La domenica

scorcio-piazza

Alberto non ci si abituerà mai. Essì che ormai, dalle nostre parti, ci vive da una vita, e, prima, il mondo lo ha percorso in lungo e in largo, con quella felice zingaraggine che è propria dei Genovesi, cioè il partire per andar a scoprire cosa c’è un po’ più in là e poi non riuscire più a tornare. Ma la nostra terra lo spiazza sempre un poco, e la nostra gente, poi, del tutto.

Parete fermi nel tempo.” dice e scuote la testa, perplesso e assieme affascinato.

La domenica mattina il suo rito imprescindibile è scendere dal letto, appicciarsi l’immancabile sigaretta, aprire la finestra del suo appartamento, che dà giusto giusto sul sagrato della chiesa di Spinola, e guardarlo come un affresco, quel popolo che si sgrana là sotto, uscendo da messa ed entrando nel bar, o viceversa, a seconda dell’orario e del tempo atmosferico.

Guardali, sono bellissimi! Un film con De Sica.” mi dice quando arrivo e lo trovo lì, incantato.

Ha in mente Vittorio, naturalmente, ché, da cinefilo senza sconti, nominargli quelli del figlio è peggio che lasciarsi scappare una bestemmia. Capisco che vuol dire: spiandoli dall’alto sembrano proprio una scena di Pane, Amore e Fantasia, gli Spinolesi. All’entrata di messa li vedi lì, tutti in frotta, sul sagrato rifatto da poco e ampliato, rosicando un po’ di terreno al demanio, proprio per accogliere la loro sosta. Vestiti a festa, con l’abito buono della domenica, proprio come s’usava un tempo, fanno capannelli rigorosamente divisi per casta, età, professione. Io che li conosco ad uno ad uno, ben più di lui, individuo meglio i gruppi nel brulicare di teste. Accanto la porta della chiesa, c’è lo zoccolo duro degli impegnati in parrocchia, quelli che non mancano una riunione o un consiglio o un’assemblea, e non sono buoni a distaccarsi dal parroco neanche quel tanto da scendere due gradini: sono un miscuglio di donne dall’aria dimessa ed un po’ tozza, i cui capelli sono ignari da sempre di ogni arte della messimpiega, affiancate da un nugolo di mariti un po’ bolsi, con pancetta prominente e calvizie ben più che accennata, volto glabro segnato da guanciotte già pendule di cui il vago sorriso bonario non riesce a contenere la tendenza alla frana. Alcuni osano persino una divisa da capo scout, e scoprono gambuzze pallide e ginocchia bianchicce, che domani mattina si vendicheranno con atroci crampi, visto che la primavera è arrivata sul calendario, ma il freddo frizzante non molla la postazione.

A poca distanza, i notabili di media grandezza, l’avvocato Barison, il dottor Pastorio, il farmacista e gentile signora, che fanno gruppo tra loro, a parte, impegnati in confabulari ammiccanti, come i membri di una setta che si riconosce dal comune giornale di destra arrotolato e tenuto sotto braccio, di cui non hanno mai letto una pagina, invero, tranne forse quella dello sport e un paio di righe dell’articolo di fondo, tanto per informarsi che cosa devono pensare sull’argomento del giorno, e quale sia quello fresco di giornata. Le loro, del resto, sono solo le quattro chiacchiere per ingannare il tempo dell’attesa, perché il compito precipuo è quello di aspettare l’arrivo della signora Crespano e famiglia, i quali giungono sempre all’ultimo momento, tanto il banco in chiesa è sorta una proprietà privata da tempo immemorabile.

