La politica di Piero

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Piero Fantin abita ai confini col nulla. Per arrivare a casa sua bisogna percorrere, ma molto, una stradina sterrata che è un alternarsi disgraziato di buche e sassi, occasionalmente inframmezzati da un po’ di terriccio; quando batte il sole la terra si trasforma in un polverone che lévati, e alla casa si arriva bianchi, come se si fosse passato il deserto; se piove, il sentiero diventa palude, a piedi si sprofonda nelle pozzanghere fino a mezza gamba, in macchina ci si impantana, e fanculo a chi dice che la campagna è bella.

La casa di Piero è brutta. Non c’è altro modo per descriverla, anche volendo essere buoni. È un groviglio di muri tirati su senza un progetto o un capomastro. È cresciuta come un fungo, spontaneamente, di stagione in stagione. C’è un quadrato centrale, vecchio quanto Piero; poi un’ala e mezza, aggiunta da lui quando s’è sposato; poi un altro pezzo, costruito per ospitare il figlio maggiore, che però se n’è andato per conto suo, ché la moglie, in quello squallore, si trovava male; ci sono un paio di terrazze, un garage con il muro ancora non finito, nonostante abbia più di vent’anni, e due o tre capanni in lamiera, che dovrebbero contenere gli attrezzi, ma non li contengono, dato che gli attrezzi stanno tutti fuori; c’è un barbecue, ingombrato di griglie e strafanti che con il barbecue non hanno niente a che fare; poi c’è un’aia, che però è un mezzo orto, e un pezzo di terra, che dovrebbe essere il giardino, ed è pieno di cespugli, e carriole dismesse, e nanetti e bianchenevi scheggiate. Il cancello è grande, e con due capitelli di lato in mattoni; ma il resto manca, e il confine della proprietà è segnato da una rete metallica piena di buchi; quando il cancello s’apre, il benvenuto ti viene dato dallo sguardo di Euralia, la moglie: scosta una veneziana in plastica che ombreggia la doppia finestra d’alluminio anodizzato e fa un cenno di capo, tirando su ciocche di capelli grigi senza ordine e senza forma, che ricaccia sotto un fazzoletto scuro. Se entri in casa, ti manca il respiro: dall’afrore di muffa gelata pare di aver messo piede in una cripta. È una casa fatta di ombra e corridoi; non deserti, però, anzi strapieni. Ogni mobile rigurgita di orribile paccottiglia: boccette di vetro di Murano fatto a Taiwan, bamboline con il costume da spagnola, madonnine di ceramica, tazze, tazzine, piattini di porcellana accatastati gli uni accanto agli altri: cornici senza foto, gondolette in vetro e souvenir provenienti da ovunque e regalati loro da chissacchì, perché Piero ed Euralia non si sono mai allontanati da lì.

Matteo, il mio amico, mi chiede di accompagnarlo perché sta raccogliendo firme per una petizione: il sindaco– Matteo abita nel paesello vicino al mio – una mattina s’è alzato ed ha deciso di cambiare la viabilità, trasformando quel viottolo di campagna in una arteria per raggiungere la futura tangenziale: per trasformarlo s’è limitato a mettere, all’inizio della strada, un cartello che indica “per di qua”, lasciandola per il resto com’era prima, cioè senza marciapiedi, senza lampioni, con l’asfalto ridotto ad una strisciolina di contorno alle buche.

Matteo è uno di quei ragazzi che di fronte all’ingiustizia non sa stare fermo, e ancor meno davanti alla cretineria. Così, in men che non si dica, ha organizzato un comitato, approntato una petizione, cercato di prendere contatti con quei fantasmi che affermano di essere i rappresentanti della locale opposizione. Lo han guardato come un matto, questo giovane che veniva da loro a dire: “Be’, muoviamoci, facciamo qualcosa!”. Non erano sconvolti dall’idea di dover pensare a “qualcosa”, ma proprio che qualcuno pensasse di farla: il loro contributo alla politica del territorio, da anni, si limita ad una sporadica presenza in Consiglio Comunale, quanto viene convocato, in cui mostrano una faccia triste, rassegnata e contraddistinta da un velo di disgusto, e a qualche generico commento sull’andazzo di questa nostra Italia, al bar. Matteo invece no, della politica ha un’altra idea: ha preso, è partito, e da solo, con calma, si è percorso tutte le stradine che sboccano sul viottolo promosso a superstrada. Così è arrivato anche a quella di Piero.

