Il sinistro dubbioso. Ovvero, difficile fare le rivoluzioni quando non ci si trova d’accordo sull’ora in cui andare in piazza…

Melchiorre Gargantin ha un nome da Re Magio, ed una vocazione conseguente al nome: infatti, in qualsiasi contesto si inserisca, ci porta dentro immancabilmente il suo dono: il dubbio. Se avere dubbi nella vita è sintomo di intelligenza, Melchiorre Gargantin ha una capa tanta da stracciare Einstein, Leonardo e l’intera accolita dei Nobel di Stoccolma in un botto solo.

La politica, da sempre, gli piace: è il suo pane quotidiano, anzi, la sua brioche, visto che la consuma assieme al cappuccino, rigorosamente decaffeinato, al bar di Clara. Si siede, s’appropria del giornale sul tavolo – il giornale della Clara è in fatti un fogliaccio destrorso che lui non compra per motivi ideologici, ma legge a scrocco per sapere cosa trama il Nemico – e inizia la disamina mattutina delle disgrazie mondiali. Ora, Melchiorre è di sinistra dai tempi del ’68, che ha passato non tanto a dimostrare in piazza, ma a svicolare da un gruppuscolo all’altro. Non erano, sia chiaro, cambiamenti di idea, i suoi: è che nessun cenacolo gli sembrava mai abbastanza di nicchia, ed abbastanza ristretto, sofisticato eppure aperto alle grandi grandi prospettive contemporanee per capire appieno la portata epocale dei suoi mille distinguo.

È così passato per ogni sfumatura di possibile posizione conciliante il non conciliabile e inconciliabile con il già conciliato: Cattolici Umanitari per la Rivoluzione Possibile, Maoisti dissidenti in Cristo, Uomini per il Femminismo, Rivoluzionari Rossi per il Verde e via di ossimori fantasiosi.

In questi circoli ristrettissimi era l’animatore di infinite riunioni, sedute fiume in cui si disquisiva sul tutto, ma durante le quali, primariamente, spiegava, con pazienza certosina, che lui era d’accordo con l’assunto di principio, ma su questo, via, poi bisognava ragionare, perché d’accordo, sì, certo che s’era d’accordo, ma insomma, era anche chiaro che non si poteva poi essere d’accordo… e così via, per mesi e settimane, finché gli altri membri del gruppo, del cenacolo o della setta si scassavano a tal punto le palle dei suoi sofismi che o passavano realmente alla lotta armata, nella segreta speranza di poterlo sventagliare con un mitra, o si chiudevano in monastero buddista per far voto del silenzio e non doverlo ascoltare più.

Esaurito il ’68, il Riflusso è stato la sua patria, perché nulla gli poteva regalare maggior soddisfazione che tuonare contro il consumismo, purtuttavia dubitando che il consumismo fosse un male; di angosciarsi per la globalizzazione incipiente, pur dubitando che condannarla fosse un bene; arrivato agli anni ’90 era per la svolta maggioritaria, pur sostenendo che però il proporzionale era migliore; per la democrazia diretta, ma tenendo presente che la democrazia diretta è un pericolo. Giunto infine al Duemila, eccolo pronto a schifarsi dei partiti, che sono opera del demonio, salvo però che senza partiti non si può tenere in piedi la democrazia, e dunque van salvaguardati; e a schifarsi ancor più della politica, che però non si può poi fare a meno di fare, e come la si è sempre fatta.

L’architettura delle sue logomachie è precisa e rodata da anni di esercizio, per cui, se ti coinvolge in una discussione e tu lo lasci fare, sei finita. Inutile cercare di ribattere, perché, sostenendo lui sempre tutto e anche il suo contrario, ha buon gioco a dimostrarti alla fine che chi ha torto sei tu. Quindi, siccome anche io qualche annetto di esperienza ormai ce l’ho alle spalle, ho approntato la tecnica contraria, che consiste nel dargli a priori ragione qualsiasi cosa sostenga, e aspettare che s’impicchi da solo al filo dei suoi ragionamenti.

Ieri mattina, per esempio, Melchiorre era al bar, come al solito, e smanacciava il giornale nell’attesa di ghermire qualcuno nei suoi discorsi. Come mi ha vista, non gli è parso vero.

Eh, un paese di merda, ormai!”ha sentenziato scuotendo la testa .

E ha subito attaccato la sua dotta disquisizione, spiegando come la politica debba partire dal territorio e non viceversa, ma è ovvio che però è il territorio che poi deve essere governato dalla politica, che la democrazia deve partire dal basso, però è meglio se è governata dall’alto, e i giovani, sì, i giovani devono prendere in mano la situazione, ma anche ‘sti benedetti giovani, poi, devono avere esperienza e pazienza rispettando l’ordine e mandando al potere i più vecchi, perché lo Stato va gestito da gente con anni alle spalle e competenze tecniche, ma non dai tecnici, perché i tecnici non devono fare politica, dato che la politica deve essere una cosa ideale, come la filosofia, anzi, non come la filosofia, perché è una pessima filosofia quella che vuol fare politica…

L’ho lasciato arrampicarsi per una mezz’oretta nei suoi arabeschi e quando l’ho visto ben involtolato nella sua rete di lana caprina mi sono limitata a dirgli, con un gran sorriso: “Hai perfettamente ragione. E quindi?”

L’“e quindi” l’ha ammutolito come una mazzata. S’è guardato intorno spaesato, perché era la prima volta che un interlocutore, in risposta ai suoi dubbi, non gli ribatteva proponendogli una soluzione bella e pronta, da demolire con nuovi cavillosi distinguo, ma lo invitava a fornirne una lui, una buona volta. Ha bofonchiato qualcosa di incomprensibile, e se ne è andato a finire il cappuccio al tavolino. Poi è uscito, mogio mogio, probabilmente a cercarsi un nuovo gruppuscolo di nicchia in cui sdottorare.

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4 pensieri su “Il sinistro dubbioso. Ovvero, difficile fare le rivoluzioni quando non ci si trova d’accordo sull’ora in cui andare in piazza…

  1. Un maanchista veltroniano ?
    O mi ricorda le disquisizioni bizantine del De Mita o i dubbi angosciosi del Martinazzoli (ma allora si era al potere : si poteva dubitare tranquillamente appollaiati sul ramo)

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  2. da adolescenti, con gli altri miei amici un po’ “nerd”, si faceva un gioco: si prendevano due o più tesi, qualsiasi, purchè contrapposte e si cercava di sostenere ognuno la sua fino allo stremo, mi sa che il melchiorre si è incartato in questo gioco … io mollavo dopo dieci minuti 🙂

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  3. @->Paolo: Per l’ “e quindi” deo ringraziare il suggerimento di un mio amico, che politica l’ha fatta sul serio per svariati anni. A lui i diritti del copyright.
    @->Farlocca: più che incartato nel gioco, direi che ne gioca un altro: lui sostiene contemporaneamente entrambe le posizioni. Non ottiene nulla, ma, in pratica, è sicuro di non aver torto mai…

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