Cicerone, l’avvocato che non riuscì a farsi re.

Non lo so perché, non mi riesce a stare antipatico. Eppure le ha tutte, lo ammetto, le caratteristiche per farsi giudicare insopportabile: retorico, trombone, arruffone, vanitoso, noioso, magniloquente, pavido, intrigante, sconsideratamente furbastro o stupidamente ingenuo, a volte viscido e tendenzialmente destrorso. Ma è più forte di me: dai tempi del liceo, confesso, per Cicerone ho sempre provato un moto di incontenibile e istintiva simpatia: ce l’avessi di fronte, gli spaccherei il muso, ma con affetto. Ci sono personaggi che ami perché li sai un gradino al di sopra della norma, e altri cui ti affezioni perché, invece, li vedi umani; insomma, ci sono uomini di cui t’innamori per i loro difetti. Ecco, Cicerone è così.

Ambizioso. Di tutti gli aggettivi che vengono alla mente, forse questo è quello più adatto a descriverlo. Fin da piccolo, si può immaginare. Me lo vedo bambino, coccolato da mamma e papà in visibilio, astro nascente in una casa della ricca provincia romana dove i soldi non mancano e neanche, a esser pignoli, il prestigio sociale. Ma Arpino non è Roma, è un borgo di campagna sperduto al bordo del nulla. E il piccolo Marco Tullio, dagli occhi vispi e della lingua sciolta, già mentre compita a memoria i primi versi di Ennio, in quelle quattro mura all’angolo secco fra un Cardo e un Decumano in cui s’incrociano non le legioni ma le capre, ci si sente stretto, ci si sente soffocare. Lui sa. Sa di essere più sveglio, più bravo, più veloce di tutti i compagni di scuola, di tutti gli amici, di tutti: lo sa con la certezza sicura che hanno i bambini intelligenti. I soldi provinciali vanno bene per la provincia, ma la gloria, quella si fa solo nelle capitali. Dirà un giorno Cesare che avrebbe preferito essere il primo in un villaggio gallico che il secondo a Roma. Dirà, ma è facile dirlo, quando in un villaggio non ci sei mai vissuto. Chi, come Cicerone, dal villaggio proviene, sa che invece è meglio, sempre meglio essere il secondo, o magari anche il terzo, in una grande città, perché ad essere il primo in provincia, resti sempre il primo nel nulla.

Quando arriva a Roma ci vuol poco a capire che sta una spanna sopra a tutti: gli altri si arrabattano a costruire orazioni eleganti, che risultano però sempre troppo leccate o macchinose, e a lui invece i periodi vengono fuori così, come per grazia divina: ben costruiti, ben strutturati, eppure chiari e buoni ad esser recitati e far presa sul pubblico di zotici. Pare un dono naturale, e lui è il primo a volerlo far credere. Dono naturale un paio di balle: lo sa Cicerone quante notti ha passato, chino sui fogli, alla luce tremolante della candela, a leggere, leggere, leggere le orazioni greche di Demostene, a smontare periodi, provare assonanze fra parole, ricercare di nascosto la sovrana eleganza di una chiosa che deve sembrare buttata lì di getto, perché nulla è più pazientemente costruito della naturalezza: come dirà Wilde, secoli dopo, la più affettata delle pose. Il genio non è solo una lunga pazienza, è soprattutto una lunga testardaggine. E non difetta di ostinazione quel provinciale, non difetterà mai.

Ma certo, ci sono anche altre cose. Roma è Roma, una bella donna disponibile per chiunque possa permettersi le sue grazie. Cicerone, con i soldi di famiglia, quelle grazie le può comprare tutte. Eppure qualcosa gli manca, e sempre gli mancherà. L’ambizione che lo rode è la stessa che lo fa soffrire: perché lui si sa bravo, più degli altri, ma sente anche addosso il marchio dell’homo novus, del villano arricchito. Possono essere inferiori a lui nell’eloquio, i compagni di scuola, e nella borsa, gli amici. Ma sono progenie di famiglie che hanno fatto la storia dell’Urbe, cazzo. Hanno nonni consoli, mentre lui, al massimo, può vantare qualche prozio pecoraio. Roma è accogliente, è aperta. Nessuno gli rinfaccia ascendenze non patrizie, ma per Cicerone restano la macchia inconfessata: se anche nessuno gliela fa notare, se ne vergogna. Per tutta la vita li odierà, sotto sotto, i nobili che si sono ritrovati con la pappa pronta e la domus in centro, quelli che possono vantare fra gli antenati senatori e persino qualche dio. Li odierà come li può odiare solo chi si è dovuto fare da solo, perché tutto si sopporta, quando si viene su dal basso, tranne chi è nato nella bambagia e si dà arie da rivoluzionario maudit.

