Federico II di Svevia, l’antico e il Medioevo che non ti aspetti.

A Ghino. La prossima volta ti faccio io da guida, ok? 🙂

É una bella grana per gli studiosi, il Medioevo. Perché, tanto per cominciare, sono più di mille anni. A prender per buone le date canoniche, 476-1492, ci si ritrova per le mani un lasso enorme di tempo, che comincia con la deposizione di un ragazzetto pomposamente denominato Romolo, messo sul trono di Roma da un padre barbaro e tirato giù a forza dal medesimo trono da un altro barbaro in transito, e finisce con la morte di Lorenzo il Magnifico, illuminato signore di Firenze e protettore di artisti, l’uomo meno medioevale che la fantasia umana concepisca, che tira le cuoia in sincrono con la scoperta dell’America, perché Lorenzo aveva intuito per la tempistica, non c’è che dire.

In mezzo a queste due date, ci si trova di tutto: crolli di imperi, nascita di nuove forme di società, devastazioni, pestilenze, città che collassano, altre che sorgono, la Chiesa, gli Stati, i Papi e gli Imperatori. Un guazzabuglio da far girare la testa e il cui collante è oscuro, ammesso che ve ne sia uno: il Medioevo, di tanto in tanto, dà l’impressione di uno di quei cassetti che ci sono in ogni casa, quelli in cui la massaia butta dentro tutto ciò che non sa bene dove mettere altrove, e inzeppa inzeppa finché c’è un buco libero.

È che il Medioevo è un’epoca sfaccettata, dai mille volti e dalle mille possibili interpretazioni, non solo nel tempo, ma anche nello spazio. Se l’antichità romana è una, e tu puoi viaggiare da Bath ad Antiochia vedendo le stesse terme e le stesse statue, con poche e molto limitate varianti locali, il Medioevo è plurimo: ti sposti di pochi chilometri, di pochi passi, e gli scenari cambiano, le pietre raccontano una storia diversa: l’antichità è un lenzuolo, il Medioevo è una coperta a patchwork, fatta di ritagli tutti diversi e con i colori in contrasto.

Te li immagini incolti, sporchi, ignoranti, superstiziosi, i medioevali: chiusi in castelli bui ed umidi, da cui uscivano solo per ammazzare o farsi ammazzare in guerra; bigotti e limitati più di una Binetti all’ennesima potenza, convinti che tutto ciò che c’era stato prima di loro fosse pagano e peccaminoso, che gli antichi non andassero letti né conosciuti perché non illuminati dalla Grazia Divina, e che la Storia cominciasse con Cristo, in una stalla di Betlemme: tutto quello che c’era in precedenza, era cattiveria pura, opus diaboli.

Che immagine ingiusta abbiamo di loro. In mezzo al disastro di un mondo che era venuto giù velocemente quanto le Twin Towers, i poveri medioevali si fecero in quattro per salvare il salvabile, nell’immediato. E nei secoli seguenti, per paradosso, se ci furono uomini che ebbero verso la Romanità e l’antico un amore viscerale, acritico, furono proprio loro: il Medioevo, anche se non ci si riflette mai, si apre con il crollo dell’impero romano e passa i suoi mille anni a cercare di rimetterlo in piedi. Roma è il modello costante di riferimento: per i Papi, che nella loro organizzazione amministrativa ecclesiastica ereditano financo le diocesi del moribondo impero; per gli imperatori, che più tedeschi sono più si vogliono accreditare come Romani: non sono discendenti di capi barbari, ma eredi dei Cesari.

