Il giovane leader

bimbopiange

È la sera sbagliata per andare ad un incontro, lo so: ho già le scatole girate di mio, in più piove, in più ho un leggero malstare addosso, quello che non sapresti neanche tu dire cosa è, però cosa non è lo sai di preciso: non è stare in forma. Ma al telefono Francesco è stato pressante, e suadente, e persuasivo; e quando s’è accorto che tutto questo ancora non bastava, è stato, come è sempre quando vuole ottenere qualcosa, vittimista e vagamente ricattatorio: “Ma dai, non puoi mancare, avanti! Mi sono fatto in quattro per organizzare questa serata, riuscire ad invitarlo! Adesso non mi tirare il bidone, su!”

È sempre così, Francesco, dacché lo conosco: lui fa le cose, e poi ti ci trovi in mezzo tu. Hai un bel dirgli che non te ne frega nulla, e non te ne potrebbe fregare di meno, della sua associazione culturalnonsocosa, che alterna cineforum istruttivi in lingua madre sulle promesse del nuovo cinema iraniano, cene con giornalisti pressapoco noti, gite culturali dalle profonde valenze ecologiche e assaggi di prodotti local: lui ti ascolta, pare aver capito, annuisce pure: poi, alla fine del discorso, sorride con aria tenerona e dice: “Vabbe’, ma vieni, no? Mica puoi lasciarmi da solo.” Lo fa a tutti gli amici, il discorso, è ovvio; e tutti, alla fine, vanno, consci che no, da solo non lo si può lasciare: anche perché da solo, Francesco, potrebbe combinare qualsiasi disastro. Così ogni volta raccatta un pubblico abbastanza vasto da evitare la figuraccia, e potersi presentare agli occhi del blasonato ospite come un organizzatore provetto di incontri e eventi. Ci sono uomini che sono graziati dalla loro incompetenza, e Francesco è uno di loro.

L’ultima grande passione di Francesco è la politica, nel senso di impegno per creare una società migliore. Un certo vago interesse l’aveva sempre nutrito, ma in passato era una cosa accessoria, come un ghirigoro su una poltrona rococò: quel tanto che bastava per farlo dire “di sinistra” alle cene fra amici, e testimoniare in tal senso la sua innata sensibilità verso il prossimo, purché inteso in senso lato e più generico possibile.

Invece da qualche mese l’interesse per il sociale l’ha travolto, tanto che trascura persino la mountain bike, ed è tutto dire. Si è fatto più serioso e compito: la mattina lo trovi al bar, con il giornale srotolato accanto al cappuccino, ed una faccia doverosamente scura e preoccupata per la situazione nazionale, internazionale, mondiale e planetaria. Che sarà risolta, a suo dire, con una sola grande mossa: il ricambio generazionale. Perché il problema dell’Italia e del mondo è uno solo, i vecchi, e la soluzione una sola, i giovani al potere.

Nella foga di accreditarsi nel suo nuovo ruolo di animatore politico, Francesco ha deciso di organizzare una serata a tema nel teatro locale: I giovani e il potere: chi ci esclude dalla stanza dei bottoni?, titolo che, tra l’altro, gli ho dovuto inventare io, perché lui voleva intitolarla: Le prospettive dei giovani di entrare nella gestione attiva della politica, una roba cioè che da sola avrebbe spiegato in maniera egregia perché nessuno lascia gestire, a tali giovani, nemmeno una sezione di periferia. Trovato come chiamarla, ha invitato come relatore per la serata lui, anzi, Lui, il Giovane Leader, l’uomo che per Francesco è ora il punto di riferimento come per Mosè il roveto ardente e per Paolo la voce che lo faceva campitombolare ai crocicchi damasceni.

Quando arrivo al teatro, il clima è quello di composta fibrillazione. Francesco, oltre a me, ha mobilitato tutti i conoscenti con il passaparola, e parimenti ha fatto Luisella, la sua da sempre morosa. Tant’è che il teatro, anche se piccino, è quasi pieno. Oddio, di giovani, a onor del vero, se ne vedono pochini, ma pochini davvero. L’età media del pubblico è abbondantemente sopra i quaranta, in alcuni casi cinquanta, per quanto portati con ferrea determinazione a dimostrarne meno. Di ventenni non se ne vedono proprio, salvo una, che però è la sorella più giovane di Luisella, e quindi è lì non per interesse proprio, ma per pietà familiare. La platea è divisa in due ali ben distinte: da un lato quella della sinistra chic di provincia, formata da bionde ex ragazze cinquantenni accompagnate da mariti pallidi ed esausti dopo una giornata in ufficio e figli trentenni sbarbati, incravattati, con giacche blu dal taglio vorrei-essere-manager e occhio pescelessico di chi ha passato l’adolescenza a sorbirsi trallalerotrallalà all’Azione Cattolica.