I Fantin conoscono lui e conoscono me. Quando Matteo si è trasferito in quella landa, comprando una villetta che era di un loro cugino, mi hanno visto aiutarlo a fare il trasloco. Ci hanno dato una mano, quando c’era da sollevare gli scatoloni, sono entrati nella casa, un po’ stupiti dalle tante librerie, e dagli arazzi africani alla parete, che Matteo ha portato dai suoi viaggi di studio. Siamo diventati, si può dire, amici; Euralia, scoperto che avevamo l’età di suo figlio, quello che la moglie ha costretto a scappar via, ci ha persino offerto un tè: me lo ricordo ancora, quel tè fatto con l’acqua scaldata in un pentolino messo a bollire su una cucina economica a legna: non ne avevo mai vista una vera, ne avevo sentito parlare soltanto, da mia nonna. Anche stavolta ci accolgono nella stessa cucina, che poi è l’unico ambiente riscaldato della casa. Euralia là dentro fa tutto: cucina, stira, passa il tempo con il punto croce – infatti le pareti son piene di Madonne dagli occhi azzurri e il cuore in mano ricamate da lei – e guarda la tv, che è un vecchio catorcio sempre acceso e fisso su Rete4. Piero è fuori, nell’orto, che rumega non si sa cosa: la loro vita è così, lei dentro e lui fuori, da tempo immemorabile. Il nostro arrivo è, si può dire, una festa: è una festa qualsiasi cosa rompa quella monotonia di giorni sempre uguali. Euralia, che è più estroversa, sorride; Piero no. Piero non sorride mai. Per quanto possiamo essere simpatici, con noi mantiene la diffidenza atavica del contadino veneto, che, chiunque incroci, pensa sempre, per prima cosa, che l’altro lo voglia fregare. Euralia mette su il tè, sempre nel pentolino, ed è felice come una bimba perché può tirare fuori un servizio di tazzine quasi nuovo, tenuto fino a quel momento religiosamente esposto nella vetrinetta d’angolo, come una reliquia: sono una donna, quindi in grado di apprezzare questa finezza. Matteo parla con Piero, e gli spiega della strada, dei marciapiedi che van fatti perché c’è un problema di sicurezza, di un ciclista che due giorni fa è stato quasi travolto da una macchina lanciata a velocità folle. Piero lo ascolta, e ogni due parole butta fuori una cosa che pare un grugnito, ma chi lo conosce sa che è un grugnito di approvazione.

Xé vero, la xè pericolosa, l’altro giorno per poco no i me tira soto anca mi.” dice alla fine.

Appunto, allora presentiamo questa petizione al Sindaco, chiedendo un incontro urgente, noi tutti qui della via. Hanno già firmato tutti, mancate solo voi.”

E gli porge il foglio, con tutte allineate ed in ordine le caselle riempite dalle firme dei vicini.

Piero guarda il foglio come se fosse uno strumento del demonio, e poi alza gli occhi su Matteo, come se d’improvviso si fosse reso conto che è uno strumento del demonio anche lui.

Ma questa xè la racolta de le firme che me ga dito Bepi! El ga dito che i la fa i comunisti!”

Matteo ride: “Ma che Comunisti, sono io che l’ho fatta!”

No, Bepi el ga dito che i la fa i Comunisti!”

Bepi Fanzolo è il suo unico amico d’osteria, un pensionato che passa la vita al bar e, di tanto in tanto, a trafficare con il Sindaco del luogo, e non si è mai capito se sia più fascista o stupido.

Senti, guarda chi ha firmato: Serfino Baldan, sua moglie, i Candiotto… ma ti me disi chi li sarìa ‘sti comunisti?”

Ga dito Bepi che xè roba dei Comunisti, che vol far cascar el sindaco.”

