Coscienza di classe. Ovvero come si diventa di sinistra, a scuola e come vanno trattati i figli dei dottori.

Dacché lo conosco, ho sempre considerato Enrico una persona adorabile. È uno di quegli uomini rari che hanno gli occhi trasparenti come l’anima, ed una bontà così istintiva e tenace che ti domandi sempre come abbia fatto a sopravvivere cinquant’anni in questo mondo. Contando che si occupa e si è sempre occupato politica, poi, è un vero mistero. Ma non c’è nulla da fare, Enrico è così: per quanto le persone attorno gli si possano essere rivelate disoneste, o stupide, o spiccatamente opportuniste, lui ricomincia ogni volta, senza mai mettere in dubbio che l’uomo, in sé, possa non essere buono: preferisce pensare che è lui sfortunato ad avere incrociato qualche stronzo, ma che sono incidenti che capitano, per forza, quando si percorre una qualsiasi via.

È convintamente di sinistra, Enrico, persino oggi che solo a capire cosa sia la sinistra e come la si possa definire, c’è di che sentirsi tremare i polsi e le altre giunture. Ogni tanto, fra amici, o al mitico bar di Clara dove tutto il ceto politico di Spinola prima o poi si incrocia e si raccoglie, qualcuno prova a tirarlo in lingua, provocandolo sull’argomento. Sperano di fargli perdere le staffe, non sapendo che Enrico le staffe non le perde mai: è uno di quegli uomini pacati che ragionano, ragionano, ragionano, con testarda tranquillità, sulle cose. Non ama alzare la voce, non ama le frasi ad effetto: democratico d’animo e di stile, vuole convincere a suon di argomenti, non imporre atti di fede. Gli altri, abituati ormai nel piccolo come nel grande alle battaglie di insulti e ai proclami altisonanti, lo guardano come si guarderebbe un ninnolo del tempo che fu. Ma lui non si sposta e non recede: crede nel suo essere di sinistra e nel fatto che analizzando il mondo si capirà prima o poi come farlo funzionare bene. Se gli altri si vogliono perdere dietro alle chiacchiere, lui continua con il lavoro serio di base.

Mi ero sempre chiesta come gli fosse nata questa tenace certezza. Mi interessa l’animo delle persone che incrocio: ho la curiosità di voler capire perché alcuni diventano in un modo, altri in un altro. Qual è la molla che ti fa mettere una parte, schierarti di qua e di là, e impostare su questa decisione l’intera tua vita. Indagando si scopre assai spesso che le grandi scelte sono frutto di episodi piccoli piccoli, di particolari marginali: un corridoio imboccato per sbaglio, un incontro in treno, una mezza parola detta da qualcuno che neanche si saprà mai chi fosse davvero. Le scelte ideali sono come l’amore: ti capitano quando meno te le aspetti. E come l’amore non sono forse mai del tutto razionali; eppure tu, che lo sai, lasci comunque che ti condizionino il resto della vita.

L’altra sera, in uno di quei momenti di quiete strana in cui si crea il silenzio improvviso che è la porta delle grandi confidenze, gliel’ho chiesto: “Ma, Enrico, tu perché sei diventato di sinistra?”

Mi ha guadato, con l’occhiata buona che gli è propria: “Vedi, è stato quando ero a scuola, alle medie. Ero in classe con il figlio del dottor Saonér, che era un bambino ricco, mentre noi eravamo quasi tutti poveri, e io soprattutto. Lui veniva a scuola con la cartella, noi avevamo sì e no le cinghie per tenere i libri, quando li avevamo. Alla ricreazione, io tiravo fuori un buondì di quelli a poco prezzo, mentre a lui la mamma dava un termos e un pacchetto di biscottini. Lui apriva il termos, versava il tè, e poi immergeva i biscottini ad uno ad uno, mentre io, che avevo già finito la merendina e ancora avevo fame, stavo a guardarmelo incantato, pensando a quanto dovessero essere buoni quei biscotti. Non lo odiavo mica perché era più ricco, eh! Io lo sapevo che lui era di un altro mondo, punto e basta. Non c’era neanche di che arrabbiarsi, era un dato di fatto. Quello che mi fece infuriare fu un giorno, in cui fui chiamato per l’interrogazione. Ero agitatissimo, perché, se anche avevo studiato, ero tanto timido. Attraversai tutta la classe, e arrivai di fronte alla lavagna e alla professoressa, ma mi girava quasi la testa e sentivo le mani tutte sudate. Così, inavvertitamente, poggiai il palmo sul banco di Saonér, che era in prima fila, naturalmente. Lui vide che avevo lasciato una impronta sulla superficie, mi diede una occhiataccia e disse: “Leva quella mano, pezzente!”. Mi avesse detto “scemo” non mi sarei arrabbiato, ma quel “pezzente” mi fece stare tanto male che non riuscii più a spiaccicare una parola nell’interrogazione. Mi aveva offeso solo perché ero povero, e questa era la vera ingiustizia. Ecco, credo di essere diventato di sinistra allora: perché voglio un mondo in cui nessun figlio del dottor Saoner si possa mai permettere di offendere un compagno solo perché è più povero.”