Come farlo, in un’epoca senza la tv, senza i mezzi di comunicazione nostri? Con l’apparato, con la pompa, con la propaganda di regime, che passa per gli infiniti rivoli dell’architettura, della scultura, delle coreografie di palazzo. Carlo Magno, che sa a stento fare la sua firma, si circonda a corte di intellettuali che studiano i manoscritti dei classici latini, quelli su cui riesce a mettere le mani, e si fa costruire nella reggia una cappella di porfido, uguale uguale agli antichi imperatori dell’urbe; gli Ottoni sognano Roma come capitale, mica Berlino. E poi c’è Federico II, il fanciullo di Svevia erede di Tedeschi e Normanni, che però ha la fortuna, primo nella sua dinastia, di essere “romano” per ius soli, in quanto è nato a Jesi, allevato in Puglia e regna a Palermo, quindi di vivere la maggior parte della vita in quell’Italia che era stata il giardino ed il cuore dell’impero. È medioevale, Federico? Sì, ma no, guardando le cose di cui si circonda, l’arte che commissiona e si trascina dietro nella sua vita raminga di corte in corte e di città in città. A vederli messi uno accanto all’altro, vicini ai loro modelli antichi, come succede a Rimini, alla mostra Exempla. La rinascita dell’antico nell’arte italiana. Da Federico II ad Andrea Pisano, fanno impressione, i reperti di età federiciana, perché quasi non li distingui dagli originali che imitano. Se Lorenzo dei Medici era homo novus perché spingeva i suoi artisti a far rivivere l’antico nel presente, Federico che cos’è? Lui che è architetto e saggista, poeta e mecenate, collezionista d’arte e interessato allo scienza, che se progetta una porta la immagina come un antico arco di trionfo, e se pensa ad un sigillo si fa cesellare un cammeo di Ercole con la leontè, lui che da giovane viene ritratto con il delicato profilo di un Ottaviano e da imperatore con la severa maestà di un Augusto trionfante? I cardinali che lo osteggiano o lo appoggiano si fanno seppellire in sarcofaghi istoriati all’antica, i panneggi delle loro vesti riprendono quelli delle nikai greche, riecheggiano Fidia anche se non l’hanno mai visto, le donne della corte hanno vesti da basilisse bizantine, ma sguardi caldi di korai elleniche. Sono vivi e reali, i personaggi ritratti, come quelli dell’arte classica: e pur nella raggelante ufficialità del ritratto, quando ti trovi davanti alla testa barbuta di Pier delle Vigne – colui che, gran consigliere dell’impero, teneva ambo le chiavi del cuor di Federico– leggi nei suoi occhi uno smarrimento così umano, una fragilità d’animo tanto nascosta e devastante, che il tragico epilogo della sua vita, il suicidio per non aver saputo far fronte alle calunnie degli invidiosi, ti appare improvvisamente come la sola fine possibile, e ampiamente annunciata.

É piccola, la mostra, ma quando ne esci ti senti un po’ stranito, pieno di dubbi su cosa fu medioevo e cosa è modernità, su quanto è davvero oscura la notte e quanto è chiaro, per contrasto, il mattino. E soprattutto ti chiedi, nonostante un catalogo che cerca di far passare un’immagine di Federico imperatore cattolico e cristiano, quanto sarebbe cambiata la storia, di Italia, di Europa, se il Papa e la Chiesa non avessero perseguito con tanto accanimento lui e la sua dinastia, fino a stroncarla. Forse sotto la guida di questo imperatore lui stesso meticcio e curioso del meticciato, capace di fondere antico e nuovo, presente e passato, Roma, Bisanzio e il Nord, noi Europei saremmo nati prima, saremmo nati meglio. Te ne vieni fuori così, da Castelsismondo, con in bocca il retrogusto amarognolo di un’occasione perduta.

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10 pensieri su “Federico II di Svevia, l’antico e il Medioevo che non ti aspetti.

  1. Un post dedicato…. che emozione!
    Riflettendo,il mio scarso entusiasmo per la mostra dipende anche dal fatto che,pochi giorni fa,mi son sorbito un’intevista a una delle organizzatrici, una tipa riminese che non ho mai granchè stimato e che fa la saputa come solo una ragazza riminese sa fare: cioè “sparando” un’aria saccente e colta fortissima, al fin di far dimenticare che la gente quaggiù ci è sempre venuta per Rimini-Rimini ( cioè per far casino), e non per altro.
    Tante Rimini’s girls, che ora fan le colte, fino a qualche anno fa l’unico Federico secondo che conoscevano era il secondo Federico che avevano incontrato in spiaggia o in disco, perchè il primo se l’eran già dimenticato.
    Sarà per questo che quaggiù le straniere son sempre state preferite; ovviamente, se arriva una affascinante ragazza veneta,che sa di medioevo e si propone come graditissima guida, tutte le altre spariscono.
    Inchino e baciamano.