Ma quando mai! Vogliamo solo un incontro, per sapere quando si mettono a fare i marciapiedi! Vedi, c’è scritto qui, sopra le firme, i partiti non c’entrano nulla… Ma non sei d’accordo anche tu, che così la strada è pericolosa? Non hai detto che hai rischiato di essere investito?”

Niente, non c’è niente da fare: Piero ha messo su un muso tetro, la bocca, piegata all’ingiù, la apre solo per ripetere: ga-dito-bepi-che-la-xè-roba-da-comunisti. E quando lo dice guarda con sospetto via via maggiore me e Matteo. Euralia, di lato, è diventata rossa rossa; mi indica la tazzina, chiedendosi però se fa bene, perché anche lei mi vede sotto una nuova luce, e, da un lato, ci teneva sì tanto che bevessi con lei quel tè, perché le sono sempre piaciuta come ragazza, e magari suo figlio se ne fosse trovata una così, invece di quella che gliel’ha portato via, ma dall’altro, adesso, ha capito che sono “comunista” e non sa mica bene se i comunisti prendono il tè, o se non sia pericoloso offrirglielo.

Prendo la tazzina, beviamo, mentre Piero fissa ostinatamente il muro, non dice più nulla, ed è chiaro che aspetta solo che andiamo via. Usciamo, percorrendo il corridoio buio e freddo, e le bamboline e le gondolette di soprammobile pare ci guardino storto pure loro.

Quando usciamo, Matteo è amareggiato, triste, gli si legge in faccia il magone che non va né su né giù.

Comunisti! Chiediamo spiegazioni al Sindaco, e siamo Comunisti! Anche se è per la sua strada, non me la firma perché gli hanno detto al bar che siamo comunisti! Non ragionano, perché siamo comunisti! Ma quando mai vuoi che cambi, ‘sto cazzo di paese?”

Non lo so, Matteo, non lo so.

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10 pensieri su “La politica di Piero

  1. Descrizione magistrale, straordinaria, sconfortante, del Veneto e della sua gente tipica. Di persone come Piero ne incontri quante ne vuoi anche a Verona città, dove vivo io. Perfino due mie anziane zie, maestre e in teoria acculturate, rispondono bene a questa descrizione. Gente magari buona, ma di una ignoranza atavica, ostinata e tuttavia soddisfatta di se’; gente che è riuscita a trasmettere i suoi disvalori anche ai figli e ai nipoti.

    Non so come sia stato possibile che dal Veneto sia emerso un Marco Paolini. Spero tanto nell’apporto positivo degli immigrati stranieri.

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  2. Gente che ha vissuto 50 anni di anticomunismo e che è ben felice di vedere in Veltroni un nuovo Togliatti: sappiamo come sono gli anziani, vogliono che il mondo non cambi per avere l’illusione di non invecchiare. E qualcuno questo effetto lo sfrutta alla grande. Comunque si, la situazione è tragica.

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  3. E comunque, questo giochino di chiamare “comunisti” chiunque non la pensi come te è, per come la vedo io, una vera e propria piaga. Uccide ogni possibilità di discussione, ti nega la rispettabilità come interlocutore: tu sei il complice di quelli là che mangiavano i bambini. Mi è anche capitato di persona, anni fa, non ci potevo credere: chiacchieravo con una signora all’ospedale e quella, alzando il dito, a un certo punto mi disse “ma salo lu che i comunisti i magnaa i butini?”

    Passerà. Mi ricordo di quando tanti anni fa chiunque non fosse di sinistra veniva etichettato come “fascista”. Passerà, ma che brutto periodo.

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  4. Mai,cambierà.
    Può al massimo rieditare il Bepi Fanzolo: probabile campiere agrario fiancheggiatore delle squadracce nel 1921 (*1); verosimile trafficone socio occulto dell’oste e grande elettore del sindaco, nel 2008.

    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

    (1*) dall’Elogio di Franti di U.Eco.

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  5. E’ il veneto profondo, quello che vive per lavorare e guarda il mondo attraverso i canali mediaset, poco importa se vive nella miseria in una brutta casa ad arare il campetto o nella villetta col capannone accanto a produrre indotto, sempre quella profondità lì è.

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