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Eleonora d'Aquitania

Bella. La si riesce ad immaginare solo così, Eleonora; e fa un po’ strano figurarsela, perché, chissà come mai, nel Medioevo si dà per scontato che siano stati tutti brutti, sporchi, sdentati ed anche un po’ deformi. Invece no, lei doveva essere bella, bellissima, di quella bellezza un po’ imperiosa ed inquietante, poi, che hanno solo le donne di carattere e di ingegno, quella che non passa con gli anni, insomma, ma semmai aumenta: la bellezza degli occhi vivaci che, quando ti guardano, ti scavano dentro fino all’anima, del sorriso accennato, a fior di labbra, che può essere dolce e divenire beffardo in un fiat: la bellezza enigmatica che non si lascia mai prendere del tutto, e mai conquistare da altri, ma si concede solo per suo capriccioso arbitrio, per univoca decisione.

Altera, passionale, sottile, testarda, indomabile, Eleonora riuscì nel miracolo di essere compiutamente donna in un mondo di uomini, con cui battagliò, vinse e perse trattandoli alla pari: riesce difficile per noi femminucce anche oggi, immaginiamoci nel Medioevo.

Nasce in Aquitania, tanto per cominciare, che è come nascere oggi nella Manhattam bene, e giocare fin da piccoli nell’atrio del Metropolitan Museum: una corte allegra e scapricciata, dove le dame ridevano liete e i poeti componevano strofe salaci; nasce da due genitori che si amano, e perciò hanno della vita una visione positiva ed entusiasta. Sono colti, giovani, intelligenti e vogliono che le figlie siano simili a loro. Un bagolo, per Eleonora, che ha gli occhi vivaci e la mente pronta, e cresce libera e fiera, alternando un torneo, una gita a cavallo e un ballo a corte, dove non si danza solo, ma si ascoltano bei versi d’amore. Si cresce convinti che la vita è bella, in un luogo così, e che tutto è possibile per chi, dalla vita, si lascia baciare.

A otto anni, quando muore il fratello maggiore, è già destinata a diventare duchessa, e di un feudo tra i più ricchi del mondo; a quindici, il padre passa a miglior vita all’improvviso, e lei si ritrova capo di stato sul serio. È quasi una bimba, e per di più femmina. Il padre, che pure ne conosce il caratterino, prima di andarsene ha fatto in tempo a stipulare, per salvaguardarla, un matrimonio con Luigi VII, re di Francia.

Sono giovani, belli, potenti, in un certo senso complementari: sulla carta dovrebbero essere la coppia del secolo. Provano ad esserlo, in effetti, per qualche anno. Se gli opposti si attraggono, questo è massimamente vero quando uno degli opposti è Eleonora. Luigi è un ragazzo pacato e un po’ grigio, cresciuto in un ambiente dove il peso della religione è grande: la corte è piena di chierici e di monaci, è tutta un sussurro da sacrestia interrotto, di tanto in tanto, dai cori per le funzioni, e il maestro dei canti è nientepopodimeno che Bernardo di Chiaravalle, monaco e teologo, dotato di uno di quei caratteri bruttissimi che aiutano a passare per santi già da vivi.

Eleonora, invece, lo travolge e lo affascina, il suo giovane re: Eleonora che non accetta imposizioni, Eleonora che fa di testa sua, Eleonora che pretende di essere trattata non come una moglie, ma come una regina. Si porta i suoi poeti, e le sue dame; organizza i suoi divertimenti, e se ne strafrega delle chiacchiere alle spalle; tratta con gli uomini alla pari, con la differenza che è donna, e gli uomini, a trovarsela di fronte, non possono che rimanere imbambolati. E litiga, quando c’è da litigare, perché di tutte le doti che, da donna, può avere, la remissività è l’unica che le manca, anche se è quella che nel medioevo, dalle femmine, è la sola a essere pretesa. Oscura il re, anche se non fa nulla, perché il sole, senza far nulla, è più brillante della luna; a corte si sospettano dovute al suo influsso persino le decisioni che lui, magari, prende da solo, perché pare impossibile che Luigi riesca a decidere qualcosa, mentre lei sembra in grado di decidere tutto. Le chiacchiere la perseguitano, come l’invidia meschina: la chiamano non Eleonor, ma Alienor: l’Estranea, l’aliena. In effetti, rispetto a loro, viene proprio da un altro mondo.

Con Bernardo ha un rapporto controverso: a pelle i due non si sopportano, ma sono entrambi due belle menti e due politici sottili, per cui non lo danno a vedere. Lei gli sorride, fingendo di cercarne i consigli e di venerarne la sapienza canuta, ma chissà perché ho l’impressione che, appena chiusa la porta dei suoi appartamenti, gli facesse in verso, replicandone per burla il religioso sussiego; lui, con tutto che è santo, la odia con l’odio feroce e segreto che i chierici hanno verso le donne belle e intelligenti: inviate del diavolo, seme perduto e pericoloso.