    Ghino La Ganga

    P.s. sempre per Mikecas: l’organizzatrice della mostra di cui parlo sopra non mi sta antipatica perchè non c’è stata; semmai,perchè non mi veniva nemmeno da provarci.
    Capita anche ai puttanieri… 😀

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  2. ma varda te che combinazione! sto proprio studiando l’Italia Medievale (di Cammarosano), l’Italia dei barbari (di Azzara), l’idea del medioevo (non mi ricordo l’autore)…
    e qualche saggio di Bloch di cui immagino sarai ghiotta 😉 …

    non è che magari mi riassumi veloce anche la storia romana per il prossimo esame? 😉

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  3. “ti chiedi… quanto sarebbe cambiata la storia, di Italia, d’Europa…”

    non avremmo avuto la monnezza per napoli, o magari l’avremmo avuto a vicenza.

    magari saremmo dovuti emigrare in puglia per cercar lavoro e le scuole del nord sarebbero state un gradino sotto quelle sud.
    però il figlio di bossi non l’avrebbero bocciato in quanto vivace sostenitore dell’unità d’europa.

    e nichi vendola? sarebbe stato presidente del consiglio? 🙂

    rm

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  4. Riunisci due mie grandi passioni: rivedere la storia in chiave più umana e la psicopippa del “what if…”. Mi permetto di consigliarti “Gli Anni del Riso e del Sale”, un romanzo di Kim Stanley Robinson (Newton Compton).

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  5. @->Juni: be’, qualcosa puoi già trovarlo sempre nella rubrica Badilate di Cultura. Storia Romana su cosa la studi? Così, tanto per sapere… 🙂

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  6. @->Ghino la Ganga: be’, dai tempo alle riforme federaliste bossiche e a Rimini sarò considerata “straniera” anche io. Dopodiché verrò a mietere i dovuti successi fra gli uomini locali. 😀
    @->Pensatoio: Alla mostra c’era una testa di moretto molto caruccia. Dammi tempo, scriverò un post per la serie “globalizzatori” anche su Federico II.

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  7. mia figlia si chiama Federica in onore di due persone che che ammiro e amo: mio zio federico (scappato ragazzo da Perugia per non fare il prete e finito in Cina a far fortuna personaggio mitico che mi ha insegnato a giocare a scopa a quindici e a mangiare con le bacchette) e il mio amatissimo Federico secondo di Svevia.

    Cresciuto in sicilia da tutori arabi, considerato stupor mundi all’epoca in cui era il pupillo di un Papa e anticristo dai suoi successori perché era riuscito a far in modo che i cristiani potessero andare in pellegrinaggio a Gerusalemme senza combattere una crociata, solo con accordi pacifici. Sua la scuola che ci porta cielo d’alcamo e la prima poesia “volgare” suo il trattato sulla falconeria suo Castel del Monte in cui mi sono persa sconvolta dalle innovazioni tecniche inimmaginabili e dai segreti che i castello stesso sembra nascondere nelle sue pieghe.
    A Castel del monte infatti un sistema di aperture fra una sala e l’altra permette la circolazione di aria calda, un serbatoio posto al centro della struttura fornisce olio combustibile a becchi di metallo al centro di ogni soffitto dove erano appese le lampade e un altro serbatoio di acqua piovana garantisce l’isolamento termico del soffitto e, scivolando in un intercapedine fra le pareti, crea lo sciacquone per dei sedili di marmo (un tempo coperti di tavole di legno bucate) i primi water close della storia immagino!!!
    questo per quanto riguarda la tecnologia e probabilmente c’è anche di più… delle antiche strutture interne rimagono solo i frammenti della decorazione fatta con frammenti corallini alle pareti e pochi bassorilievi di stile romano per gli amanti dell’esoterismo invece le sale di castel del monte sono un interessante rompicapo.
    il castello è a pianta ottagonale, orientato ad est di fronte al sorgere del sole negli equinozi di primavera e autunno
    insomma… è meraviglioso
    peccato che abbia sentito un gruppetto di turisti nordici commentare sprezzanti che non aveva nulla di bello… neppure un mobile…
    grrrrrr Enrica federiciana

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