Il manifestarsi della Crespano porta un piccolo rimescolamento sul sagrato, perché alla signora è dovuto l’omaggio non solo del parroco, che sorride benignamente, ma rimanendo in alto dei gradini – a sottolineare che i soldi sono soldi, però il Potere della Chiesa è di più – ma anche quello del gruppo dei politici. Nell’incipienza delle elezioni, il sindaco Taragnin non può che racimolare ed ostentare strette di mani e familiarità con chiunque, e quando la signora Crespano arriva, per un attimo medita se non sia il caso di profondersi in un baciamano; se si trattiene, non è per un’improvvisa presa di coscienza di quanto sarebbe ridicolo ad inchinarsi, lui che a stento le arriva al bacino in punta di piedi, ma solo perché si rende conto che la signora, da dea che sa fare il suo mestiere, la mano da baciare non gliela concederebbe mai. In mezzo è tutto un correre di bambini che gridano, cercando di strapparsi vicendevolmente la play station mobile di mano, di madri e padri quarantenni che li inseguono trafelati o se ne strafregano bellamente, presi a messaggiare con il telefonino a Diosacchì, ché c’è da prendere accordi per il resto della giornata, di anziani che arrivano in bicicletta, sostano, salutano qualcuno o qualcun altro gridando “Toni!” e “Bepi!” come se non li vedessero da secoli, quando invece si sono lasciati pochi minuti prima, davanti al bianchetto in osteria.

Fantastico – commenta Alberto – ci mancano davvero solo il Maresciallo e la Bersagliera!”

No! – faccio io scoppiando in una risata – ci mancano anche il trans che è l’amante di ****, e si è fatto comprare casa a venti metri dal centro, dopo aver raggiunto un accordo fra gentildonne con la moglie dell’amato, e *****, che è un po’ in ritardo, probabilmente perché deve recuperare da ***** i soldi che gli ha prestato a strozzo e gli affitti in nero dalle prostitute nigeriane che ospita nei suoi appartamenti, intestati a prestanome; e poi ******, che stamattina non viene, perché ieri sera, a quanto ne so, è quasi andato in overdose di cocaina, e dovrebbe saperlo di non comprarla da *******, ché la taglia male per guadagnare di più. E non c’è neanche ******, che il marito crede alle terme con le amiche, mentre è alle terme, sì, ma con ******, che è di certo il suo migliore amico e anche il socio del marito, tanto fidato che da anni frega di nascosto nei bilanci dell’azienda…”

Cazzo! – fa Alberto, sconvolto – E io che credevo di vivere in un fotogramma di una commedia brillante con Vittorio De Sica!”

Be’, probabilmente è il fotogramma di una commedia di De Sica. Ma di quelle di Christian, rassegnati.”

Chiude la finestra, spenge la sigaretta: “Vabbe’, scegli tu che andiamo a vedere al cinema, stasera.”

A scanso di equivoci, si ribadisce che Spinola è una cittadina del tutto immaginaria, abitata da personaggi immaginari e dove avvengono cose che sono solo frutto della sbrigliata fantasia dell’autrice. Se a qualcuno sembra che taluni fatti riecheggino personaggi e/o avvenimenti reali presenti o futuri accaduti da qualche parte la spiegazione è semplice: di questi tempi la realtà ha scarsa fantasia e copia dal mio blog.

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5 pensieri su “La domenica

  1. @->warkin: io, in realtà, li ho sempre guardati con interesse, al di là della risata che possono o non possono strappare. Sono uno spaccato antropologico fenomenale della nostra Italia volgarotta, ignorante, furbesca e crassa, proprio perchè nel descrivere i personaggi non mettono nessun “filtro”, dato che si propongono unicamente di fare cassetta. Credo che si potrebbe ricostruire il mutamento della nostra società negli ultimi 30 anni basandosi solo su quelli. Sono assolutamente trasversali (difatti ormai li fanno anche la Ferilli e Ghini) e mettono in scena la pancia del paese. Se alcuni intellettuali con la puzza sotto il naso li guardassero di più, credo che comprenderebbero meglio come è l’Italia attuale, da dove viene e dove sta andando. Un giorno devo scriverci un post su ‘sta roba. Poi non mi leggerete più, probabilmente, vedendo che razza di roba vedo… 😉

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  2. Cara Galatea, io sono di parte (vivo di cinema) quindi vedo spesso solo l’aspetto economico, ben vengano i film di questo tipo. :)) buona domenica.

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  3. Galatea, penso che solo tu saresti potuta riuscire nell’impresa di convincermi che qualche film di De Sica jr., dopotutto, occorrerebbe vederlo. Aspetto con ansia il post di approfondimento, anche per potermi meglio orientare nella filmografia. 🙂

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