Studia, frequenta i circoli giusti, ma poi, quando c’è da crearsi una carriera, ci vuole una botta d’ingegno. Di avvocaticchi di belle speranze ce ne sono tanti, sul mercato. Lui, con il coraggio di chi è giovane e vuol giocare le sue carte, prende una causa che non accetterebbe nessuno: dei provinciali, provinciali come lui, contro un governatore che li ha derubati. Ha pure appoggi in alto loco, il governatore, che arrivano fino a Silla. Ci vuole fegato, per presentarsi in tribunale, e testa, per uscirne vivo: ma Cicerone ha tutti e due, e l’età giusta per accettare con incoscienza una sfida. Non è un giocatore, ma il rischio, sotto sotto, lo attrae.

Suda freddo, il giovane Cicerone, in quell’aula, perché sa bene che non si sta giocando solo la carriera, ma la vita: però il colpaccio riesce. Si fa un nome. Finito il processo, non è più uno sconosciuto, è Marco Tullio Cicerone: dopo un prudente periodo di allontanamento con la scusa dello studio, torna e gli si spalancano le porte della Curia. Il consolato è lì, a portata di mano: basta stendere la palma e prenderselo.

Per un attimo sente la vertigine del tutto. Ce l’ha fatta. Roma è sua e, di conseguenza, il mondo. Sembra aver toccato l’apice, non sarà che l’inizio. Perché nei salotti e nelle suburre si ordisce una congiura. A capo, Catilina, che per stare sulle balle a Cicerone ha tutto: aristocratico, tracotante, sbruffone; eppure amato dalla massa per quel fascino selvatico che i bravi figlioli come Marco Tullio non hanno, e disprezzano per invidia meschina. È un secchione, il console, e da secchione scopre la trama e la denuncia, ma chi si aspetta da lui la reazione pavida di un opaco leguleio resta spiazzato: va in Senato e parla, sì, con orazioni che sono perfette nella forma quanto implacabili nella sostanza, e dentro ci mette una passione che chi lo aveva frettolosamente etichettato come un parolaio vanitoso non si aspetta. Si rivolta la curia come un calzino, perché quando gli lasci aprire la bocca Cicerone sa trasformare le parole in eserciti. E mentre, ancora intronati, i padri coscritti si guardano in volto, lui è già alle prigioni, ad ordinare l’esecuzione dei congiurati arrestati; al di fuori di ogni legge e di ogni diritto, ma perché, sosterrà poi, la res pubblica non subisca detrimento alcuno. Cazzo, chi se lo aspettava da un avvocato! Persino Giulio Cesare, che pure ha la stoffa del rivoluzionario di razza, capisce che è meglio restare defilati: è un giocatore, Cesare, e proprio per questo sa che alcune partite è meglio lasciarle vincere all’avversario.

Il padrone di Roma. Questo è Marco Tullio ora: la battaglia a Fiesole, la morte gloriosa in campo di Catilina non sono che un finalino scontato. La guerra l’ha vinta lui, e mai più si dica che gli avversari non si possono ammazzare a parole. Ha tutto: fama, potere, ricchezza, persino una famiglia con una moglie giusta, un figlio maschio, ed una figlia, Tulliola, che è forse l’unica cosa che ami più di se stesso. Ma, fatto fuori Catilina, se ne ritrova davanti uno nuovo, e peggiore: Clodio Pulcro, anche lui aristocratico, anche lui maledetto, anche lui dotato dello stesso fascino malvagio che seduce le folle. Ma più subdolo, ancor più figlio di puttana. Al punto che lo incastra legalmente per aver messo a morte cittadini romani senza processo; perché tali erano i congiurati e anche Cicerone, pur se console, non può essere al di sopra delle leggi.

L’esilio. Gli crolla il mondo addosso. Si sente di nuovo respinto ai margini di quel nulla da cui aveva faticato tanto a riscattarsi: davanti a sé vede solo l’ombra, la provincia, l’oblio. Non si arrende, però: perché può non essere simpatico, e magari sconfinare nel lagnoso, Cicerone, ma è uno che non molla mai. Scrive lettere, assilla gli amici, intriga di sottobanco: promette tutto a tutti e si piange addosso almeno quanto prima s’è imbrodato nei giorni felici. È fatto così Cicerone: umano. Ama il potere come i bambini amano i giocattoli: e Roma è il suo giocattolo, la sua amante, la sua vita. Senza la folla, l’ossequio dei clienti, la plebe, la fama, il Senato non sa sopravvivere. Del resto, se avesse desiderato davvero la tranquillità, non si sarebbe mai mosso da Arpino.