Ho fatto un rapido calcolo: dall’episodio devono essere passati almeno quarant’anni, ma negli occhi c’era ancora l’ombra di chi sente di aver ricevuto una ingiustificata offesa e non riesce a pararla giù.

Ecco, me la devo segnare questa cosa anche io: la prossima volta che qualcuno mi chiederà perché essere di sinistra, o peggio sosterrà di volere un mondo in cui il figlio dell’operaio non viene trattato come quello del dottore, io gli dirò che invece voglio una società in cui il figlio del dottore, se si permette di umiliare il figlio dell’operaio, magari non si becca, per educazione, un vaffanculo in faccia, ma il concetto gli arriva comunque.

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23 pensieri su “Coscienza di classe. Ovvero come si diventa di sinistra, a scuola e come vanno trattati i figli dei dottori.

  1. Io, credo, gli avrei fatto ingoiare i denti, subito, sul posto. Spenderò sempre tutte le mie energie perché nessun Saoner possa più permettersi di dirlo.

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  2. pure a me piacerebe una società così, al di là delle idee su cosa sia lecito fare per raggiungerla, che dubito siano le stesse.
    però, ho il sospetto che, messa così, nella tua “parte” rientrino alcuni che votano a sinistra e alcuni che votano a destra, e viceversa… ecco, appunto: un gran casino definire cosa è destra e cosa sinistra.
    saluti

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  3. Bella persona Enrico. Irriducibilmente romantico ed idealista. Oggi appare “out” fuori moda e fuori tempo eppure se ci si si fermasse un attimo a riflettere si concluderebbe che Enrico è nel giusto. Non so nel merito delle sue opinioni, ma nel metodo e nell’approccio sicuramente sì.
    luigi nonallineato

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  4. non vorrete mica che il figlio del professionista sia uguale al figlio dell’operaio?
    da figlia di operaio mi sono presa di quelle soddisfazioni ai tempi…

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  5. bel racconto Galatea, ma non ti ha risposto. Mi spiego: prendere coscienza del disprezzo di classe è necessario ma non sufficiente perchè un povero diventi ” di sinistra”. Poteva diventare arrivista o mafioso per ottenere il riscatto. La scelta di cercare questo riscatto attraverso la politica e la solidarietà è a valle del trauma subito. Forse lui era di sinistra già allora, per cultura e mentalità e quel pezzente sibilato dal figlio del dottore è stato solo maieutico…
    Certo sarebbe stato interessante se il giovine Saonér si fosse imbattuto in un futuro Totò Riina, che non per questo sarebbe diventato di sinistra..Incidentalmente questo potrebbe spiegare molte cose di questo paese.

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  6. No secondo me non è stato solo prendere coscienza del disprezzo di classe: è capire che il disprezzo verso chi è povero è una ingiustizia e basta. Questo ti fa diventare di sinistra: ti fa scegliere di stare dalla parte di chi quella ingiustizia la subisce, tutti i giorni, sulla sua pelle. Ti fa rendere conto che l’ingiustizia c’è, e che molti non la sentono o, peggio ancora, la considerano “naturale”. Ecco, secondo me chi è di sinistra (veramente di sinistra, intendo, non di questo o di quel partito politico) queste cose le ha capite, e chi non è di sinistra no, e anche se può essere una brava persona, e sinceramente democratico, in un angolino del suo animo continua ad essere convinto che sia naturale e giusto che alcuni vengano tagliati fuori dalla società perchè sono “naturalmente” poveri, brutti e cattivi, e, al amassimo, con loro si può essere “buoni” e far la carità.

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  7. daccordissimo sulla tua definizione di sinistra, ma quello che volevo dire è che imbattersi personalmente nell’ingiustizia non è sufficiente a spingerti a cercare una via d’uscita per tutti quelli che subiscono le stesse umiliazioni. Enrico poteva decidere di diventare, chessò, ministro e farla pagare ai “fannulloni”, o puntare a conquistare un potere lecito o illecito (o tutt’e due) per farla pagare a quelli che l’avevano trattato così. O ancora -e sono i peggiori- trovare qualcuno in condizioni ancora più misere e sfogare contro di lui le sue frustrazioni, vessandolo. Se non l’ha fatto forse dipende anche dal contesto in cui viveva e dagli esempi che ha avuto. Ecco perchè l’educazione, la trasmissione del sapere e dell’informazione sono questioni cruciali: devo avere un modello “positivo” per poter agire positivamente. Se gli unici modelli sono individualisti e negativi…

    P.S. chissà perchè oggi in Italia mi sono venute in mente queste considerazioni…

    P.P.S. mi accorgo solo ora che non ho detto che il raccontino è come al solito scritto magistralmente 🙂

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  8. perdona la petulanza ma già che leggo mi piace capire. con “naturale” cosa intendi? che è ovvio che una certa categoria di persone, determinata dal colore della pelle o dalla provenienza familiare o altro, non abbia possibilità nella vita, oppure che è ovvio che singole persone per loro incapacità e/o eventi accidentali non abbiano successo?
    grazie mille
    (non ti chiedo cosa intendi con “ingiustizia” ^__^)

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  9. Io sogno una società dove il figlio dell’operaio abbia le stesse opportunità di diventare dottore di quante ne ha il figlio del dotòr e dove il figlio del dotòr abbia le stesse opportunità di diventare operaio del figlio dell’operaio.