È una tribù di donne in visone, ma sdrammatizzato da cappello a falda con piumaggio improbabile a mo’ di decoro estroso, per dire che sì, alla fine anche loro si sono fatte la pelliccia come un tempo la loro mamma, però in testa portano ancora per vezzo copricapi più adatti a Maga Magò, perché nell’animo sono e restano alternative; e di giovani fidanzate non ancora in visone, ma determinate a diventarlo non appena riusciranno a farsi accreditare come mogli.

Dall’altra parte della sala, c’è invece la sinistra sgarrupata, cioè coppie di quarantenni, in cui il lui indossa felpa smangiata dal colore imprecisabile, lei gonna a fiori stile falso hippy, ed entrambi hanno capelli quasi rasta e orecchino al lobo o sul naso. Discosti, come chi è venuto lì ma solo per dare i voti, ci sono ex rifondaroli assortiti, con giacche in velluto da intellettuale cresciuto a botte di Adorno e commissario Montalbano, e l’espressione altera di chi si sa sempre più a sinistra e più avanti di tutti.

Lui, che è arrivato con qualche minuto di anticipo perché Luisella s’è premurata di andarlo a prendere, è seminascosto in lato al palco, con Francesco che se lo coccola come la chioccia il suo pulcino meglio riuscito. Ha il sorriso da astro nascente e si mette di profilo come chi ha già fatto qualche passaggio per tv nazionali e un paio di interviste a blog, e quindi si sente un veterano della comunicazione politica. Devono avergli detto che conto qualcosa, perché, quando Francesco dice il mio nome per presentarmi, fa finta di provare un minimo interesse per me, e mi sorride come se mi guardasse davvero, mentre il vuoto degli occhi dimostra chiaramente che sta ripassando a mente il discorso da sciorinare al popolo colà raccolto, o forse conta le mattonelle del pavimento per ingannare l’attesa, chissà. Mi ritrovo a stringere una mano distratta che ha fretta di scivolare via, e difatti lo fa senza lasciar traccia di sé.

Salito sul palco, me lo guardo curiosa, questo bell’esemplare di ggiovane, come un etologo guarderebbe una specie da studiare. È belloccio, sorridente, elegante, con la camicia in tono con la cravatta, la cravatta in tono col fazzoletto, e l’insieme in giusta nuance persino con i fiori che gli hanno messo sul tavolo: questa è classe, ça va sans dire. Ha una voce non troppo alta, non troppo bassa, di base un po’ chioccia, forse, ma ne sa trarre toni caldi, il che dimostra che i soldi spesi con il coach di dizione sono stati un investimento saggio. Pare un gatto che soffia, in effetti: uno di quei bei gattoni che crescono stravaccati sul cuscino di casa e paiono placidi placidi, anche se ogni tanto un guizzo negli occhi e un fremito dei baffi ti fa capire che, gli convenisse, una zampata sono sempre capaci di darla.

Quando inizia a parlare, in effetti sembra proprio il ron ron di un felino, quello che produce: un rumore di sottofondo in cui già indovini il senso complessivo, anche se non cogli di preciso tutto. Ogni tanto emerge qualche parola chiave: democrazia, meritocrazia, internet, rinnovamento, giovani, naturalmente, e poi all’improvviso un Obama, che oramai è come il ketchup, si spalma su tutto. Si vede che lui si sente la versione italiana e palliducola di quell’Obama lì, solo che Obama, quando parla, dice, e questo, gira e rigira, dopo mezz’ora non ha ancora proferito un beneamato nulla.