Torna. Ma sa che lo scenario è cambiato, per sempre. Certo, lui ha sempre i suoi agganci, la sua loquela, persino il patrimonio di famiglia, che è riuscito a recuperare; ma è troppo smaliziato per non capire che i ruoli principali sono assegnati ormai ad altri, il proscenio è occupato da nuovi attori. Quel Cesare, tanto per cominciare, cui lo legano affari non troppo chiari ed un rapporto intrecciato di amore ed odio. Perché Cesare non è Catilina, e non è neppure, ahimè, Clodio. É peggio di entrambi perché unisce al fascino maledetto l’intelligenza tagliente, il calcolo spietato. Cicerone, secondo me, lo sa che Cesare è un’altra cosa, che Cesare è destinato a farcela, alla fine. Per questo, paradossalmente, sceglie Pompeo. Perché pensa che Pompeo sia maneggiabile, che Pompeo avrà sempre bisogno di un consigliere e di una eminenza grigia, mentre Cesare non ha bisogno di nessuno e mette in ombra chiunque.

Pompeo perde. Non poteva che perdere, suvvia. Cicerone salva la vita, ma ad una condizione che non è un perdono, è una condanna: non si potrà più occupare di politica. Come a dire all’usignolo che non può più cantare.

Ma Cicerone abbozza. Forse è stanco. Forse, ad un rapido calcolo, fa i conti e pensa che lui e Cesare hanno quasi la stessa età, ma il novello dittatore, esposto ai pericoli della curia, potrebbe morire prima.

Seppe qualcosa della congiura di Bruto? Mah, chi lo sa. Se lo seppe, tacque, in omaggio all’ordine cesariano che lo invitava a non occuparsi più di beghe di potere. Se è così, fu certo una vendetta sublime. Ma è ancora caldo il cadavere di Cesare che lui è già pronto a rientrare sulla scena. A combattere, per la quarta volta, un altro aristocratico che vuole il comando con protervia: Marco Antonio. Se non è un destino, è per lo meno un deja vu. E combatte, il vecchio Cicerone, torna nell’arengo come un leone che ha passato anni ad affilare le zanne. Spara una raffica di orazioni che dimostrano a tutti, forse in primis a lui stesso, come tanti anni a macinare banalità filosofiche non l’hanno arrugginito di un’anticchia. Già si vede nei panni di consigliere saggio e rispettato, non di Pompeo, ma di questo ragazzino sprovveduto che Cesare ha nominato erede, ed è un passerotto smarrito tanto bisognoso di guida e di appoggio.

Solo che il passerotto smarrito ha l’istinto del predatore carnivoro. Incassa l’appoggio e vende Cicerone alla prima occasione: Antonio gli chiede la sua testa, e lui, graziosamente, gliela dà.

Forse ce la farebbe a fuggire. Basterebbe un po’ di buona volontà, qualche indugio di meno. Ma è stanco. Si guarda attorno e vede che sono morti tutti. Amici, nemici, Tulliola. Il futuro è incerto, del passato resta solo qualche manciata di polvere; della sua vita e delle sue parole sembra che non sia rimasto nulla. Rallenta, si ferma, e i sicari lo raggiungono. Gli mozzano la testa, e, per ordine di Antonio, la lingua. La esporrà sui rostri del senato, quella testa mozza e dalla bocca vuota, resa per sempre muta dalla spada. Lo guarderà ridendo Antonio, quel Cicerone senza più lingua. Forse era l’unico modo che aveva, in fondo, per assicurarsi che il suo nemico fosse, finalmente, disarmato.

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16 pensieri su “Cicerone, l’avvocato che non riuscì a farsi re.

  1. Giunto al primo a-capo mi sembrava di averlo incontrato, il tuo Cicerone, al bar. Poi mi sono reso conto che quelli facevano la storia, di questi non se n’avvede nemmeno la cronaca, per quanto piccola; cazzo. Quelli rimangono nei libri, di questi nessuno s’accorge nemmeno se tardano e il caffè si fredda.
    🙂

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  2. più che una badilata qui ci vorrebbe una benna di un caterpillar, chapeau!

    …pure non riesco proprio a farmelo restare simpatico, forse perchè è l’unico che in un periodo di geniali farabutti incarna il primato della poltica intesa nel senso della mediazione istituzionale. Insomma uno che il nodo gordiano l’avrebbe studiato per anni, democristianamente..

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  3. @->Paolo: sì, Cicerone era un democristiano d’animo, lo so. Mi ricordo una ragazzina cui anni addietro facevo ripetizioni di latino. Le avevano dato da fare una versione in cui Cicerone parlava in favore del bellum iustum. La ragazzina tradusse, alzò gli occhi e commento: “Cazzo, questo oggi voterebbe Forza Italia di pacca!” Difficile darle torto, è vero.