Il matrimonio va presto a rotoli: Luigi si sente un re dimezzato e Eleonora una regina in catene; poi non ci sono figli maschi. Grazie agli appoggi ecclesiastici, il re riesce a far dichiarare lo sposalizio nullo, con la scusa che lui ed Eleonora sono lontani cugini: strano, nessuno s’era ricordato di guardare l’albero genealogico, prima di celebrare le nozze? Bernardo gongola, e così i cortigiani francesi: per quella puttana il destino è ritornare ad essere la feudataria delle sue terre o ritirarsi in convento, perché a trent’anni, con un matrimonio fallito alle spalle e la fama di essere una sgualdrina, per quanto regale, chi vuoi che se la prenda? E invece lei, non appena libera dal laccio di Luigi, manda un messaggio ad Enrico di Normandia, convocandolo. Enrico ha undici anni meno di lei, la fama di essere bello, colto e spregiudicato; è figlio di Goffredo, che qualcuno diceva essere stato amante in passato di Eleonora. Quando arriva gli dice: “Sposiamoci.” Enrico se la guarda, quella donna ancora bellissima, sempre intelligente, e, forse, ancora più sensuale. Si fa due conti, ma risponde, subito e semplicemente, sì. Entrambi stanno azzardando una scommessa, ma ad entrambi, in fin dei conti, piace rischiare.

È come mischiare assieme due elementi che già da soli risultano esplosivi, devastanti. Lui ambizioso e sensuale, lei passionale e intelligente: passeranno la vita ad amarsi e a rendersi l’esistenza impossibile. Lui diventa pochi mesi dopo re di Inghilterra, e lei, di conseguenza, due volte regina. All’ex marito prende uno stranguglione a vederla di nuovo su un trono, e partorire uno in fila all’altro quattro maschi; gliene prende uno ancor più grande a vedersi sottratti i feudi di Eleonora, che restano però di lei possesso, perché lei è regina di Inghilterra, ma Enrico non è duca d’Aquitania: valgono con lui i patti che valevano con Luigi, per cui quello che è del marito è di Eleonora, ma quello che è di Eleonora resta suo.

I figli entreranno non solo nella storia, ma nella leggenda: Riccardo cuor di Leone e Giovanni Senza Terra. Li ama, appassionatamente, più dei mariti che ha avuto, più degli amanti, ma non cesserà mai di considerarli, in fondo, cose sue. Li usa come pedine nelle lotte contro il padre, glieli rivolta contro, li manipola, ma anche, a suo modo, li protegge. Eleonora è una donna indomita, e perciò pericolosa. Lo sa bene Enrico, che finisce per imprigionarla per anni, temendo i suoi complotti, subodorando, forse a torto, il suo zampino dietro alla morte dell’amante di cui s’era invaghito. Si odiano perché si sono amati, non riescono a stare assieme perché a sposarsi possono essere un uomo ed una donna, ma due capi di stato no. Eppure, sotto sotto, la ammira, la sua Eleonora: può incarcerarla, ma non avrà mai il coraggio di farla uccidere; infatti gli sopravvive.

Diventa reggente, in nome di quel Riccardo che è suo, suo, suo: lo ha creato e costruito per essere non solo re, ma eroe. Da eroe si comporta: parte infatti per la crociata e abbandona il regno, nelle mani di un fratello di cui non ci si doveva fidare. Eleonora non riesce a controllarlo del tutto, quel figlio minore che forse ha sempre sofferto di essere il secondo, e non solo per una questione di età. Quando Riccardo è catturato da un Asburgo, è Eleonora a muoversi per trovare il riscatto, e a portarlo di persona all’imperatore. Nelle leggende a conservare il regno a Riccardo è Robin hood, ma nella realtà a salvargli il collo ed il trono fu mamma. Quando anche Riccardo muore, appoggia Giovanni, perché è pur sempre suo figlio. Ma lei è pur sempre una sovrana, e difende, con le unghie e con i denti, le terre che sono sue, anche dalle pretese di figlioli e nipoti. A ottant’anni è ancora capace di dichiarar guerra ad un nipotino che la vorrebbe esautorare, e tenergli testa dall’alto delle mura, come una leonessa, anzi, come una regina. Persino la morte pare coglierla quando lo decide lei: entra in convento, prende il velo e spira: è lei che vuole abbandonare il mondo, non il mondo che la mette in un cantone e la abbandona. Perché Eleonora è Eleonora, e lo è stata e lo sarà per sempre, prima di tutto e più di ogni altra cosa.

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