Quando finalmente, dopo un preambolo di avvicinamento che ha più volute di una scala a chiocciola, sembra voler entrare in argomento, cioè spiegare perché in Italia per i ggiovani è tanto difficile farsi prendere sul serio, ommioddio, il patatràc: tutto il fascino si stempera in un lagnetto da bimbo isterico. Curva la boccuccia, fa gli occhi da cagnetto bastonato, e attacca a frignare come un pupo: Non ci fanno entrare, non ci ascoltano, siamo emarginati, questi non se ne vanno….poco ci manca che aggiunga: maestra, ci fanno i dispetti! e punti i piedi per terra, succhiandosi il pollicione.

Mi volto intorno, chiedendomi se sono l’unica che prova imbarazzo, ma pare di sì: nelle prime file distinguo i vecchi compagni di scuola che annuiscono con la faccia seria e compunta che avevano, al liceo, nel prendere appunti di letteratura greca. Quasi quasi sembrano sul punto di farsi spuntare una lacrimuccia pure loro, perché sono concordi nel giudicare ingiusto essere così tagliati fuori dalla stanza dei bottoni, la quale, a quanto ne dicono, deve essere un posto in cui ci si diverte un sacco.

O madonnina santa, mi dico io, sarebbe questo il grande condottiero che dovrebbe guidare la mia generazione alla vittoria? E noi i suoi soldati? Noi, quelli strizzati nel vestito buono, convinti di essere pronti ad ogni sacrificio perché abbiam saputo rinunciare, un sabato sera, alla pizza e cinemino che da sempre corona il nostro tranquillo fine settimana?

Il sistema è cattivo, sta intanto dicendo Lui, con una voce che ormai a stento trattiene i toni acuti.

Io ci penso e dentro me dico: embé? A mia memoria di storica, non ne ricordo uno che non sia stato cattivo; in verità ce ne sono stati alcuni anche pessimi; e non ricordo una sola generazione che abbia lasciato il comando di sua spontanea volontà. Quella storia dei padri nobili che lasciano il potere ai figli è una bubbola della propaganda: da sempre chi sta al potere vuole una cosa sola, tenerselo, e chi vuole averlo una sola cosa può fare: prenderlo, se ne è capace, o rodersi il fegato nell’ombra. Il potere non è un omogeneizzato che mamma ti fa trovare pronto e ti dà da mangiare con il cucchiaio, attenta a centrare bene la bocca, che sennò tu piangi e strepiti. È qualcosa che si conquista, e a cui non si ha alcun diritto a priori. È un lavoraccio per cui devi mettere in gioco tutto te stesso, rischiare, farti un culo così, trovare idee nuove e soluzioni originali, sperimentare strategie e triagolazioni impreviste; una lotta che non conosce soste e non si può fermare per il weekend o perché non si può rimandare il barbecue tra amici.

Lo vuoi? Sta a te dimostrare che te lo meriti. Sennò puoi fare altre cose, divertenti, interessanti, o anche soltanto sciocche. Come, per esempio, andare a tenere inutili discorsi a platee di coetanei che vogliono sentirsi educatamente impegnati in politica, quando non hanno di meglio da fare, il sabato sera.

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9 pensieri su “Il giovane leader

  1. Una Galatea al suo meglio, stasera! La descrizione della platea mi ha fatto rotolare dalle risate. E le considerazioni conclusive sono altamente condivisibili. Meno male che ci sei andata, all’incontro, se no ci avresti privati della lettura di questo post.

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  2. Leggendo, le situazioni descritte e i discorsi mi hanno fatto pensare a Gaber:

    “Io sono un uomo di cultura. Io con quelli lì non ci vado, sono testacchioni. Sì, forse l’impostazione è anche giusta, ma ci sono troppe cose… Certo che il mondo va male, vuoi che non lo veda? Sono più a sinistra di loro, io. È che loro sono ingenui, ignoranti, non hanno dubbi. Mentre io, io sono un problematico e prima di prendere una decisione…”

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  3. Beh,se il presente è del “lui” leader piagnone, il futuro è senz’altro di Francesco: basta che una mattina si svegli,capisca che basta fare un tesseramento come dio comanda stante la tanta gente che conosce, e lo esegua facendosi lanciare sulla prima poltrona utile.
    Dopo, si scorderà anche i cineforum iraniani:che oltre a non riempir la sala, non portano un euro che è uno.
    E Lei, gentile Ninfa, la smetta di suggerire titoli: sennò quei bottoni,dopo aver frignato, cominciano a rubarseli.
    ;D
    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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