia che viene giù a cascata.

Un tempo avrei pensato a lui. Mi sarei arrovellata chiedendomi dove potesse essere andato a riparasi da quello sfracello, come potessi recuperarlo, chi contattare. Avrei maledetto, per l’ennesima volta, quella madre che lo faceva impazzire, con le sue ansie assurde, il suo amore soffocante, la sua ossessione per controllo di ogni minimo particolare. Un tempo, sì. Ora, strano a dirsi, no: fisso un bagliore opalescente, fuori, l’aura di una finestra illuminata, là dove so essere la loro villa, la loro magione, quella specie di maniero.

Riesco ad immaginarla, Gabriella Crespano, seduta al centro del suo letto a baldacchino, mentre tiene in mano anche lei una cornetta di cui non sa più che fare, la vestaglia semiaperta, i capelli per una volta non perfettamente imbalsamati dalla messa in piega, ma divisi in tante piccole ciocche disordinate e sudaticce, in mezzo alle quali si indovina, pur sotto la tinta, qualche filo bianco. Fra il bagliore di un lampo e l’altro, attorniata da un cumulo di vecchie agendine ripescate dal suo trumeau d’antiquariato, cerca, con febbrile disperazione, i numeri di tutti gli amici e i conoscenti del figlio, per tentare di rintracciarlo, disposta, come una qualsiasi madre, a pietire, sollecitare, smuovere amicizie, riscuotere favori, coprirsi di ridicolo, pur di avere la certezza che il suo Alfonso è in salvo, e sta bene. La vedo sfogliare le pagine, mi chiedo quante telefonate abbia fatto prima di arrivare al numero mio, sepolto in chissà quale sua lontana rubrica; deve averla guardata a lungo, la fila di piccole cifre accanto al mio nome, e composta solo ed esclusivamente quando ormai aveva esaurito tutte le possibilità alternative di avere notizie, perché l’odio feroce che c’è sempre stato fra me e lei è di quelli che durano non una vita, ma l’eternità intera, e prescinde dalle stesse circostanze che lo hanno fatto germogliare. La vedo, sì, per la prima volta, forse, come realmente è e come non si è mai voluta vedere neanche lei, e cioè sola, nella sua grande casa, spaventata ma mai doma, impegnata ad organizzare, pianificare, tenere in piedi le fortune ed il destino della famiglia anche quando tutto e tutti le scappano di mano e le si rivoltano contro, a combattere testardamente perché il mondo ed il destino obbediscano ai suoi piani e si conformino ai suoi desideri, perché questo è l’unico modo con cui sa rapportarsi alla realtà, e cioè cercare di piegarla. Non lo avrei mai creduto possibile, ma per quella donna orribile provo, per la prima volta in vita mia, un istintivo moto di compassione, quasi di tenerezza.

Tàc, tàc, tactàc, tàc, tatatatatàc. Continua a piovere. Torno a letto. Tanto lo so che non riuscirò a dormire.

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12 pensieri su “L’ansia e la signora Crespano

  1. Notizia inutile: dalla mia vacanza sono tornato anzitempo. Preferisco scrivere “anzitempo” al posto di “prima” nel tentativo di abbellire anche la “vacanza”, così i lettori magari pensano “è stato via poco, ma sicuramente se l’è goduta”. Invece no, è stata solo una triste avventura.

    Comunque…

    Butto l’occhio sull’immagine che intitola il post e mi metto a leggere. Solo alla fine capisco che è una foto di un vetro bagnato dalla pioggia. Giuro che mi sembrava la schiena di un uomo, imperlata dal sudore o da una calda doccia, in bianco e nero, come quelle che appaiono nelle pubblicità dei profumi. Non credevo che quegli sciagurati creativi mi avessero traviato a tal punto. Bastardi!

    Comunque…

    Il post mi ispira una vagonata di commenti, ma cadrei nel personale, quindi pongo solo una domanda: vale più una vita di certezze e una notte d’ansia, oppure il costante scontro con la realtà e (troppe) notti insonni coccolati da un leggero male di vivere?

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  2. @->Goodidea: mi spiace per la vacanza breve e, immagino dal tono del commento, non esaltante.
    Quanto alla domanda posta…non saprei, io, se non mi tiene sveglia un finimondo o qualcuno che telefona, la notte da sempre dormo come un angioletto. 😉

    PS: ho dimenticato di aggiungere la solita postilla: è un racconto di fantasia, eccetera, eccetera eccetera…

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  3. @ Galatea
    Io riesco a dormire come un “angioletto” anche dopo un giornata passata in guerra con me e con gli altri. Da qui se ne deduce che, per alcuni, è peggiore il timore dell’ansia dell’ansia stessa.

    @ Overseas
    Se gli scuri sono chiusi durante una notte di tempesta, il pathos va a farsi benedire. Oppure Galatea usa le tapparelle.
    Alcune donne mi hanno confessato che il rumore della pioggia sui vetri mentre riposano a letto è spesso molto piacevole. Chiederò a Sigmund Freud se esistono delle simbologie.

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  4. eh,povera donna.
    Se il figlio facesse qualche anno di seria analisi, sarebbe bene per lei e a lui:spenderebbero qualche liretta e risparmierebbero in telefono,calmanti e cardiotonici, almeno.
    Magari sperava che qualcuno le dicesse un “signora,come sta?Brutto momento,eh? Faccia sapere,anche se mi è stata sempre sul cazzo è un essere umano, tocca pensare anche a lei”.
    Ma verrà col tempo, hai visto mai.
    L’Alfonso?
    Quando ci sono due personalità di donna a confrontarsi,quello è solo un dettaglio.
    Il dramma vero sarà quando lo scoprirà, il tapino.
    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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