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  10. ai miei tempi (anni 80) a scienze politiche a napoli, gia’ si studiava nei cinema.
    ai miei tempi non esisteva berlusconi.
    ai miei tempi non c’erano ne’ anno zero , ne’ ballaro’…

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  11. @->nomedelblog: in realtà intendevo due cose leggermente diverse: esiste una categoria di persone che considera “naturale” (cioè una sfiga cui non si può porre rimedio) il fatto che alcuni – sempre altri, ché quando capita a loro strillano come aquile! – possano avere meno possibilità nella vita. Magari sono bravissime persone, disposte a far la carità, venire incontro alle persone in difficoltà, ma sotto sotto pensano che non ci siano mezzi per combattere questa discriminazione, che essa sia insita nelle regole del mondo. Sono gli stessi che sostengono che il mercato ha le sue leggi e va lasciato a sè stesso (salvo poi piangere come agnellini quando, a causa della totale mancanza delle regole, sono i loro conti in banca che vengono svuotati).
    Poi ci sono altri, che secondo me sono peggio ancora, che credono veramente che la discriminazione sia un processo naturale. Si appellano ad una fraintesa idea di darwinismo, per cui chi appare “debole” è giusto che venga eliminato dal sistema.
    infine ci sono quelli che non si rendono conto che le discriminazioni “naturali” naturali non sono affatto, ma sono frutto del condizionamento ambientale. Prendi un ragazzino, anzi, meglio: prendi un adulto, intelligente anche, che non sia mai andato in un ristorante elegante. Per quanto intelligente, è probabile che si senta intimorito, a tavola faccia caos con le forchette, non sappia esattamente come comportarsi. Chi considera “naturale” la discriminazione dirà che lui è incapace di stare in quel contesto “per natura”, non rendendosi conto che invece è solo perchè non ha avuto la possibilità di stare, fino ad allora, in un ambiente simile. L’esempio è stupido, ma può essere applicato alla condizione della donna, agli extracomunitari, etc. E’ che molto spesso noi non ci rendiamo conto che quelle difficoltà di inserimento che gli altri provano non sono frutto di un loro “essere naturalmente diversi da noi”, ma solo della circostanze. Solo che considerarle differenze “naturali” è molto più comodo, perchè puoi sempre avere l’alibi che contro la natura non si va, e quindi è inutile combattere per cambiare la situazione.

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  12. grazie per la spiegazione. sai com’è, c’è anche chi, dicendosi come te di sinistra, non vuole che esistano diverse possibilità tra una persona e l’altra (esempio scemo: tra un immigrato e un altro), non solo tra una categoria e l’altra.
    cmq credo che nessuno, al di là delle idee su cosa si possa fare per combattere la situazione, che certamente sono diversissime (e qui dentro secondo me sta il discrimine dx/sx), possa volere una “”naturale”” discriminazione delle categorie da te citate senza essere, senza giri di parole – e senza nemmeno bisogno di parlare di destra e sinistra -, razzista, totalitario, ecc ecc
    grazie ancora

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  13. Semplicemente io penso che, una storia del genere possa aver fatto solo capire a quel tuo amico la necessità di una scelta di vita. Che altri possono ritenere politcamente giusta o meno, ma è una sua decisione indiscuttibile! Del resto quando ancora si vedono persone divertirsi a maltrattare le persone perchè ritenute socialmente diverse per storia e cultura finanche per essere portatori di handicap, uno dovrebbe chiedersi , che cosa possa fare per contribuire a che cio non accada? Forse semplicemente Lui l’ha fatto.

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  14. @->martino: Oh madonnina santa, hai imparato a usare i commenti! Adesso sono convinta che tutto sia possibile, a questo mondo! 😉

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  15. Io credo che Enrico sia di sinistra semplicemente perché è un buono; credo che esista un “essere di sinistra” per istinto e per carattere piuttosto che per scelta. In fondo avrebbe anche potuto crescere con la rabbia dentro e rivalersi da grande su chi era più debole di lui. Ho conosciuto in America un ex-immigrato che avendo avuto successo nella vita, era spietato con la gente nelle sue stesse condizioni di un tempo. Ho sentito una persona affermare che era di sinistra per scelta, e di destra per carattere. Secondo me Enrico sarebbe diventato di sinistra comunque. E a proposito di scuola e cultura classista, proporrei di rileggersi Don Milani che, a parte certi suoi eccessi ultraortodossi (era pur sempre un prete!), secondo me aveva ragione su un sacco di cose!

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