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  5. Mi era abbastanza simpatico al Liceo perchè le sue versioni non erano tra le più difficili. Si faceva capire. Chissà se avesse avuto un PC… chissà se avesse potuto scrivere in un forum o su OKNotizie…

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  6. Noooo! Aiuto, Cicerone su Ok notizie… poi, andiamo, Cicerone non avrebbe tenuto un blog. Come minimo, sarebbe a capo di una agenzia di stampa. Meglio ancora, editorialista di grande quotidiano. Sul Corrierone ce lo vedrei bene. E con Mieli, poi, filerebbe d’amore e d’accordo.

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  7. No, mi spiace….l’alter ego di Cicerone è Andreotti!
    Si è sicuramente reincarnato in Giulio Andreotti !!!

    😉

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  8. Io, in quanto Sergio, dovrei tifare Catilina 😛 ma è un essere difficilmente difendibile. Certo che il Marco Tullio andreottiano è un po’ troppo… almeno moroteo, vi prego, un minimo (ma proprio minimo minimo) con lo sguardo verso sinistra 🙂

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  9. Bel post, ci mancherebbe.
    Ma di Cicerone non ho mai pensato granchè bene: era grande nelle parole, pessimo nelle azioni .
    S’è purtroppo reincarnato più volte:con l nomi d’arte di Francesco Crispi e Luigi Facta,avvocati come lui.
    E, come lui :dannosamente inconcludenti.
    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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  10. non posso fare a meno di concordare con Ghino la Ganga….
    un avvocato, un parolaio, che faceva male con le parole, ma che non mi sembra avesse capito molto della società in cui viveva e su cui le sue parole incidevano…..
    ma sarà anche che il latino per me è stato sempre una sofferenza, e Cicerone vi ha svolto un ruolo non marginale….
    🙂

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  11. Cara Galatea,

    il tuo post biografico su Cicerone ‘ e’ fresco e va giu’ bene ‘ – come direbbe Paolo Conte. Ma. Troppe parolacce gratuite. E’ vero che anche Paolo Conte canta in una sua canzone ‘ e i francesi che s’incazzano… ‘ – quella pero’ e’ una giusta parola poetica che ricostruisce memorabilmente il giusto contesto prosaico. Insomma, non mi pare che per essere popolare a tutti i costi occorra diventare volgari. Forse e’ la volonta di essere popolare ‘ a tutti i costi ‘ (e non cum grano salis) che ti ha spinto e fatta cadere.

    Fulmini

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  12. @->Fulmini: No, è che io scrivo così, mi spiace.

    @->Ghino e Mikecas: Neanche io lo adoro, sia ben chiaro. Ma, pur non condividendone in niente la linea politica e trovandolo singolarmente deleterio per quanto riguarda le scelte, confesso che la personalità di Cicerone mi ha sempre fatto una gran tenerezza. Era vanesio, inconcludente, portato a sopravvalutarsi, incoerente, pasticcione, vigliacco: insomma, di fronte a un Cesare, che è un gigante al di sopra di qualsiasi confronto, ad un Augusto che è una lenza, o ad un Catone, così antipatico e tetragono, ecco Cicerone ha un lato fragile, umanissimo, che mi impedisce di odiarlo fino in fondo perchè ti è impossiible odiare chi riesci a considerare, a tratti, deliziosamente ridicolo.

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  13. una sola, ovviamente a mio parere, lievissima stonatura: un paio di ‘cazzo’ di troppo. Detto da uno che 50 anni fa diceva: ‘Bisognerebbe avere il coraggio di dire -pane al pane e cazzo al cazzo-‘ Detto da uno che non si è messo la cravatta nemmeno al funerale dei suoi genitori. Detto da uno che non prova fastidio ma compassione di fronte ai cazzi in bocca delle adolescenti quando forse ben più eversivo e fuori dal coro sarebbe un ‘ohibò’. Ho letto una volta qualcosa come ‘una società perde coesione man mano che perde i tabù verbali’. Ho amato questi discorsi su Cicerone e mi sono innamorato dell’arguzia dell’autrice (ad una certa età giusto le cotte intellettuali rimangono) perciò mi rimetto alla benevolenza della Corte: l’imputata è certamente colpevole di ‘uso di linguaggio inappropriato’ ma il fatto in sè non costitisce reato più di quanto non lo sia il tingersi i capelli. Detto da uno che tiene rigorosamente bianchi i propri e che chiede perdono se questa non è riuscita l’affettuosa tiratina d’orecchie che voleva essere.

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